Appena letti

Lily King, EUFORIA, Adelphi, 2016 (traduzione di Maria Grazia Ciani)
“Nel mio lavoro credo di cercare soprattutto la libertà, in questi posti lontanissimi cerco un popolo, dove le persone si diano lo spazio per essere come hanno bisogno di essere”: così Nell, la protagonista del romanzo di Lily King, EUFORIA, parla del suo lavoro di antropologa, ma anche del desiderio che lei stessa e gli altri personaggi del libro hanno di poter essere quello che sono. L’unico modo pare quello di lasciare il mondo occidentale per conoscere e studiare le popolazioni che ancora vivono ai margini della cosiddetta civiltà in modo primitivo. EUFORIA è come abbiamo detto un romanzo ma ispirato alle vere esistenze di tre protagonisti dell’antropologia contemporanea: l’americana Margaret Mead, il marito neozelandese Fenwick Schuyler e l’inglese Gregory Bateson. I tre si incontrano nel 1933 lungo il fiume Sepik, nel territorio della Nuova Guinea. Nell (Margaret Mead) è reduce dalla pubblicazione del suo primo saggio che ottenne grande risalto e successo ma scatenò anche forti polemiche in particolare nella conservatrice Inghilterra. La sua voce narrante si alterna a quella di Andrew Bankson (Gregory Bateson che, nella realtà, divenne marito della Mead nel 1936), ultimo figlio sopravvissuto di una famiglia di convinti scienziati, vessato dalla madre che lo vorrebbe dedito alla scienza pura e non all’ibrida antropologia. L’incontro tra i tre serve a Lily King per dipanare tantissimi raggi narrativi che tengono sempre più legato il lettore alle pagine. A partire dall’attrazione non solo erotica tra Nell e Andrew sino al “gioco” antropologico che ci offre il terzetto dei protagonisti: l’americana e senza pudore Nell, il tormentato e spesso troppo educato inglese Andrew, l’affascinante, diretto, sboccato neozelandese Leo. Di tutti Lily King sottolinea spesso comportamento e modi di relazionarsi con il resto del mondo tipici del paese da cui provengono. Ci sono poi le meravigliose descrizioni naturalistiche, i viaggi sul fiume con tale realismo e poesia che ci sembra di essere anche noi seduti sulle pagode scavate nell’albero pane; le buffe dinamiche dei rapporti tra i bianchi e gli indigeni; il desiderio di maternità di Nell che si scontra dolorosamente con la noncuranza con cui le popolazioni con cui vive trattano le vite del bambini; le riflessioni sull’amore e i vari modi in cui può essere declinato. Vale la pena leggere EUFORIA anche solo per come Lily King racconta le dinamiche di coppia tra Nell e Leo e il sentimento che nasce tra Nell e Edward. C’è poi il lavoro sul campo e cosa significa la passione per l’antropologia, che contagerà anche i lettori più scettici: “Le domandai se secondo lei si poteva davvero capire un’altra cultura. Le dissi che più rimanevo, più mi sembrava che le mie fatiche fossero insensate: adesso la cosa che mi interessava maggiormente era come potevamo pensare di essere obiettivi, noi che arrivavamo ognuno con la sua definizione personale di bontà, forza, mascolinità, femminilità, Dio, civiltà, bene e male”. “... quel momento in cui sei arrivato da circa due mesi e pensi di aver capito come funziona. Tutt’a un tratto ti sembra di avere la situazione in pugno. È un’illusione, visto che sono passate solo otto settimane, e dopo ti prende la disperazione perché ti rendi conto che non ci capirai mai niente. Ma in quel momento in cui ti senti padrone di tutto. Non c’è euforia più breve e più pura“. La stessa euforia la provano i lettori, ricercatori sul campo della pura bellezza della letteratura, illudendosi, come gli antropologi, di cogliere a una prima lettura tutta la ricchezza del romanzo della talentuosa scrittrice americana.

Marcello Fois, MANUALE DI LETTURA CREATIVA, Einaudi, 2016
Fabio Stassi, LA LETTRICE SCOMPARSA, Sellerio, 2016

Uno è un romanzo, ma ci sono parti che potrebbero tranquillamente comparire in un saggio di critica letteraria; l’altro è un saggio, ma ha spesso un passo narrativo e ci racconta molto delle passioni del suo autore. Entrambi sono pieni di libri, citati, consigliati, raccontati, proposti, analizzati, letti e amati. LA LETTRICE SCOMPARSA di Fabio Stassi e MANUALE DI LETTURA CREATIVA di Marcello Fois rappresentano il sogno di ogni lettore declinato in modi diversi. Si possono davvero leggere uno fianco all’altro perché sono in qualche modo complementari. Nel libro di Fois leggiamo: “Io sono un lettore compulsivo. Il che, presumo, sia una specie di malattia”. Vincenzo Corso, detto Vince, il protagonista del romanzo di Stassi dice di sé: “... mi ero ammalato di letteratura. Sapevo che si trattava di una malattia mortale, e incurabile... Non sapevo più cosa avevo realmente vissuto e cosa soltanto letto”. E la definizione che dà Marcello Fois del lettore creativo sta perfettamente a Vince, insegnante precario di letteratura che cerca di sbarcare il lunario inventandosi un lavoro da biblioterapeuta: “... diventare un lettore creativo significa essere disponibili a dare il proprio contributo al libro che si sta leggendo, appropriarsene senza alcun complesso d’inferiorità, ma nemmeno di superiorità, metterlo in gioco rispetto alla propria vita, concepire connessioni che derivano dalla propria specifica esperienza... Il lettore creativo vuole sorprendersi, essere preso in contropiede, considerare un punto di vista che gli pareva impossibile. Il lettore creativo vuole amare il libro che non si aspetta. Il lettore creativo è attivo, ha abbastanza punti di riferimento da non lasciarsi abbindolare dalla 'buona scrittura' senza una 'buona storia' e viceversa”. Ma mentre il saggio di Fois è il racconto motivato e sentito della sua storia di lettore ma anche una serie di acute considerazioni sulla narrativa cosiddetta di genere, se ha ancora senso chiamarla così, sul significato di classico e sulle zone in cui agiscono scrittori e lettori, il romanzo di Stassi più che alle vicende del suo protagonista, è un omaggio ai libri attraverso le loro lettrici. Come la signora Parodi, silenziosa vicina di casa di Vince che improvvisamente scompare. Nessuno sembra sapere cosa possa esserle accaduto e i sospetti si concentrano sul marito, un tipico esemplare di uomo anziano taciturno e prevedibile anche nella sua scontrosità e nel suo affetto per il cane Django. Ma Vince trova la lista delle letture della moglie e comincia ad indagare in una Roma che è un elemento fondamentale della storia: “qualcuno ha scritto che in nessun altro luogo del mondo è più teatrale il senso dell’effimero e dell’eternità, più incerto il confine tra il sacro e il potere. Di sicuro, da nessun’altra parte si avverte con lo stesso sconforto tutta la coerenza e l’insensatezza del Tempo e della Storia. No, nessuna città può essere più triste e atea di Roma, in certe sere”. Che legame c’è tra i libri letti dalla signora Parodi e la sua scomparsa? Vince lo scoprirà frequentando la biblioteca pubblica ma anche ascoltando le sue clienti, ansiose di esporgli i loro problemi e nello stesso tempo pronte a lasciare che la lettura glieli faccia dimenticare per un po’.
Due libri sulla lettura e sui lettori che dialogano idealmente tra di loro e sono soprattutto una fonte inesauribile di letture.

Maggie O’Farrell, IL TUO POSTO È QUI, Guanda, 2016 (traduzione di Stefania De Franco)
“Da piccolo mi piaceva da matti fare quel gioco in cui c’è una pagina disseminata di puntini apparentemente messi a caso. Bisogna unirli, un numero dopo l’altro, con una riga a matita, per far emergere una forma dal caos, per dare un senso al disordine. Il momento che preferivo era circa a metà, quando potevi guardare la parte che avevi fatto e quella mancante per cercare di indovinare cosa fosse. Un razzo? Un trattore? Una palma, una barca a vela, un dinosauro, una spiaggia? Poteva essere qualunque cosa. I migliori erano quelli fuorvianti. Pensavi fosse una locomotiva e invece era un drago con le narici fumanti. Pensavi di vedere un gatto e invece stavi inseguendo un’iguana. La stessa sensazione di scarto fra ciò che credevi di fare e ciò che hai fatto davvero mi avvolge adesso... avevo sempre pensato che la mia vita fosse stata una cosa, ma ora ho l’impressione che potrebbe essere stata tutt’altra”. Il nuovo libro di Maggie O’Farrell, IL TUO POSTO È QUI, è come il gioco dei puntini raccontato dal protagonista Daniel Sullivan: tante voci, tanti luoghi, salti temporali che, quando cominci a unire, intravedi il quadro generale. Ma non mancano sorprese, colpi di scena, cambi di prospettiva che ti tengono legato alla pagina sino... all’ultimo puntino. Subito e con grande sicurezza la scrittrice irlandese dissolve ogni minimo dubbio che un’autrice donna sappia raccontare appieno un personaggio maschile. Il vero protagonista di IL TUO POSTO È QUI è indubbiamente Daniel, brillante professore di linguistica prima a Berkeley, poi a Belfast, costretto a non vedere i suoi figli dopo un disastroso divorzio. Che lo spinge a tornare nel paese d’origine della sua famiglia, l’Irlanda, dove incontra Claudette, famosa attrice e regista, anche lei in fuga dalla ribalta e da un uomo sbagliato. L’amore tra i due è il cuore del romanzo e per rappresentare il loro matrimonio, da cui nasceranno due figli, Maggie O’Farrell ci guida nel loro passato e nello stesso tempo ce li mostra nel loro quotidiano presente. Così in un capitolo ci troviamo nell’ambulatorio dove Daniel porta ogni settimana il figlio del primo matrimonio per alleviare una grave forma di eczema; voltando pagina siamo a Londra dove la giovane Claudette negli anni Novanta insieme a tante ragazze cerca di “conquistarsi il magico binomio di lavoro + appartamento, se possibile nello stesso istante, perché uno sembrava impossibile senza l’altro”. E in mezzo alle storie e poi alla storia comune di Daniel e Claudette ci sono gli altri personaggi, o meglio ci sono le loro famiglie: i genitori, gli ex coniugi, i figli di primo e secondo letto in un gioco di continui richiami che vanno a comporre un puzzle via via sempre più chiaro e intenso. Tra tutti come dicevamo svetta la figura di Daniel, ottimo padre nonostante il rapporto disastroso con il suo, o forse proprio per quello; marito innamorato e complice di Claudette, donna dalla forte e a volte ingombrante personalità. Ma soprattutto un uomo che sa mettersi a nudo, guardarsi dentro, ammettere le proprie manchevolezze ma non per questo assolversi. Seguiamo il suo percorso per cercare una piena consapevolezza di sé attraverso rimorsi e rimpianti, rabbia e slanci di felicità, decisione ponderate e gesti impulsivi e ammiriamo la capacità di Maggie O’Farrell di raccontare la vita. Semplicemente la vita, con empatia, ironia, partecipazione e distacco insieme. Grazie anche a un linguaggio ricco e intenso come i paesaggi umani e naturali che racconta.

Cristina Henríquez, ANCHE NOI L’AMERICA, NNE, 2016 (traduzione di Roberto Serrai)
“A quel tempo volevamo soltanto le cose più semplici: mangiare del buon cibo, dormire sereni la notte, sorridere, ridere, sentirci bene. Ci sembrava di averne diritto, noi come chiunque altro. Certo, se ci penso adesso, capisco quanto sia stata ingenua. Ero accecata da un moto di speranza e dalla promessa del possibile, convinta che nelle nostre vite non fosse rimasto più nulla in grado di andare storto”: comincia così, con la voce di Alma, ANCHE NOI L’AMERICA il potente e commovente romanzo che ha confermato il talento di Cristina Henríquez. Ma prima di addentrarci nella storia e nella scrittura del libro, bisogna sottolineare il sapiente e raffinato lavoro dell’editore NN che non solo ci ha portato questa voce unica e indimenticabile ma l’ha fatto nel migliore dei modi, con una traduzione all’altezza e un apparato rigoroso e rispettoso dei lettori a partire dalla nota finale del traduttore che vi farà comprendere molto altro sul racconto sino ai materiale che potete trovare sul sito www.nneditore.it. Anche se la vicenda narrata dalla scrittrice americana è in realtà molto semplice non è facile riassumere la ricchezza di temi, storie, sentimenti di ANCHE NOI L’AMERICA. Partiamo da Alma che lascia legalmente con il marito la cittadina natìa in Messico per il Delaware, negli Stati Uniti, dove sperano di trovare una scuola adatta a Maribel. La ragazzina, infatti, dono tardivo di una coppia unita e innamorata, cresce bella, vivace e intelligente sino a quando, a causa di una caduta, subisce un danno neurologico che le causa amnesie e assenze. Per i Rivera gli Stati Uniti rappresentano la possibilità di guarire la ragazza o comunque di darle un futuro migliore anche a costo di lasciare tutto: “Rimasi lì a sentire la nostalgia montare e abbattersi su di me, come un’onda, riempiendomi orecchie e narici, minacciando di sbattermi a terra”. Qui i protagonisti si ritrovano in un condominio tutto abitato da immigrati di lingua spagnola e cominciano faticosamente la loro nuova vita. La loro storia è in realtà la storia di migliaia di persone ma Cristina Henríquez riesce a dare voce a chi ha dovuto abbandonare il proprio paese e a chi come il giovane Mayor Toro non sa qual è il suo posto nel mondo: “Mi sentivo americano più di ogni altra cosa, ma anche su questo si poteva discutere, almeno secondo i miei compagni che a scuola mi prendevano in giro da anni, mi chiedevano se ero parente di Noriega e mi invitavano ad attraversare il canale e tornare a casa mia. La verità è che non lo sapevo cosa fossi. Mi sentivo americano e non me lo lasciavano dire, mi dicevano che ero panamense ma non mi ci sentivo”. Attraverso la quotidianità dei suoi personaggi Cristina Henríquez non ci fa sconti sulla sofferenza e le ingiustizie ma sa anche raccontarci la solidarietà, le amicizie, l’innamoramento, la speranza di poter trovare e soprattutto costruire un futuro migliore. E tratta con sensibilità anche la disabilità, regalando a Mirabel una voce autentica, scevra da ogni facile banalizzazione. Si esce dalla lettura o meglio si arriva alla fine delle pagine, perché in realtà dal libro non si esce più, con una sensazione insieme di grande dolcezza e profonda tristezza. E ci si sente inquilini non solo del condominio dove vivono i Rivera e gli altri immigrati, ma inquilini di un mondo dove siamo di passaggio e dove tutti cerchiamo di non lasciare calpestare le nostre piccole speranze e i nostri sogni.

Flavia Piccinni, QUEL FIUME È LA NOTTE, Fandango, 2016
“Siamo la nostra capacità di sopravvivere ai lutti, nient’altro”. Non è il racconto del viaggio in India di Lea, che fugge da una vita apparentemente felice per vagabondare per un mese intero o forse più, armata solo di uno zaino e della sua disperazione, al centro del nuovo romanzo di Flavia Piccinni. La vera storia di QUEL FIUME È LA NOTTE è in realtà il racconto di un aborto o meglio di quello che accade a una donna dopo che effettua un’interruzione di gravidanza. Che Lea ha liberamente scelto ma che le ha lasciato cicatrici indelebili e pensieri sempre costanti su quel figlio che si è rifiutata di avere. Il romanzo di Flavia Piccinni non è un racconto a tema e non vuole prendere una posizione politica o teologica sulla dibattuta questione dell’aborto. Ne indaga letterariamente i sentimenti, mettendo al centro della storia una donna che decide di non essere madre, ma che poi deve scendere a patti con la sua educazione, il suo essere figlia e moglie, le aspettative della società in cui è cresciuta e che forse sono ancora le sue. Lea si trova a un bivio e la fuga in un paese dove nell’immaginario collettivo è la spiritualità ad avere il sopravvento sulla realtà sembra una buona soluzione per guardarsi dentro e venire a patti con se stessa. In QUEL FIUME È LA NOTTE i veri protagonisti sono gli assenti: il bambino che Lea ha deciso di non far nascere e il marito che di quel bambino sarebbe stato il padre. Un romanzo coraggioso e riuscito, che conferma il talento di Flavia Piccinni. Nata nel 1986, la scrittrice tarantina è già al terzo romanzo. È inoltre coordinatrice editoriale della neonata casa editrice Atlantide. E ci conforta sul presente e il futuro della narrativa italiana.

Gianni Farinetti, IL BALLO DEGLI AMANTI PERDUTI, Marsilio, 2016
Gianni Farinetti è sempre una certezza e ci regala una lettura piacevole dove si alternano momenti di puro relax, anche grazie all’ambientazione nelle Langhe, e momenti dove il mistero prende il sopravvento.
Per merito anche di una scrittura dettagliata e vivace che sin dalle prime pagine ci cala nell’ambientazione del romanzo.
Tanto che cominciamo anche noi a pensare a quale abito indossare per il capodanno in maschera organizzato dall’ambizioso sindaco del paesino delle Langhe dove è ambientata la vicenda.
Ma il valore del racconto è nel teatro che Farinetti anima con i suoi tanti personaggi, regalandoci una commedia che diverte e fa pensare.

Jane Urquhart, SANCTUARY LINE, Nutrimenti, 2016 (traduzione di Nicola Manuppelli)
“Io credo che le cose che ci attraggono e quelle che ci respingono abbiano lo stesso potere sul nostro corpo e sulla nostra mente, e sembrano, almeno a me, ugualmente determinanti nel nostro destino... Messa fuori rotta da un improvviso salto di vento, una farfalla non raggiungerà mai la sua destinazione. Morirà in volo, senza accoppiarsi, e le meravigliose potenzialità contenute nelle sue cellule e affidate alla sua migrazione non potranno mai realizzarsi”. Arriva finalmente anche per i lettori italiani la voce della scrittrice canadese Jane Urquhart, considerata l'erede di Alice Munro e Margaret Atwood. Grazie alle edizioni Nutrimenti e alla poetica traduzione di Nicola Manuppelli possiamo leggere quello che è considerato il suo romanzo più rappresentativo, SANCTUARY LINE, e assaporare la sua prosa potente ed allusiva. La protagonista, l’entomologa Liz Crane, viene chiamata a lavorare in un centro di ricerca per studiare la migrazione delle farfalle monarca, e ritorna così a vivere nella fattoria in riva al lago Erie dove ha trascorso le estati della sua infanzia. La fattoria e i terreni sono così rovinati che è difficile immaginare gli sterminati frutteti e soprattutto la miriade di persone che ci giravano intorno. Zii e cugini di Liz, ma anche i lavoratori che giungevano annualmente dal Messico per la raccolta. Liz attribuisce la colpa al geniale e imprevedibile zio Stanley, scomparso senza più dare sue notizie, tanto da non sapere neppure della morte in missione di pace in Afghanistan della talentuosa figlia Mandy: “Per quanto mi riguardava mio zio aveva perso la cittadinanza nella geografia dei nostri antenati. Aveva perso il privilegio di poter rivendicare un posto per sé nella mappa del mondo, e volevo che anche il ricordo di lui venisse cancellato”. Il romanzo è un continuo rimando tra passato e presente e la protagonista stessa sembra abitare più stagioni della vita nello stesso tempo e veramente mai nessuna. Liz vive come sospesa e l’unica certezza della sua malinconica esistenza sono le farfalle e l’inesorabile destino a cui la natura le ha destinate. Jane Urquhart sembra dirci che nulla possiamo fare per guidare la nostra vita perché “raccontandoti questa storia, adesso, non faccio che confermare il mio convincimento riguardo all’arbitrarietà e alla fragilità che governano il formarsi delle famiglie umane”. SANCTUARY LINE ti culla nella dolcezza dei ricordi, ti illude con il primo amore mai dimenticato (“Molto di un primo amore – forse di ogni amore – cresce nella solitudine e nell’assenza. Si potrebbe rimuovere uno dei giocatori dal tavolo e non cambierebbe nulla, perché l’immaginazione è fatta così. E quell’amore diventa strano, una volta che è entrato nella casa che l’immaginazione ha costruito per lui”), ti racconta la storia di un paese popolato di migranti, ti sorprende con un finale inaspettato e soprattutto ti convince del grande talento di Jane Urquhart.

Elvio Fassone, FINE PENA: ORA, Sellerio, 2015
Questo è un libro da cui mi difendevo da tempo. Persone amiche e fidate sollecitavano la lettura, ma io mi tenevo ben lontana con una strana sensazione di angoscia. Avevo torto e ragione. Ragione nel difendermi perché è uno di quei libri che ti cambia la visione del mondo. Torto perché lo pensavo una pura testimonianza e invece tanto di cappello a Elvio Fassone perché è stato un ottimo magistrato ma è anche un capace narratore. Quindi non fate come me e leggetelo al più presto! “FINE PENA: ORA”, il titolo del libro è il rovescio della medaglia di “Fine pena: mai” la formula giuridica di chi è condannato all’ergastolo. Nel racconto del magistrato e componente del Consiglio Superiore della Magistratura, c’è sempre un duplice punto di vista a partire dal fuori-dentro al carcere. FINE PENA: ORA infatti racconta la corrispondenza durata ventisei anni tra Elvio Fassone, presidente del maxi processo alla mafia catanese del 1985 a Torino e Salvatore, a soli 28 anni uno dei capi indiscussi di quell’organizzazione criminale, condannato all’ergastolo per quindici omicidi. Il processo durò quasi due anni, e tra i due si instaurò un rapporto di reciproco rispetto e quasi di fiducia. Il giorno dopo la sentenza, il giudice gli scrive d'impulso e gli manda un libro: “non so ancora che questo piccolo gesto cambierà due vite, quella di Salvatore e un poco anche la mia. Senza i 26 anni di scambio che seguiranno, avrei concluso una carriera ineccepibile e arida come quella dei giudici di Spoon River, attori di spoliazioni umane altrui e propria, prigionieri del ruolo. Senza quel pacchetto Salvatore – me lo confesserà più tardi – avrebbe cercato assai prima di porre fine alla sua esistenza”. Saranno 1300 le lettere che i due si scambieranno e quando Salvatore tenta di togliersi la vita dopo 30 anni in carcere Fassone decide che quel “Fine pena: mai” che la giustizia ha scritto sulla sua scheda si deve trasformare in “Fine pena: ora” e che è necessario raccontare la storia della fitta corrispondenza. “Questa vicenda – spiega Fassone – ha un particolare che credo la differenzi dalle altre. All’inizio della storia c’è qualcosa che l’ha messa in moto, qualcuno che ha pronunciato la condanna di Salvatore all’ergastolo, che ha spalancato i cancelli destinati a rinchiuderlo per sempre. Ebbene, l’uomo che ha segnato la sua vita e poi, in qualche misura, lo ha accompagnato per ventisei anni, sono io”. Il racconto di Fassone non è solo il legame tra due uomini, ma una profonda riflessione sul delitto e sulla pena, sul senso del carcere a vita, sulla legislazione carceraria, su cosa significhi essere dentro. E’ un libro pieno di domande che ci toccano da vicino e ci obbligano ad ampliare il nostro punto di vista. FINE PENA: ORA è anche l’apologia di un destino che Salvatore sente spesso come ineluttabile (“presidente... le volevo dire che se suo figlio nasceva dove sono nato io, adesso era lui nella gabbia, e se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato, ed ero pure bravo”), ma che a volte lo è per inghippi burocratici che non dovrebbero poter decidere il corso di un’esistenza e togliere a un uomo ogni speranza: “Caro presidente, sono sereno, anche se sono stanco di sbarre, sono arrivato al punto che rifiuto del tutto di stare qui, lei può dire che ci ho passato la vita, è vero, ma adesso non mi ci trovo più, e se penso che ho passato tutti questi anni in carcere, delle volte non ci credo nemmeno io, come ho fatto a sopportare tutto quello che ho passato, ho il rifiuto di questo ambiente...”. Elvio Fassone ha prima scritto una lettera che in qualche modo ha cambiato la vita di Salvatore; ora con questo libro ha mandato anche a noi un messaggio che arriva dritto alla mente e al cuore.

Cinzia Bigliosi, A MILLE CE N’È, L’Iguana, 2015
Tra le cose più terribili che possono capitarmi nel mio lavoro c’è che un’amica scriva un romanzo. Lo so, sono fortunata... Ma tra le cose più belle e devo dire assai rare c’è che il libro sia bello, come in questo caso. Della serie: ritrovare una vecchia amica e rincontrarla in questo romanzo breve, di ottima fattura. “Cipressi? Le piante che non danno frutti sono come le donne che non fanno figli: belle e inutili” avevano commentato tra loro, con roco disprezzo, i contadini disgustati... Passando davanti al bosco di cipressi, Irma cercava di immaginare la vita delle persone che infinito tempo prima avevano deciso di inoculare la propria esistenza dietro una densa tenda di rami, protette e nascoste, isolate su una zolla di terra recintata da cipressi cimiteriali... Se socchiudeva gli occhi poteva vedere la casa coperta dall’ombra longilinea delle piante e riparata dalla canicola... Nel suo pensiero aveva deciso che in quella casa non poteva non abitare una solida felicità, custodita dai cipressi che ne nascondevano l’esistenza alle crudeli intemperie del mondo di fuori”: in questo breve brano c’è condensato A MILLE CE N’È, il romanzo di esordio di Cinzia Bigliosi, docente di letteratura e traduttrice. La mancanza di figli, gli alberi, la casa, i sogni, le unioni felici, le amare delusioni. Un libro breve, pubblicato dal raffinato editore veronese L’Iguana, ma dove in realtà ci sono tante storie e soprattutto molti livelli di lettura. Colpisce da subito la lingua precisa, raffinata, quasi chirurgica e la capacità di dare voce ai sentimenti delle sue protagoniste. Una, Irma, architetto entusiasta del suo lavoro, un matrimonio senza figli, ma comunque felice; l’altra, la moglie del direttore, serena madre di una bambina curiosa e vivace intenta a giocare nel bel giardino della villa dove vive la famiglia. Le due donne si incontrano, o meglio si scontrano per un gioco incredibile del destino che cambierà le loro vite. Cinzia Bigliosi ci porta per mano nelle loro esistenze per poi sorprenderci con un finale inaspettato. Con uno stile e un ritmo che ricordano i film insieme glamour e agghiaccianti di Alfred Hitchcock. Cinzia Bigliosi ha tradotto molti romanzi; con il passaggio in qualche modo dall’altra parte della pagina ci fa conoscere anche il suo sicuro talento di narratrice.

Stefano Trinchero, LA COPIA INFEDELE, 66thand2nd, 2016
Quello che mi ha colpito subito sin dalle prime pagine di LA COPIA INFEDELE è il registro ironico se non comico che caratterizza la scrittura di Stefano Trinchero. Finalmente, ho pensato! Ecco, il romanzo dello scrittore torinese è di quel genere, assai raro, che vorresti avere dietro ovunque, per tirarlo fuori alla minima occasione di lettura. Guido Riberto, giornalista sportivo che si occupa molto pigramente della terza squadra di Torino, la Lungodoriana, a causa dell’incidente stradale che vede coinvolto Gonzalo Malagutti, punta argentina della squadra, vede sconvolto il suo tranquillo tran tran. L’indagine sulla vicenda infatti lo porterà fuori dalla redazione del giornale e lontano dai campi di gioco. A partire dalla figura del calciatore che dà il via alla storia, sino agli assicuratori che compariranno nella seconda parte del romanzo, (“Dominici si allontanò mettendo fine alla conversazione e Fasano lo osservò disgustato mentre si dirigeva verso una fila di automobili bianche. Per lui, che in vita sua aveva trascorso più tempo seduto sul sedile di un’auto di quanto non ne avesse passato disteso in un letto, era del tutto inconcepibile l’idea che un uomo si muovesse su un mezzo di locomozione che non fosse il proprio. Pagare qualcuno per guidare era in assoluto uno dei gesti più degradanti ai quali potesse abbandonarsi un essere umano”), leggiamo una sorta di rosario di fallimenti. Professionali, personali, occasionali, senza speranza, ben collocati nel grigio panorama delle strade di Torino che Trinchero ci costringe a percorrere in lungo e in largo. Perché LA COPIA INFEDELE lascia la strana sensazione di muoversi continuamente per rimanere però nella stessa desolazione di partenza. Lo scrittore piemontese riesce a dilatare le atmosfere del racconto e quasi a sfidare il nostro immaginario, soprattutto cinematografico: ora ci sembra di essere in un film di Woody Allen, subito dopo in un ganster movie e ancora dopo nella alienante società industriale descritta da Charlie Chaplin. Così LA COPIA INFEDELE non è catalogabile, se ce ne fosse bisogno, nel genere noir ma riesce ad essere anche romanzo sociale, fedele rappresentazione della vita in una redazione di giornale, ironico ritratto dei teatri “alternativi”, riflessione disincantata sulle aspirazioni deluse, accurato bignami dell’amicizia al maschile. E il grigio della bellissima copertina di Toccafondo è il colore dominante, dalle pagine del giornale alle strade asfaltate, dal denaro che è alla base di tutto sino ai faldoni delle pratiche assicurative. Tutto questo arriva al lettore grazie a una scrittura scorrevole e accurata, a un ritmo incalzante, a dialoghi serrati e mai inutili, a un tono autenticamente comico, cifra caratteristica dell’autore e così rara da trovare. Stefano Trinchero possiede sicuramente una sua voce narrativa, un immaginario ricco che riesce a domare in funzione della storia, uno sguardo critico che si sente vigile tra le parole ma che non diventa mai pedante e giudicante. Bravo!

Francesco Abate, MIA MADRE E ALTRE CATASTROFI, Einaudi 2016
“Guarda, figlio mio, io te lo dico chiaro e tondo. - Sì, Ma’. – Tu con questo libro rischi di fare uno scivolone. Penseranno che tua madre è una macchietta. Diranno che l’hai fatta facile. Crederanno che sei un mammone, che ci sentiamo cento volte al giorno, invece, se capita una volta alla settimana è un miracolo. Diranno che sei stato superficiale. E poi, non capisco perché non hai mai parlato di come faccio lo stoccafisso che ti piace tanto. Ti accuseranno di essere stato leggero e frivolo. Comunque un passaggio a tua zia Rosa, che di ogni tuo libro ne compra dieci copie, potevi anche dedicarglielo. Bisbiglieranno che sei stato inconsistente, e buffone. Figlio mio, guarda, te lo dico chiaro e tondo, qui tu rischi grosso”: si intitola MIA MADRE E ALTRI CATASTROFI il nuovo libro di Francesco Abate e non è difficile scoprire la protagonista. Anche se in realtà in questo libro non c’è nulla di scontato. Intanto perché è tutto fatto di dialoghi e nello stesso tempo racconta una storia, che non è quella della professoressa Pisano, mamma appunto di Francesco Checco Abate ma quella di un’intera comunità attraverso il rapporto tra una madre e il figlio. Perché il giornalista e scrittore sardo prima ci conquista con il sottile e mai banale umorismo di una madre intransigente e dotata di ogni tipo di superpotere, poi ci convince con lo sguardo affettuoso e pieno di stima con cui la rappresenta. MIA MADRE E ALTRE CATASTROFI prende certo il via da una madre che insieme alle innumerevoli doti ha anche quella di un involontario umorismo ma alla fine è più la storia di Checco, da bambino timido a giornalista delle pagine culturali, assediato da grafomani convinti. Francesco Abate ci regala un libro che si legge come un divertissement ma che in realtà è un racconto solido e intelligente. MIA MADRE E ALTRE CATASTROFI è anche un’accurata psicopatologia della madre italiana, un omaggio a una figura troppo spesso data per scontata ma che possiede davvero molti superpoteri. Arrivati alla fine del libro non si può non amare la donna coraggiosa e volitiva a cui è ispirato; e non si può neppure non ammirare la capacità narrativa di Abate che riesce a evitare tutti i rischi in cui si può incorrere con una tale operazione, compresa l’ira della propria madre. Ma non poteva essere diversamente perché Francesco Abate è dotato di talento, empatia e una sana ed inesauribile ironia.

Emiliano Poddi, LE VITTORIE IMPERFETTE, Feltrinelli, 2016
“Suppongo che tutti i bambini coltivino progetti troppo ambiziosi perché si possano tradurre in realtà. Poi, man mano che la loro statura aumenta, si espandono anche la consapevolezza, l’esperienza, la capacità di accontentarsi e di accettare quello che viene (...) crescere significa il più delle volte ridurre le proprie attese, abbassare l’asticella delle aspirazioni, concepire sogni sempre più modesti e intanto lasciarsi alle spalle quelli che non si sono realizzati. (...) Fingiamo con noi stessi di non aver mai alimentato desideri grandiosi, cerchiamo di dimenticarli oppure, se ce ne ricordiamo, li trattiamo con sufficienza, volevo vincere una medaglia d’oro, pensa che scemo, ero sicuro che sarei andato alle Olimpiadi...”. Il nuovo romanzo di Emiliano Poddi sembra un’apologia dei giochi olimpici. Di chi, la maggior parte, ha sognato di andarci ma non ci ha mai messo piede neppure come spettatore; di chi ci è arrivato vicino e ancora lo rimpiange; di chi ce l’ha fatta, ma poi non ha vinto nessuna medaglia e di chi, pochissimi, quella medaglia se lo sono sentita mettere al collo. Come già in TRE VOLTE INVANO lo sport al centro del racconto è il basket ma paradossalmente è l’elemento meno determinante. Perché LE VITTORIE IMPERFETTE prende il via sì dalla storica finale USA-URSS della drammatica Olimpiade di Monaco 1972 ma quello che Poddi in realtà racconta è la vita fuori dal campo dei suoi personaggi. Conosciamo così i due numeri 14 delle due squadre, Sasa Belov e Kevin Joyce, decisivi in quella partita, ma anche un ragazzo brindisino che comincia a giocare a basket già nella pancia della sua mamma. Man mano che procediamo nella lettura, grazie alla scrittura scorrevole, elegante e cerimoniosa insieme, ci sentiamo anche noi degli atleti, che, in qualche modo, il romanzo se lo devono guadagnare. E così riusciamo a districarci con scioltezza tra i tanti personaggi, a saltare senza indugio gli scarti temporali, a inseguire ma anche distinguere i canestri e le medaglie. Diventiamo sempre più bravi a non confondere luoghi e nazionalità, anche se alla fine sogni, speranze e delusioni accomunano tutti e tre i protagonisti. Ritratti con affetto e malinconia come in un quadro di Hopper.

Aidan Chambers, OMBRE SULLA SABBIA, Rizzoli, 2016 (traduzione di Beatrice Masini)
“Nelle mie visite in Italia ho scoperto che i lettori italiani hanno qualcosa di diverso. O almeno quelli che ho incontrato, quelli a cui piacciono i miei libri. E’ difficile spiegare con precisione che cosa. Ma c’entra con il loro appassionato entusiasmo, la loro smisurata apertura, il loro interesse per come una storia viene raccontata, pari a quello per l’argomento della storia. Domande e commenti sono inflessibili e indagatori. La cosa che mi fa più piacere è che sono interessati alle idee e agli aspetti spirituali della vita, a quello che definirei l’anima. L’energia della loro accoglienza e la loro intelligenza vivace sono tonificanti. Dopo averli incontrati mi sento più vivo”. Ogni volta che esce un libro di Aidan Chambers ritorno adolescente. Non solo per i protagonisti dei suoi libri ma soprattutto perché adoro Chambers come solo nell’adolescenza ci si può innamorare di un proprio idolo. E devo sempre ringraziare Rizzoli che non ha mai smesso di tradurlo e farlo conoscere ai giovani lettori italiani. Ai quali ora propone, nella bella traduzione di Beatrice Masini, che ha il merito di averlo portato in Italia, il primo libro che Chambers pubblicò, OMBRE SULLA SABBIA, con una nota finale dell’autore che ne raccoglie la poetica e che tutti dovremmo leggere e far leggere. Chambers parla, infatti, dell’ispirazione, ma soprattutto del fatto che i ragazzi vogliono leggere romanzi che parlano di persone come loro, della loro vita e del loro mondo. In questa letteratura giovanile, di cui Chambers è un indiscusso maestro, la vicenda è vista e raccontata attraverso lo sguardo e il linguaggio dei giovani. “Non scrivo per i giovani, né su di loro, ma di loro”, dice spesso lo scrittore inglese. E basta leggere i suoi libri per rendersene conto, anche se non abbiamo più sedici anni. Come succede appunto in OMBRE SULLA SABBIA, dove nella piccola comunità d Marle, un lembo di terra vicino a Newcastle che a seconda delle maree diventa isola, Kevin e Susan sono gli unici ragazzi di diciassette anni. Kevin lavora con il nonno in un piccolo cantiere navale, e Susan e le barche sono tutto il suo mondo. Ma per Susan invece gli orizzonti di Marle sono troppo ristretti e così decide di andare nella grande città. Kevin si trova di fronte a un bivio: seguire la ragazza di cui si rende conto di essere innamorato o rimanere a Marle, accanto all’amato nonno e sempre in lite con il padre autoritario e umorale. Quello che Chambers riesce sempre a rappresentare con grande onestà e coinvolgimento sono proprio le decisioni e le svolte necessarie per crescere. E lo fa grazie alla letteratura, raccontando i suoi personaggi a tutto tondo, mostrandone i pensieri senza falsi paternalismi e una leggerezza che fa risaltare la vita vera: “Faccio arte, non sono un dispensatore di insegnamenti o lezioni di vita, e non uso la storia per discutere di tematiche sociali, politiche o morali... Non voglio che le mie storie dicano alla gente cosa deve pensare ma piuttosto, se possibile, che ispirino la formazione di pensieri originali”.

Jung-myung Lee, LA GUARDIA, IL POETA E L’INVESTIGATORE, Sellerio, 2016 (traduzione di Benedetta Merlini)
“La poesia riflette la nostra anima... è come gettare un secchio in un pozzo profondo e scuro e poi tirarlo su colmo di verità. La poesia rassicura le nostre vite, ci aiuta e ci salva”. Come dice il titolo, LA GUARDIA, IL POETA E L’INVESTIGATORE, c’è effettivamente un omicidio nel romanzo dello scrittore coreano Jung-myung Lee, ma già dalle prime pagine capiamo di non essere di fronte a un giallo e alla fine non ci importa scoprire chi ha ucciso la sanguinaria guardia Sugiyama. Del resto Sellerio ci ha abituati a scelte di grande qualità e mai banali e LA GUARDIA, IL POETA E L’INVESTIGATORE è sicuramente una di queste. Il romanzo di Jung-myung Lee è prima di tutto un inno alla poesia e alla letteratura. Ambientato in un luogo dove le parole vengono censurate e distrutte. Siamo nella prigione di Fukuoka in Giappone nel 1944 e oltre ai detenuti comuni ci sono molti oppositori politici coreani. La Corea infatti è sotto il dominio nipponico. Ai detenuti coreani viene imposto un nome giapponese e non possono parlare e scrivere nella loro lingua. Vengono requisiti e bruciati tutti i testi in coreano ma anche quelli in giapponese ritenuti sovversivi. La violenza, gratuita e immotivata, è all’ordine del giorno come le privazioni, le torture, le malattie, la morte. Un giorno viene trovata assassinata la guardia carceraria forse più sanguinaria, addetta anche alla censura. Seguendo le tracce del suo lavoro una giovane guardia incaricata delle indagini conosce un detenuto particolare, un famoso poeta coreano, autore di scritti sovversivi. Tutto il romanzo gioca quindi intorno al termine centrale del titolo, il poeta:
Nello specchio di rame chiazzato di ruggine
resta impresso il mio volto coperto di vergogna
traccia di quale dinastia?

Ogni singola parola aveva fatto breccia nel suo cuore. Dong-ju gli si parò davanti nella sua magrezza scheletrica. Sugiyama alzò lo sguardo, ripiegò con cura il foglio di carta e se lo rimise in tasca. «Come fai ad avere quella poesia?» chiese Dong-ju. Sugiyama non sapeva cosa rispondere. Era stato lui ad aver dato alle fiamme le poesie di Dong–ju e non poteva certo dirgli che quella poesia aveva guarito il suo cuore malconcio. Non poteva certo confidargli che ogni volta che la leggeva, era come se finalmente avesse trovato quel che cercava disperatamente da tempo”.
Il romanzo di Jung-myung Lee è un’analisi lucida e spietata del rapporto vittima-carnefice. Dove le parole sono lo scudo per mantenere la propria identità. E i primi a riconoscere la forza del linguaggio sono i carcerieri. Che però rischiano di subirne anche loro il potere magico. Così l’arte, che sembra bandita da quel luogo ai limiti dell’umano, in realtà resiste grazie alla musica di un pianoforte, al volo di un aquilone, ai versi di una poesia, ai sentimenti espressi attraverso una cartolina. E il romanzo, ambientato nella prigione dove i detenuti più pericolosi e disprezzati sono gli “inutili” intellettuali e dove si cerca di annullare la loro identità proibendo le parole della poesia e della letteratura, è in realtà un libro pieno di libri e di lettori. Non stupisce che LA GUARDIA, IL POETA E L’INVESTIGATORE abbia venduto oltre un milione di copie e sia stato tradotto in numerosi paesi. Gli auguriamo di avere lo stesso successo in Italia perché è il libro che ogni lettore dovrebbe leggere.

Beatrice Masini, I NOMI CHE DIAMO ALLE COSE, Bompiani, 2016
Ci si trova immediatamente a casa nel nuovo romanzo di Beatrice Masini, I NOMI CHE DIAMO ALLE COSE, pubblicato da Bompiani. Intanto perché è proprio una casa al centro delle vicende narrate, ma soprattutto per il linguaggio coinvolgente e diretto, confidenziale ed ironico. Leggendo si ha la sensazione quasi fisica di trovarsi nella casa cantoniera o meglio di portineria che Anna riceve in eredità da una famosa scrittrice per bambini. Il lascito le sembra un segno del destino per lasciare la caotica Milano, ma soprattutto una relazione senza via d’uscita per le tranquille e affascinanti rive del lago di Garda. In realtà non sarà la tranquillità quella che troverà Anna a partire dai fantasmi che pare abitino la vecchia casa, ma una nuova consapevolezza di sé sicuramente sì. Anche grazie ai tanti incontri che contraddistinguono il romanzo: Tiziano, il fedele e provvidenziale direttore dei lavori di restauro, ma anche un amico discreto e comprensivo; un affascinante vicino di casa, dai tratti mediorientali; due bambine figlie di una coppia di contadini alternativi, Gregorio, il figlio di Irene Bandini, prima ostile per l’eredità sfumata poi sempre più accessibile e fonte di notizie sulla famosa madre; Umile, la fedele segretaria della scrittrice con la quale condivide un segreto e non solo. Tra i personaggi è giusto non dimenticare il lago, con i colori mutevoli, il clima mite, ma anche la crisi economica e i cambiamenti sociali che causa. Per chi ama e conosce i luoghi sarà una piacevole rimpatriata, per chi non li ha visti un invito per andare a visitarli, seguendo anche le storie del libro. Già dal titolo poi si capisce che Beatrice Masini gioca e ama giocare con le parole. Con quelle delle fiabe ritrovate in una scatola di latta; con quelle rare di Tiziano sino al lavoro di Anna, che scrive le storie degli altri. Con un rosario di voci e storie che si intrecciano, si intersecano, a volte quasi si scontrano e che sfidano il lettore a tirare le fila, pian piano, per non perdere neanche una parola.

Roger Rosenblatt, UNA NUOVA VITA, Nutrimenti, 2016 (traduzione di Nicola Manuppelli)
“I morti hanno occupato gran parte del mio tempo in quest’ultimo anno: libri e poesie sui morti, conversazioni con altre famiglie riguardo ai loro morti. Vedo la morte anche nelle frasi e nei testi più innocenti. Al momento sembra una cosa casuale ma so che non lo è. Dovrei cercare di tenermi lontano dall’argomento... Ginny e Harris potranno anche avere la sensazione che la vita li abbia in qualche modo preparati allo stato attuale delle cose. Io no. Dubito che la vita mi abbia mai preparato a qualsiasi situazione, perché fino a quando Amy è morta ho sempre creduto che le cose positive semplicemente accadessero. Fatta eccezione per un paio di delusioni, probabilmente meno di quanto avrei meritato, ho avuto una vita fortunata. Sto imparando solo adesso quello che la maggior parte delle persone apprende in età molto più giovane: che la vita richiede capacità di sopportazione e che le ricompense bisogna guadagnarsele”. UNA NUOVA VITA, il memoir di Roger Rosenblatt non può non richiamare alla memoria L’ANNO DEL PENSERIO MAGICO di Joan Didion, ma soprattutto L’ONDA di Sonali Deraniyagala, di cui vi ho già parlato. E molti scrittori l’hanno letto e amato tra cui E.L. Doctorow (“Un memoir splendido e sofferto, che parla di nonni che si reinventano genitori, di morti che sono innaturali, di un tempo che scorre all'indietro. Scritto con una tale compostezza da essere tanto straziante quanto istruttivo”) e Richard Ford (“Rosenblatt ci insegna la pazienza, l'amore, la passione per il quotidiano e la capacità di comprendere come, anche di fronte a una perdita lacerante, non tutto è perduto. Una lezione impartita con fierezza e, allo stesso tempo, con immensa umiltà”). Non si può non essere d’accordo perché in uno scarno volume di poco più di cento pagine Roger Rosenblatt riesce a tratteggiare tantissime storie di vita che riguardano ognuno di noi. A partire dalla morte della figlia Amy, colpita da un infarto a soli trentotto anni. Scossi dal dramma ma decisi a intervenire, Rosenblatt e la moglie lasciano la loro casa di Long Island e si trasferiscono dal genero, nel Maryland, per aiutarlo a occuparsi dei tre bambini, Jessica e Sammy, di sei e quattro anni, e il piccolo James, di quattordici mesi. UNA NUOVA VITA racconta l’anno dopo la morte di Amy, con la convivenza dei nonni con i nipoti, una quotidianità da ricostruire, il desiderio di mantenere sempre viva la memoria di Amy, il tentativo di ritrovare una nuova serenità. Durante la narrazione si alternano le storie di Amy e dei suoi fratelli da piccoli, i gesti quotidiani di Rosenblatt e della moglie Ginny con i nipoti, le reazioni alla morte di Amy, le riflessioni dello scrittore sul suo lavoro e su come sia cambiato dopo la morte della figlia; le considerazioni sul futuro e sulla morte che prima lo avevano toccato solo di striscio. Con un linguaggio insieme cronachistico e sentimentale Rosenblatt riesce a raccontare il dolore, il senso di smarrimento di fronte alla morte di una giovane figlia, moglie e madre, la ferita indelebile che rimarrà per sempre nei cuori dei suoi cari, ma anche la speranza, il fuoco vitale dell’esistenza, la capacità, soprattutto dei bambini di trovare il vero senso della vita nei piccoli gesti della quotidianità. Perché “per quanto ne so, questo significa vivere, dare il giusto valore al tempo che passa”.

Fabio Stassi, IL LIBRO DEI PERSONAGGI LETTERARI. DAL DOPOGUERRA AD OGGI: DA LOLITA A MONTALBANO, DA GABRIELLA HARRY POTTER, Minimum fax, 2015
“Questo libro può essere tante cose: un orario ferroviario, una via lattea, una geografia del sangue, una mappa di arcipelaghi e di costellazioni, un album di scatti fotografici, un quaderno intimo, una raccolta di racconti, una dichiarazione d’amore... Per me è la più vera carta d’identità che possiedo. Perché siamo fatti dei libri che abbiamo letto quanto delle persone che abbiamo incontrato”: ci introduce così nel suo viaggio tra i romanzi Fabio Stassi che, dopo HOLDEN, LOLITA, ZIVAGO E GLI ALTRI. PICCOLA ENCICLOPEDIA DEI PERSONAGGI LETTERARI (1946-1999), riprende il suo catalogo di amici di carta per condividere con noi i suoi incontri. IL LIBRO DEI PERSONAGGI LETTERARI. DAL DOPOGUERRA AD OGGI, sempre pubblicato da Minimum fax, è un vero regalo per i lettori, più o meno forti. Forse lo stesso Fabio Stassi non è consapevole del valore del libro che apre le porte a centinaia di letture ma anche a un serie di percorsi, spunti, rimandi pressoché infiniti. Si può aprirlo a caso e scoprire a quale libro appartiene il personaggio raccontato; si possono cercare i protagonisti nati sulla carta nel nostro stesso anno. Si può vedere cosa scrive Stassi di libri che abbiamo letto e amato o invece cercare quelli che non conosciamo. In mezzo ai personaggi fittizi il libro di Stassi è anche il magnifico ritratto di un lettore e anzi di tutti i lettori: “Leggere, in fondo, è uno degli atti più privati e solitari che possiamo fare, e dichiarare il modo in cui si legge equivale a mettersi a nudo. Il mio è infantile e adolescenziale: finisco sempre per indossare i panni di un altro e immedesimarmi con lui fino a sovrapporre la mia voce alla sua e non riuscire più a distinguerla. Un ritratto, a saperlo interpretare, ci rivela chi lo ha dipinto assai più di chi raffigura”.

Igort, QUADERNI GIAPPONESI, Coconino press, 2015
“Kurihara Sa, il gran capo della settima divisione editoriale della Kodanska, mi disse un giorno che il Giappone era come uno scrigno e che chi voleva avvicinarsi doveva avere le chiavi di quello scrigno, per poter godere dei tesori custoditi al suo interno. Io mi ci sono avvicinato da oltre vent’anni e lo frequento assiduamente questo luogo dell’anima. Eppure il suo mistero si rinnova continuamente”. Dopo i QUADERNI RUSSI, i QUADERNI UCRAINI e le PAGINE NOMADI Igort ci regala un altro viaggio a Oriente, forse ancora più personale. QUADERNI GIAPPONESI infatti è una autofiction per immagini, un viaggio in Giappone, nella sua millenaria cultura, nella sua storia attraverso i Manga e gli Anime, la fabbrica di sogni a fumetti e cartoons più grande del mondo. Con occhio appassionato ma realistico l’artista italiano ci racconta un paese e le sue contraddizioni, attraverso lo stile di vita e la quotidianità dei giapponesi. Mostrandoci le case, le strade, i quartieri, gli alberi, i personaggi più significativi, soprattutto nell’ambito dell’arte del fumetto e le persone comuni. E soprattutto componendo per gli amanti dei fumetti ma anche per i neofiti un ritratto sentito della cultura giapponese attraverso le arti visive. QUADERNI GIAPPONESI ti riempie gli occhi di immagini, storie, suoni, profumi da cui non riesci più a uscire.

Julia Glass, L’OSCURA SACRALITÀ DELLA NOTTE, Nutrimenti, 2015 (traduzione di Dora Di Marco)
Ted Thompson, LA SECONDA VITA DI ANDERS HILL, Bollati Boringhieri, 2016 (traduzione di Maya Guidieri Berner)

Comincio a leggere LA SECONDA VITA DI ANDERS HILL e ho la sensazione di avere appena letto un libro che in qualche modo me lo ricorda e racconta sempre di un uomo in crisi. E’ proprio così. Ma mentre il titolo del romanzo d’esordio di Ted Thompson annuncia immediatamente il cuore della storia, L’OSCURA SACRALITÀ DELLA NOTTE, il poetico titolo del nuovo romanzo di Julia Glass non rivela niente del contenuto del libro. Anche qui ci troviamo a leggere di un uomo arrivato a un bivio della sua esistenza, che per cercare una nuova ragione di vita decide di intraprendere un viaggio per fare luce sul suo passato. Kit Noonan, professore di storia dell’arte rimasto senza lavoro ma anche senza nessuno stimolo per trovare una nuova occupazione, si dedica pigramente alle faccende domestiche e ai suoi figli, fino a quando la moglie Sandra non gli intima di usare questo vuoto lavorativo per cercare il padre biologico che non ha mai conosciuto. Cresciuto da una madre single, una talentuosa violinista che non ha mai voluto rivelargli il nome del suo vero padre, Kit decide di cominciare a indagare andando a trovare l’uomo che l’ha cresciuto e che poi ha perso di vista dopo che la madre lo ha lasciato. Sulle montagne del Vermont Kit ritrova i vecchi amici e riesce finalmente a scoprire chi è suo padre e perché la madre glielo ha sempre nascosto. Come già in TRE VOLTE GIUGNO, con cui ha vinto il National Book Award nel 2002, Julia Glass si prende tutto il tempo per raccontarci la sua storia e anche noi dobbiamo adeguarci al suo ritmo senza essere impazienti di arrivare alla fine. La sensazione è un po’ quella di viaggiare tra le montagne innevate e gli immensi boschi del Vermont che fanno da sfondo al romanzo. Quello che interessa alla scrittrice americana è offrirci un ampio panorama dell’animo dei suoi personaggi, una mappa dettagliata delle relazioni familiari, un necessario viaggio nel passato per poter affrontare il presente. Il ritorno agli anni dell’infanzia e dell’adolescenza diventa per Kit l’occasione per ripensare il suo presente, per guardare in prospettiva al suo matrimonio, per mettere a fuoco cosa significa essere un padre per chi un padre non l’ha avuto. Cambiamo invece totalmente ritmo con LA SECONDA VITA DI ANDERS HILL, il fortunato romanzo d’esordio di Ted Thompson: qui infatti sin dalla prima pagina vogliamo sapere cosa ne sarà delle scelte di Anders che alle soglie dei sessant’anni, consulente finanziario di successo, membro di prestigio della sua ricca comunità, proprietario di una bella casa in un quartiere residenziale di lusso, sposato e padre di due figli, lascia l’affascinante moglie e il lavoro. Anche se il lettore è chiaramente proiettato nel futuro, Thompson costringe il suo personaggio a guardarsi indietro per poter davvero andare avanti. Cosa ne è stato di quel ragazzo vivace e appassionato, di quell’amore così desiderato e conquistato contro il parere di tutti, della voglia di cambiare il mondo? “Era questo il senso della vita adulta, giusto? Costruire un mondo leggermente migliore rispetto a quello in cui si è nati”, si chiede a un certo punto Anders. Ma allora perché guardando alla sua famiglia e al suo lavoro sente di avere perso e tradito il vero se stesso? Con uno stile scorrevole e senza rinunciare alla leggerezza dell’ironia e a una comicità spesso amara, Thompson mette in scena le crepe e le idiosincrasie del sogno americano e scoperchia il finto perbenismo delle ville di lusso, involucro della famiglia perfetta. Che non esiste in generale, ma ancora meno qui.

Marino Buzzi, L’ULTIMA VOLTA CHE HO AVUTO SEDICI ANNI, Baldini & Castoldi, 2015
Come tutti i lettori credo, ma questo non mi giustifica, riconosco di avere i miei pregiudizi e le mie idiosincrasie. Tra cui la convinzione che gli autori italiani solo in rari casi sappiano raccontare gli adolescenti. Questo volta Marino Buzzi, che ha molti amici e sponsor che mi hanno mandato segnalazioni non troppo velate in più occasioni, mi ha fatto cambiare idea. E riconosco al suo libro una grande sensibilità e onestà intellettuale. “Mi chiamo Giovanni, ho quasi diciassette anni, porto occhiali con lenti spesse e ho superato da poco i centoventi chili. Mi chiamano ciccione, maiale, lurido porco, malato, merendina, grassone, cicciobomba, panzone, trippone, barile, latrina, lardoso e in un milione di altri modi anche se il soprannome che usano più spesso è palla di lardo... So di non essere un tipo particolarmente sveglio e so anche che il mio aspetto non ispira simpatia. E’ tutta la vita che me lo dicono. Che sono uno lento, che non afferro le cose al volo, che non capisco quando è il momento d girare al largo. Quel giorno, il giorno che ho deciso di andarmene, non avevo capito che dovevo stare lontano. Che aprendo una porta la mia vita sarebbe cambiata per sempre”: L’ULTIMA VOLTA CHE HO AVUTO SEDICI ANNI di Marino Buzzi racconta una storia di bullismo, è vero, ma anche molto di più. Colpisce nel romanzo del bravo libraio nato a Comacchio, la capacità di mettere in scena le dinamiche adolescenziali e non solo, con estremo rispetto per i suoi personaggi e il lettore. Il racconto riesce a rappresentare la complessità dei rapporti senza indulgere a facile sentimentalismo o a uno sguardo giudicante e inquisitorio. E mentre alcuni espedienti narrativi potrebbero non convincere del tutto, come l’uso della prima persona, sulla scrittura invece si apprezza il grande lavoro di Buzzi per cercare sempre la parola giusta e necessaria per quello che racconta. Adulti e ragazzi hanno una loro precisa connotazione ma non sono mai figure stereotipate, ma descritte nel loro divenire in relazione agli incontri che fanno e a quello che gli accade intorno. Sicuramente un buon libro adatto a lettori adolescenti e adulti che potrebbero anche leggerlo insieme.

Marilynne Robinson, LILA, Einaudi, 2015 (traduzione di Eva Kampmann)
“Preghiamo. E tutti pregavano. Uniamoci nel canto dell’inno numero quello che vi pare, e tutti cantavano. Perché sprecavano le candele con la luce del giorno? Lui là in piedi che parlava di persone morte da chissà quanto tempo, ammesso che le storie sul loro conto fossero vere, e quasi tutti ascoltavano, o si sforzavano di farlo. Era completamente inutile. I giorni andavano e venivano da soli, senza l’aiuto delle preghiere. Eppure, dappertutto, raduni e riunioni di risveglio, gente che vedeva la luce. Trovava conforto dove conforto non c’era, solo un vecchio che diceva qualcosa che aveva ripetuto tante di quelle volte che probabilmente manco si sentiva più. A proposito del significato dell’esistenza, diceva. Bene. Lei sapeva una cosetta o due sull’esistenza. Era praticamente l’unica questione su cui era informata, e aveva appreso da lui la parola per indicarla... La sera e la mattina, il sonno e la veglia. La fame e la solitudine e la stanchezza e nonostante tutto volerne ancora. L’esistenza...”. E’ difficile scrivere dei romanzi di Marilynne Ronbinson e la cosa migliore è farne intanto sentire la scrittura lieve e densa che dà voce ai suoi personaggi fisici e spirituali insieme. LILA, appena tradotto da Eva Kampmann per Einaudi, è il terzo romanzo ambientato a Gilead. Chi ha letto i due precedenti, GILEAD e CASA conosce i luoghi e i personaggi della scrittrice americana, che in ventotto anni ha scritto quattro romanzi e due saggi, aggiudicandosi tutti i maggiori premi letterari, compreso il Pulitzer nel 2005. Gilead è una piccola cittadina di provincia dello Iowa, il palcoscenico dove la Robinson fa vivere i suoi personaggi. Siamo alle soglie degli anni Cinquanta e Lila vi arriva scappando dalla città, da St.Louis. L’unica cosa che le è cara è un coltello che le ha lasciato Doll, la donna che l’ha allevata e salvata. Lila infatti non possiede neppure il suo nome, non sa chi sono i suoi genitori, ricorda solo che Doll, il viso sfregiato e un grande scialle, l’ha portata via da una casa dove viveva nascosta sotto il tavolo. Doll l’ha nutrita, accudita, abbracciata, protetta e anche se hanno vissuto a lungo per strada, non le ha fatto mai mancare niente. Quando Doll scompare Lila cerca di sopravvivere, “Ma quando rimane un’unica ragione a tenerci in vita, quell’unica ragione a volte è la cattiveria. Ci fa sentire che ci siamo, che stiamo facendo qualcosa”. Lila non smette mai di lavorare duramente e pensare. E quando a Gilead incontro John Ames, il vecchio pastore del paese, lo fa il destinatario delle sue domande. Da una parte una donna ferita, una bambina abbandonata; dall’altra un uomo di Chiesa, considerato un santo, che ascolta e accoglie le sofferenze degli altri. E che riesce a rompere la solitudine di Lila, mentre lei riesce a mostrargli un'altra tristezza, che solo l’amore può attenuare: “Ci sono le cose di cui la gente ha bisogno e le cose di cui non ha bisogno. Ma forse non è vero. Magari non ha bisogno dell’esistenza. Levando quella, tutto il resto seguirebbe a ruota. Quindi, se non hai bisogno di esistere, allora non c’è motivo di pensare alle altre cose di cui non hai bisogno, perché a quel punto non hanno importanza. Non hai bisogno di qualcuno che stia al tuo fianco. Non ne hai bisogno, però invece sì. Togli tutti i piaceri... solo che non sarebbe possibile perché puoi trovare piacere anche in un sorso d’acqua. In un pensiero”. La magia di Marilynne Robinson è nella capacità di raccontare i grandi misteri della vita attraverso i suoi personaggi umili, una piccola comunità in mezzo ai campi di granoturco dove parole come vita e morte, maternità e religione, giustizia e paura prendono senso.

Gazmend Kapllani, BREVE DIARIO DI FRONTIERA, Del Vecchio, 2015 (traduzione di Maurizio De Rosa)
“Già da qualche tempo mi sento afflitto dalla sindrome delle frontiere. Si tratta di una malattia le cui caratteristiche davvero non saprei spiegarvi. Del resto essa non è neppure compresa nel catalogo ufficiale dei disturbi psicologici, a differenza, per esempio, dell’agorafobia, dell’acrofobia o della depressione. Però potrei cercare a grandi linee di descrivervene alcuni sintomi. Ma non adesso. Per il momento vi basti sapere che non sono soltanto io a essere affetto dalla sindrome delle frontiere. Coloro che non hanno mai provato la smania di varcarne una o che non se ne sono mai sentiti respinti faranno fatica a capire di che cosa sto parlando. Il mio difficile rapporto con le frontiere, con i confini, è cominciato piuttosto presto, già da quando ero un bambino. Infatti essere o meno affetto da questa sindrome è in gran parte anche una questione di fortuna: dipende da dove si nasce. Io sono nato in Albania”. BREVE DIARIO DI FRONTIERA di Gazmend Kapllani è uno di quei libri che non smetteresti mai di leggere e rileggere e che vorresti far leggere a tutti. Perché raccontando la sua storia di migrante in realtà racconta ognuno di noi poiché “indipendentemente dal lato in cui ci troviamo, a questo mondo siamo tutti migranti. Con un permesso di soggiorno temporaneo su questa terra, inguaribilmente di passaggio...”. Kapllani non racconta solo la sua storia di migrante, il passaggio negli anni Novanta della frontiera tra Albania e Grecia, ma in questo “diario minimo” apre tantissime finestre narrative che potrebbero essere altrettanti libri. C’è infatti la situazione dell’Albania sotto il regime comunista; la visone che oltre il blocco le persone avevano del mondo occidentale; l’amara delusione una volta passato il confine perché invece di trovare al di là la salvezza, comincia invece la vera lotta. E poi come i mezzi di comunicazione e soprattutto la televisione raccontano i migranti; la disuguaglianza sociale (“i ricchi teorizzano il razzismo e i poveri lo applicano nella pratica facendo la guerra ad altri poveri, affinché i poveri diventino sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi”). E ancora le seconde generazioni, perché la prima ad emigrare è quella degli sguatteri e dei nostalgici, mentre per i loro figli il paese ospite è l’unico che conoscono e spesso però si sentono cittadini di serie B a causa delle loro origini: “Tu affrontavi la tua nevrosi dicendo: «Un giorno tornerò nel mio Paese». Per tuo figlio invece non ci sono altri Paesi, il suo Paese è questo qui e l’unica alternativa che ha è amarlo o odiarlo. Perché quello che ha da guadagnare o da perdere lo guadagnerà o perderà qui, nel Paese in cui sei stato tu a farlo nascere”. BREVE DIARIO DI FRONTIERA è un’opera letteraria che attinge al vissuto dell’autore, ma riesce a rendere la situazione del migrante con uno stile ironico e affettuoso insieme e uno sguardo lucido e ampio sul mondo in cui viviamo, cercando di evitare che: “... il silenzio trasformi il migrante in un individuo nevrotico e pieno di risentimento. In tal caso il massimo che possa aspettarsi è quello di ottenere comprensione, e che assieme a lui ottengano comprensione anche tutti quelli che non possono, non sanno, non osano o semplicemente non hanno il tempo di raccontare, e preferiscono seppellire le storie nel loro cuore. Perché prima di comprendere un migrante bisogna conoscerne la storia”. Gazmend Kapllani, dopo aver raggiunto la Grecia a piedi insieme ad altri migranti, per sopravvivere vi ha svolto tutti i mestieri: manovale, lavapiatti, edicolante. Ora vive tra l’Europa e gli Stati Uniti, dove insegna Letteratura e Storia europea.

Elvira Seminara, ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI, Einaudi, 2015
Vestiti che sapevano troppo. Cosa avevi detto, gridato. Sapevano più cose di te, che le avevi fatte e non sapevi il perché... Vestiti chiassosi, petulanti, che scodinzolano appena fuori e non la smettono di parlare quando vorresti solo ascoltare – gli altri, o il concerto. Che non vedi l’ora di tacitare, restituire all’ombra dell’armadio. O meglio ancora mettere in quarantena... Vestiti instupiditi, inetti, che cadono dalle grucce, scivolano sulle spalle, svuotati da anni di cattività, o solo annoiati dall’entourage. Lavali, scegli un corpo giusto e nuovo, e dalli via con fulgidezza... Vestiti che ti fanno sentire un’estranea, compassati e giudicanti. Quella stoffa rigida come un’armatura, maniche strette, così urticanti persino al tatto. Figurati viverci, da intrusa, una vita intera... Gonne senza ganci, che non sai come posare, sospenderle, senza ferirle e ammaccarle. Mi commuovo quando trovo ancora, in una gonna nuova, gli occhielli di nastro per appenderla all’attaccapanni. Forse è quel gesto di cura, accorto e invisibile, modesto. O il dettaglio davvero irrilevante, in questa corsa di cose gettate e non posate – posate e non piegate. O l’infantile fiducia in un universo armonico e organizzato. Il mondo appeso riscatta il mondo offeso”. Si entra in un armadio senza fine con ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI di Elvira Seminara, una vita raccontata attraverso le stoffe, i tagli, i modelli, i colori, le fogge. Una sfilata scomposta di abiti animati, fluttuanti, austeri, timidi, invadenti, che si portano dentro le forme, ma soprattutto i sentimenti di chi li ha indossati. È una biblioteca quella che Elvira Seminara ci racconta attraverso il suo libro, solo che invece che condurci attraverso pagine e scaffali ci accompagna in mezzo a grucce e cassetti. L’ATLANTE DEGLI ABITI SMESSI non è un mero elenco, ma fa dell’elenco lo strumento narrativo e affettivo per raccontarci la storia prima di una donna e poi della sua famiglia e del rapporto, interrotto, con la figlia. Eleonora, infatti, dopo la scomparsa dell’ex marito, che in parte la figlia le imputa, si rifugia a Parigi da dove scrive a Corinne per ricucire il loro legame, compilando giorno dopo giorno un campionario intenso e giocoso degli abiti che le ha lasciato nella casa di Firenze. In qualche modo la scrittrice dà voce a una pratica che consciamente o più spesso inconsciamente accompagna il rapporto madre-figlia, ma anche nonna-nipote. Un passaggio di testimone attraverso gli abiti che diventa anche un modo per rinsaldare i legami e la storia della propria famiglia: “Ti consegno il regno dei miei vestiti. Custodiscili e amali, uno per uno, abbine cura, insegnamento e gioia senza distinzione di età e di pregio, mi raccomando”. Non sono solo gli abiti in sé i protagonisti del libro, ma anche l’arte di confezionarli e i corpi che li hanno indossati. Come un’abile e appassionata sarta l’autrice taglia, cuce, confeziona trame e storie, osservando e raccontando quello che indossiamo. Che non è mai casuale ma, volenti o nolenti, rappresenta noi e la nostra storia. Così Elvira Seminara appoggia il suo occhio di tessitrice e narratrice sulle persone che incontra, sulle strade che attraversa, sulle case che abita. Senza mai cadere nel sentimentalismo ma dando voce vera ai sentimenti. Anche grazie alla forma di un cappotto o alla stoffa di un abito. Senza rinunciare a una leggerezza calviniamente intesa, a una sottile e affettuosa ironia e a una giocosità consapevole e contagiosa.

John Green, Maureen Johnson, Lauren Myracle, LET IL SNOW. INNAMORARSI SOTTO LA NEVE, Rizzoli, 2015 (traduzione di Francesco Gulizia)
Per quelli della mia età il titolo rimanda agli anni Cinquanta e alle cover di Sinatra e Dean Martin. In realtà tutta l’atmosfera del libro ricorda quegli anni e sembra quasi di ritornare a Happy Days. Per i ragazzi di oggi è il nome di John Green sulla copertina che fa da esca e i lettori di COLPA DELLE STELLE e CERCANDO ALASKA non rimarranno delusi. LET IL SNOW infatti mantiene quello che promette: tre belle storie d’amore, ambientate in un Natale innevato. Tanti sentimenti ma senza sentimentalismo, sorrisi ma anche pensieri, storie credibili e ben costruite. Cosa chiedere di più a una rilassante lettura natalizia? A voler essere pignoli il racconto orchestrato da Green è superiore agli altri due, che però si mantengono a un buon livello. E allora adolescenti di oggi e di ieri cosa aspettate a immergervi nella neve di Gracetown e conoscere Jubilee, Jeb, Tobin, Il Duca e un chiassoso gruppo di cheerleader??!!

Frances Greenslade, IL NOSTRO RIPARO, Keller, 2015 (traduzione di Elvira Grassi)
«Il nostro riparo mostra come la natura selvaggia possa essere un posto più sicuro di una casa con quattro mura, ma anche come l’amore, nonostante la sua dolorosa imprevedibilità, rimanga il riparo che desideriamo di più.» Così la scrittrice canadese Jamie Zeppa sintetizza il romanzo di Frances Greenslade, IL NOSTRO RIPARO, pubblicato in Italia dal sempre ottimo editore Keller. Il romanzo potrebbe all’inizio chiamarsi “ritratto di famiglia felice nella natura”, perché quello che colpisce da subito è l’ambientazione naturale, i boschi incontaminati, gli animali, le infinite macchie verde, i mirtilli e i lamponi, la luce, il calore del sole e la limpidezza dell’acqua. In questo paradiso nella British Columbia, in una solida casa di tronchi vive Maggie, nove anni e un carico di ansia sopra il livello di guardia: «Deve esserci stato un tempo in cui mi svegliavo col cuore leggero, canticchiando una serie di note felici mentre un coleottero zampettava sulla zanzariera della finestra proiettando una minuscola ombra sulla parete. Ma non me lo ricordo. Non ricordo un tempo in cui non guardassi al mondo senza sentirmi divorata dall’angoscia». Eppure non c’è nulla che può preoccuparla: i suoi genitori si amano; Jenny, la sua sorella maggiore, è una ragazzina solare e positiva, amata da tutti. Eppure Maggie vive nella paura che qualcosa di brutto prima o poi possa accadere alla sua famiglia, anche quando con il padre costruisce rifugi nel bosco o quando ascolta le risate della madre. Poi un giorno, poco dopo aver compiuto dieci anni, le sue paure più cupe si trasformano in realtà: il padre muore in un incidente sul lavoro nei boschi e qualche mese dopo la madre lascia lei e sua sorella a casa di conoscenti promettendo loro che tornerà. Ma i giorni diventano settimane, le settimane mesi e i mesi anni: «Jenny diceva: “Dovremmo cercarla”. E io “E’ lei la madre”. E quando lo dicevo ignoravo il peso che quelle parole avrebbero avuto sulle nostre vite. Possedevano il suono della verità, piene e inscalfibili. Ma sono diventata un’ancora che ci ha trascinate lontano dai nostri impulsi più sinceri». Sarà la sola Maggie che a un certo punto si metterà sulle tracce di Irene, che non dà più notizie ormai da tre anni. Al di là della vicenda, colpisce del romanzo della scrittrice canadese la capacità di raccontare dal loro intimo due ragazzine così diverse, ma uguali nel cercare la loro felicità. Che non può prescindere dalla famiglia e anche dal luogo dove sono nate e cresciute. Più la scena del romanzo si sposta dai boschi più la vicenda si fa drammatica. Anche se paradossalmente tutto inizia con la morte del padre in un incidente di lavoro, mentre taglia gli alberi per una falegnameria. La morte dell’uomo fa saltare gli equilibri familiari e la madre, le due figlie, l’adorata gattina di Maggie si ritrovano lontane. Grazie a una prosa brillante ed elegante Frances Greenslade illumina i legami sentimentali, in particolare quelli al femminile. Ci sono infatti tante donne nella storia e ognuna di loro si porta appresso il suo passato e le sue sofferenze. Ma solo Maggie e Jenny sembrano nutrire una fiducia illimitata nel ritorno della madre e solo lo “zio” Leslie, bellissimo personaggio maschile del libro, le appoggia nella ricerca. Commovente e lieve allo stesso tempo, IL NOSTRO RIPARO trova un perfetto equilibrio tra uno stile curato e preciso e una materia calda e sentita. Quando finisce la lettura ci si sente orfani della famiglia Dillon, ma anche dell’incontaminata natura canadese e di tutti i personaggi che si incontrano nel romanzo. Ognuno di loro, dalla barbona Chiwid allo zio Leslie, meriterebbero una storia tutta loro.

Michela Murgia, CHIRÙ, Einaudi, 2015
Michela Murgia torna con CHIRÙ al romanzo sei anni dopo ACCABADORA, uno dei romanzi contemporanei più letti e amati, e il lettore ha insieme la sensazione di ritrovare una vecchia amica ma anche di incontrarne paradossalmente una del tutto nuova. Per forza di cose la scrittrice di oggi non è quella di sei anni fa e come racconta in molte interviste sono stati anche anni molto pieni: di altri libri, di una campagna elettorale, di una malattia, di una nuova casa, di un matrimonio e di tanti incontri. Anche il lettore chiaramente non è più lo stesso, ma è rimasto pazientemente in attesa di una nuova prova narrativa. Che conforta e destabilizza insieme. Cominciamo con il conforto rappresentato dalla scrittura densa, precisa, ricca sempre però rispettosa dello spazio da lasciare a chi legge. Che fa di CHIRÙ un libro da leggere e rileggere per apprezzarne appieno la struttura narrativa ma anche alcuni passaggi che in poche parole illustrano una situazione, senza che il tono diventi mai sentenzioso. Altra caratteristica che non manca in CHIRÙ è la capacità ai limiti della crudeltà di scavare nei personaggi e di conseguenza in chi legge. «Tutte le relazioni sono sentimentali» si dice a un certo punto nel racconto e per forza e per fortuna ne siamo convinti e coinvolti. Non manca poi il coraggio di affrontare temi importanti che però non trasformano il romanzo in uno spunto sociologico, politico o sociale ma che fanno dell’opera letteraria un dialogo necessario tra scrittore e lettore, all’interno del quale i problemi sollevati lo sono grazie alla scrittura. E di nuovo cosa troviamo? L’ambientazione in una Sardegna cittadina, in una Cagliari accogliente e solare; uno sguardo lucido sull’essere padre; e il racconto del rapporto tra un’adulta più o meno risolta e un ragazzo che deve ancora trovare la sua strada. La storia gioca sull’incontro tra Chirù, diciotto anni ed Elenora, trentotto, alla quale il ragazzo chiede di essergli maestra di vita. Nel loro rapporto non può mancare un riconoscimento immediato, che è quello di una ferita comune, ma anche la passione per le arti e il palcoscenico; l’ammirazione della professionalità e la scoperta di un talento da coltivare; un legame che non può smarcarsi dalla seduzione. Lo sguardo di Chirù è per forza di cose rivolto al futuro, mentre per Eleonora l’incontro con l’allievo è anche un guardarsi indietro, un riconsiderare la propria infanzia e le scelte passate. Il romanzo ci regala anche le parole per raccontare il rapporto tra i due protagonisti che riguardano il bellissimo personaggio di Fabrizio: «Con la sua voce pacata parlava della fiducia che riponeva in Riccardo, di una stima costruita senza alcun vincolo di sangue e di ruolo, e di cosa gli stava insegnando da quasi un anno. Mi raccontò dei loro discorsi, dei libri che gli aveva regalato, di come cercasse di fargli maturare la sicurezza in quel talento naturale che anch’io avevo visto, ma che senza uno sguardo amico si sarebbe perso nei dinieghi della sua famiglia d’origine. Un ragazzo come quello nella vita poteva brillare, mi disse serio, solo se sostenuto con passione. A me invece pareva adesso che a brillare fosse lui. Era bello guardarlo nei gesti lenti, nell’occhiata che di quando in quando lanciava oltre il vetro, al suo allievo». CHIRÙ è un romanzo sul passaggio di testimone tra le generazioni, un grafico letterario che rappresenta i legami sentimentali attraverso i riti e la quotidianità, un coraggioso affresco sui rapporti elettivi, che nascono dalla casualità e si alimentano al di fuori dei ruoli prestabiliti.

David Toscana, LA CITTÀ CHE IL DIAVOLO SI PORTÒ VIA, Gran via, 2015 (traduzione di Stefania Marinoni)
Il romanzo di David Toscana incuriosisce ancora prima della lettura per il nome dell’autore che scopriamo essere messicano, ma di sicure origini italiane, ma residente però in Polonia. Che è poi l’ambientazione di LA CITTÀ CHE IL DIAVOLO SI PORTÒ VIA: «Cantami, oh scrittore, la storia di una città scomparsa; canta le donne che non tornarono, gli uomini che ci lasciarono. Componi i tuoi versi e fai risuonare nelle parole il pianto e il vento, il riso e il tempo e l’amore. Canta di Varsavia, amico mio, la città che il diavolo si portò via. Del coraggio dei nostri uomini che a nulla è servito... Canta quella città chiamata Varsavia perché nessuno se la scordi e canta anche questa nuova, con altra gente, senza sapore, senza valore e senza passato che il bel nome di Varsavia ci ha rubato». Alla fine tutto combacia ma soprattutto il lettore scopre un autore intenso e originale che ci racconta una storia sempre in equilibrio tra il dramma e il grottesco. David Toscana infatti riesce a dare voce a chi ha perso tutto e ancora non vede nessuna prospettiva di ricostruzione. La città, dopo la guerra e la lunga occupazione tedesca, è allo sbando e nessuno sa cosa fare. E’ quasi impossibile avere sogni o progetti, circondati dalla distruzione e dalla morte. Per di più si continua a morire perché la polizia arresta chiunque si oppone al regime ed è pericoloso aggirarsi per le strade. I quattro protagonisti della storia si conoscono perché scampano miracolosamente a una retata. Da lì li seguiamo in un appartamento occupato illegalmente, in un negozio di cianfrusaglie razziate, nelle strade in cui vagano un prete espulso dalla Chiesa e uno scrittore ossessionato dalla possibilità che il suo romanzo venga rubato. Il tutto in un’atmosfera eterea e precaria, praticamente lunare, che David Toscana riesce a rendere ora drammatica ora quasi comica.

Alex Gino, GEORGE, Mondadori, 2015 (traduzione di Matteo Colombo)
«Ma quello di George non era un problema normale. Non aveva paura dei serpenti. Non si era presa un'insufficienza in matematica. George era una femmina e nessuno lo sapeva». George nove anni, ha Kelly come migliore amica, ama gli abiti, i libri, il teatro. E quando la maestra decide di mettere in scena "La tela di Carlotta", George vuole proporsi per la parte del ragno Carlotta. Ma non è possibile perché George è un maschio. O almeno lo è per la maestra, per i suoi compagni, per i suoi genitori. Lui invece, o meglio, lei sa di essere una femmina in un corpo sbagliato e con questa certezza e determinazione cerca chi possa ascoltarla e comprenderla. GEORGE, il bellissimo romanzo di Alex Gino edito da Mondadori, è delicato e potente insieme. Grazie a un equilibrio perfetto tra la trama e la scrittura, l'autore americano non ci racconta la storia di George ma ci fa diventare lei. Ci fa affrontare gli stupidi scherzi e gli attacchi dei bulli, ci fa commuovere con "La tela di Carlotta", ci fa provare a dire alla mamma che più che George ci sentiamo Melissa. Il romanzo di Gino si svolge in un mondo di bambini, in una realtà fatta di incontri, amicizie, compiti, gioie, scoperte e di una cioccolata calda per consolarsi di una giornata triste. Il valore del libro è proprio nello sguardo bambino che Gino riesce a mettere in scena, riproducendo i pensieri, i comportamenti, l'emotività di chi frequenta la scuola elementare, che i bambini subito riconosceranno e gli adulti ripescheranno nella memoria. Per questo GEORGE è un libro importante, tanto che lo stesso traduttore, il bravissimo Matteo Colombo ci racconta nella postfazione le emozioni che ha provato mentre lo traduceva per i bambini italiani.

Yvan Pommaux, Christophe Ylla-Somers e Nicole Pommaux, SIAMO NOI LA STORIA, Babalibri, 2015 (traduzione di Anna Morpurgo)
"Noi non conosciamo la nostra Storia dagli inizi e, non ne conosceremo la fine". Questa la premessa con cui si apre questo straordinario libro scritto e illustrato dalla talentuosa famiglia Pommaux: padre, madre e figlio. SIAMO NOI LA STORIA è un viaggio che ci accompagna alla scoperta del nostro passato e riesce a darci un’idea articolata e d’insieme della storia umana. Grazie alle immagini dettagliate, precise, suggestive sulle quali non ci si stanca mai di soffermarsi e a testi redatti con un linguaggio adeguato alla materia e nello stesso tempo semplice e diretto. Ogni pagina racconta cronologicamente, con mirabile capacità di sintesi, la Storia della nostra Terra e di noi esseri umani a partire da 140.000 anni fa, nel cuore dell'Africa. Qui è iniziata la nostra Storia. Nei secoli gli uomini hanno esplorato, colonizzato, trasformato la Terra. Con l’invenzione della scrittura sono nate le prime vere e proprie civiltà. Scienziati e filosofi hanno preso a interrogarsi sugli eventi della natura e sul senso delle cose. Incredibili scoperte hanno cambiato il mondo. Gli uomini, prima isolati su continenti lontani, hanno finalmente imparato a sentirsi parte di una sola famiglia. Tutto questo lo troverete raccontato in un unico libro grazie al talento di Yvan Pommaux, uno dei più amati illustratori per bambini e ragazzi. SIAMO NOI LA STORIA è un libro da regalare a bambini e ragazzi, da leggere insieme a loro, da tenere a disposizione per sempre nuovo scoperte. Perché, come dice Pommaux, “Oltre ad essere attori della nostra Storia, ne siamo anche gli autori. Noi la scriviamo più o meno bene, e comunque essa avanza. Emergendo dal suo corso, alcuni di noi si sono distinti nell’esercizio del potere, della scienza, delle arti o per scritti famosi. A quanto pare abbiamo bisogno di dirigenti, di riferimenti, di modelli, di eroi”.

Fabio Geda e Marco Magnone, BERLIN, Mondadori, 2015
Un altro romanzo distopico? Un’altra storia senza adulti con i ragazzi chiamati a sopravvivere e governare il mondo? Un'ulteriore saga sull’onda di HUNGER GAMES? Per fortuna sì, ma anche altro. Perché Fabio Geda e Marco Magnone con BERLIN, primo di sette episodi, attingono sicuramente al genere con riferimenti chiari e in qualche modo dichiarati, citando per esempio nel romanzo IL SIGNORE DELLE MOSCHE di William Golding, il vero antesignano dei distopici, ma riescono a regalare ai giovani lettori nuovi punti di vista. Intanto la scrittura è da una parte scorrevole e diretta, ma non manca di profondità e di una grande efficacia stilistica. Non ci sono parole superflue e quelle usate sono sempre precise, mai banali o scontate. Ma veniamo alla storia: siamo a Berlino nel 1978 e da tre anni un misterioso virus uccide tutte le persone al di sopra dei sedici anni. La città è allo sfascio, mancano acqua corrente, cibo, le infrastrutture sono crollate e i sopravvissuti, tutti al di sotto dei sedici anni, devono provare a sopravvivere. Nel tempo si sono formate delle comunità che si sono insediate in luoghi diversi della città: all’aeroporto di Tegel si è piazzata la banda più estrema e violenta che, visto che la vita è breve, decide di sfruttare al meglio la libertà assoluta anche a scapito degli altri. Sull’isola di Havel si è rifugiato un gruppo di ragazze e a Gropiusstadt la comunità più organizzata, che ha adottato le leggi etiche e morali della democrazia. O almeno ci prova. Molte le domande che investono il lettore e si sente che la narrazione ha un impianto di ampio respiro. Quindi, non ci resta che aspettare il seguito!

Henning Mankell, SABBIE MOBILI. L’ARTE DI SOPRAVVIVERE, Marsilio, 2015 (traduzione di Laura Cangemi)
“Il ricordo più nitido che ho del periodo trascorso a Parigi è la percezione di cosa comportava trovarsi ai gradini più bassi della società e cioè, nel mio caso, cosa significava essere un lavoratore in nero con gli abiti lisi e lo stomaco spesso vuoto... Basta una visita limitata ed estemporanea alle classi subalterne per trovarsi ad affrontare una delle scelte più importanti in assoluto: che genere di società voglio contribuire a plasmare? Una domanda che ha segnato il resto della mia vita”. Con grande dispiacere leggo l’ultimo, e sarà purtroppo proprio così, libro di Henning Mankell. Ci sono delle persone che appena incontri ti sembra di conoscere da sempre. Lo so è banale e può suonare sentimentale ma accade e ho smesso di cercare spiegazioni. Grazie a Francesca Varotto che lo ha scoperto per l’Italia ho letto LA FALSA PISTA nel 1998 come proposta per il neonato Festivaletteratura. Ci aveva colpito la potenza della narrazione e della storia e avevamo deciso di invitarlo. Ricordo anche quello che mi disse intuendo la mia perplessità, se non proprio delusione, di fronte a un uomo così controllato e di poche parole: “Io non sono Kurt Wallader”. Da allora ho smesso di cercare ingenuamente nell’autore il personaggio del suo libro. Henning Mankell non era Kurt Wallander ma era molto di più. Ma torniamo al libro. SABBIE MOBILI nasce subito dopo la diagnosi di un tumore al polmone, ma non è il lamento di un malato incurabile, ma piuttosto l’eredità intelligente ed empatica di un grande uomo. La malattia non diventa la scusa, assolutamente comprensibile, per ritirarsi in se stesso, ma anzi diventa un’esperienza di vita da condividere con i lettori. Mankell infatti terrà un diario pubblico dei suoi mesi di malattia, che però sono un profondo amore e inno alla vita. SABBIE MOBILI, come anche gli altri libri di Mankell, offre molte strade di lettura, che si intersecano e quasi si rincorrono a creare una biografia non solo dell’autore ma del genere umano. La principale preoccupazione dello scrittore svedese non è per il suo futuro, ma per quello delle generazioni a venire. A cui, a differenza dei nostri predecessori, non lasciamo reperti archeologici, ma scorie radioattive. Tra i più fervidi oppositori del nucleare, Mankell si preoccupa di cosa accadrà delle scorie sotterrate sotto le montagne svedesi e va di persona in una centrale per cercare di capire. SABBIE MOBILI poi è un viaggio nella sua infanzia, senza sentimentalismi o nostalgie ma soprattutto attraverso le persone che ha incontrato, quelle, come la madre, che l’hanno abbandonato, le giornate eroiche e quelle insignificanti. Ma anche quando ci racconta di lui bambino e ritorna nel suo paese natale, Sveg, Mankell ci parla di persone, idee, confronti, amore per la natura. Senza mai ergersi a giudice assoluto, ma sottolineando il piacere e il dovere di pensare e di ampliare i nostri punti di vista: “Nel mio mondo le verità sono sempre provvisorie. Niente di ciò che ho pensato in vita mia è rimasto uguale a se stesso. Le verità sono come le navi che solcano le onde. Bisogna saperle governare nella direzione giusta, evitando secche e scogli sommersi, e variando la velocità e il numero delle vele issate. Una nave che torna da un viaggio è diversa rispetto a quando era partita. Anche la verità viaggia nella mia mente e nella mia vita. Perché queste verità sopravvivano devo a volte metterle in discussione e cercare un cambiamento... A volte bisogna mettere sottosopra la verità per coglierne la vera essenza”. SABBIE MOBILI è una sorta di passaggio di testimone, di eredità che Mankell lascia ai suoi lettori, per mezzo delle parole, che rappresentano la sua visione del mondo, le sue battaglie, le lotte, le convinzioni, il desiderio mai sopito di contribuire a rendere il mondo migliore.

Azar Nafisi, LA REPUBBLICA DELL’IMMAGINAZIONE, Adelphi, 2015 (traduzione di Mariagrazia Gini)
“Una terra senza frontiere e con poche restrizioni, che ho battezzato 'Repubblica dell’immaginazione'. Per me è 'in qualche modo in qualche luogo', come disse Nabokov; è il giardino di Alice un mondo parallelo a quello reale, i cui abitanti non hanno bisogno di passaporto né documenti. Gli unici requisiti per l’ingresso sono una mente aperta, un incessante desiderio di conoscere e un indefinibile bisogno di fuggire dall’ordinario. (...) Ho scritto questo libro nella speranza che noi lettori di tutto il mondo (...) ci assumiamo il rischio di entrare in questo regno dell’immaginazione, dove tutte le cose che si danno per scontate possono essere capovolte, e dal quale possiamo tornare alla vita di tutti i giorni con occhi nuovi, pronti ad accettare le sue sfide". Dopo LEGGERE LOLITA A TEHERAN, Azar Nafisi ci accompagna in un altro viaggio nella letteratura e nella vita. LA REPUBBLICA DELL’IMMAGINAZIONE, pubblicato come sempre da Adelphi e arricchito dalle illustrazioni di Peter Sis prende il via da un incontro della scrittrice con un giovane esule iraniano che mette in dubbio che i cittadini americani possano comprendere il valore inestimabile della letteratura. Come invece fa chi vive in un regime privo di libertà. Indagando sul rapporto tra libertà e letteratura, tra un popolo e i suoi scrittori e soprattutto sulle possibilità che la lettura offre ai cittadini del mondo, Azar Nafisi ci regala insieme un puntuale saggio di critica letteraria, un sentito racconto autobiografico e un’intelligente interpretazione del mondo in cui viviamo. E ci mostra come la letteratura non smette mai e in nessun luogo di essere insieme un accogliente rifugio e un’arma di lotta e ribellione.

Allan Gurganus, ANCHE LE SANTE HANNO UNA MADRE, Playground, 2015 (traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini)
Dopo NON ABBIATE PAURA ecco il secondo racconto lungo o romanzo breve del grande scrittore americano. Che ci racconta ancora una storia sorprendente, con un personaggio apparentemente poco interessante letterariamente, perché dotato di tutte le virtù. E infatti, come dice il titolo, la protagonista è la madre della ragazza ideale. Ma è davvero una fortuna avere una figlia perfetta? Una specie di santa che tutti adorano e idolatrano? Beh, Jean non ne è tanto sicura. Madre di due piccoli gemelli, ma soprattutto di una diciassettenne, Caitlin, che lei stessa ha ribattezzato, e non senza irritazione, la "santa", non può certo opporsi quando la figlia decide di partire per una missione in Africa. Ma una telefonata sconvolgerà la sua vita. Come sempre Gurganus gioca con il lettore, senza rinunciare a un sottile umorismo.

Elizabeth Jane Howard, GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA, Fazi, 2015 (traduzione di Manuela Francescon)
Non stento a crederci quando una cara amica mi dice che ha sconfitto il blocco del lettore con questo romanzo. Anche per me la lettura, fatta poi in vacanza, è stata appagante. Chi ha letto IL LUNGO SGUARDO del resto sa cosa aspettarsi dalla lettura dei libri di Elizabeth Jane Howard: una scrittura scorrevole e raffinata, un’intelligente introspezione psicologica, la capacità di far viaggiare il lettore nel tempo, senza perdere il legame con il presente. Ora l’editore Fazi ci propone l’opera di maggior successo dell’autrice: GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA, primo dei cinque volumi che raccontano le vicende della famiglia Cazalet, appassionante saga che in Inghilterra ha venduto oltre un milione di copie e da cui la BBC ha tratto una serie tv. Gli altri quattro volumi usciranno uno in primavera 2016, uno in autunno 2016, uno in primavera 2017 e l'ultimo in autunno 2017. E l’attesa sarà dura perché appena chiuse le pagine de GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA ci si sente già orfani, senza famiglia. Elizabeth Jane Howard ha infatti la capacità di far entrare quasi fisicamente il lettore nelle sue pagine. Ed è soltanto una delle sue innumerevoli doti narrative. I suoi libri, infatti, sono pieni di glamour e di ironia, raccontano un mondo che non c’è più, sottolineandone le contraddizioni attraverso le persone che lo hanno abitato. Tornando al titolo de IL LUNGO SGUARDO, è proprio questo che Elizabeth Jane Howard riesce a fare: guardare e illuminare le esistenze con uno sguardo intimo e distaccato insieme. Come sottolineano i suoi tanti estimatori, da Hilary Mantel (“E’ una scrittrice che dimostra attraverso il proprio lavoro a cosa serve un romanzo... ci aiuta a fare quello che è necessario: aprire occhi e cuore”) a Martin Amis (“La scrittrice più interessante della sua generazione”), che a lei deve la scoperta della lettura. GLI ANNI DELLA LEGGEREZZA prende il via l’estate del 1937 mentre la famiglia Cazalet si appresta, come da tradizione, a riunirsi nella dimora di campagna per trascorrervi le vacanze. Conosciamo così, in questa atmosfera d’altri tempi, sotto la rigida morale vittoriana, i protagonisti della storia, dagli anziani capostipiti, il Generale e la Duchessa, ai tre figli maschi con relative mogli e figli. Il romanzo è una sorta di catalogo delle dinamiche matrimoniali, una riflessione profonda e mai banale sullo scarto tra ciò che siamo e desideriamo da ragazzi e cosa ci hanno permesso di diventare. E’ impossibile restare indifferenti di fronte alla vita di Rachel, piena di talenti e rimasta ad occuparsi dei genitori; al rapporto di totale amore e incomprensione tra Hugh e Sybil; alla frivolezza di Zoe e alla sofferenza di Polly; al fascino di Edward. Tutte esistenze legate nel bene e nel male tra loro. Con sullo sfondo una guerra appena terminata e un’altra che si annuncia imminente, e la consapevolezza e insieme la paura che questo modo di vivere sia destinato a scomparire. Anche se vivrà per sempre grazie a chi ha saputo così magistralmente raccontarlo.

Massimiliano Tappari e Alessandro Sanna, MIRAMURI, Terre di Mezzo, 2015
Dopo aver letto Miramuri guarderete i muri, e in particolare quelli un po’ feriti, scrostati, diciamo vissuti con occhi diversi. Massimiliano Tappari e Alessandro Sanna, infatti, lavorano a quattro mani, che in realtà possono diventare alla fine molte di più, per raccontarci come foto e disegno possono dialogare felicemente tra loro. Certo parliamo di due grandi artisti, ma Miramuri mette voglia a chiunque di provare a tirare fuori storie e personaggi dalle crepe dei muri. Sfogliando le pagine del libro sembra di vedere Sanna e Tappari girare nelle vie di una città immaginaria che può essere quella di ciascuno di noi e scegliere lo scorcio di un muro da disegnare e fotografare. Perché i disegni di Sanna sono talmente vivi che ci si illude quasi di trovarli davvero sopra i muri. E’ interessante anche come i tratti dell’artista mantovano non sono solo riempimento degli spazi fotografati, ma raccontano nel libro una storia, con un’anticipazione che quasi mai avvisa il lettore della sorpresa che lo aspetta quando volta pagina. Così una vecchia serratura ci viene presentata nella pagina di destra, mentre nella pagina di sinistra un domatore con una frusta lunga lunga sembra non avere nessun nesso con quell'immagine, quando improvvisamente, girando la pagina, capiamo che la serratura è la bocca di una belva, un leone, che si sta mangiando il domatore. I due artisti invitano così grandi e piccoli a osservare meglio quello che ci circonda, a trovare facce e storie anche nei muri, come a volte capita di scorgerli nelle nuvole. Nelle pagine finali del libro poi anche il lettore può provare ad esercitarsi, senza suggerimenti, a far parlare le immagini. E viene voglia subito di mettersi all’opera!

Elisabetta Bucciarelli, LA RESISTENZA DEL MASCHIO, NN, 2015
LA RESISTENZA DEL MASCHIO di Elisabetta Bucciarelli è un romanzo fatto di quadri. Metaforico e realistico insieme. Che rivela pian piano i legami tra i vari personaggi come in una scatola cinese. Al centro lui, L'Uomo, una vita di successo, una bella moglie, una casa adeguata. Un lavoro artistico, un’esistenza lineare fino a quando non assiste a un incidente stradale. Qui tutto cambia. Su un altro fronte ci troviamo seduti insieme a tre donne nella sala di attesa di un medico. Tra sperimentalismo e romanzo tradizionale Elisabetta Bucciarelli indaga sul rapporto uomo-donna senza paura di osare uno stile che potrebbe rendere cerebrale il racconto. Ma che invece amplifica ancora di più i complessi sentimenti che entrano in gioco. E in maniera incredibile e quasi magica, ma è la magia della scrittura, il romanzo diventa in realtà tanti romanzi e il lettore è chiamato a scegliere e percorrere le molte strade che il racconto gli apre. Abbiamo detto del rapporto uomo-donna, ma LA RESISTENZA DEL MASCHIO è anche una storia di luoghi: case, torri, strade, città, ambulatori. E’ un catalogo d’arte; è una riflessione sulla maternità e sull’amicizia al femminile. E’ anche una sorta di diario dell’anima che mette in luce l’assurdità dell’esistenza e di come un fatto assolutamente casuale può invece innestare prima una storia e poi anche un cambiamento di vita. Questo grazie a una scrittura sentita e precisa, mai casuale, controllata e allusiva, ricca di dialoghi e riflessioni: “Ricordati che stasera siamo alla vernice della Aditi Levenson”. “Stasera non posso venire” risponde lei. Conosce molto bene i meccanismi mentali del Marito. Sa che non vuole scontri, passa oltre, aggira, scavalca. Lei no, è abituata a dire tutto. Attraversa, sbatte la faccia. Lui evita, ma non lo fa con superficialità, è piuttosto consapevolezza che ogni guadagno dell’esistenza vada custodito, non si getta via nulla, si aggiusta, si ripara. La Moglie invece ha ancora l’assoluto nel pensiero, ha il dono inesaurito degli orizzonti larghi”.

Andre Dubus III, I PUGNI NELLA TESTA, Nutrimenti, 2010 (traduzione di Chiara Vatteroni)
Dopo L’AMORE SPORCO mi sentivo in astinenza da Dubus III e allora ho deciso di rileggere I PUGNI NELLA TESTA. Con un po’ di timore, perché è uno di quei libri di cui conservo un ricordo assoluto. E invece, se possibile, mi ha conquistato ancora una volta e più profondamente. Il modo di raccontare duro e tenero insieme. La capacità di scavare all’osso le dinamiche familiari e poi restituirle al lettore senza che perdano la loro potenza. Poi la descrizione di un’America non scontata, la fatica di crescere, il confine sempre labile tra farcela e perdersi per sempre. I PUGNI NELLA TESTA è un romanzo autobiografico, non un’autobiografia. E’ un vissuto che diventa storia e una storia che diventa vissuto. C’è una parte della vita dell’autore ma c’è soprattutto il suo talento di scrittore. Anche alla seconda lettura è uno dei romanzi più sentiti e letterari che ho letto.

Giampaolo Simi, COSA RESTA DI NOI, Sellerio, 2015
Libro carico di aspettative (come tutti i libri Sellerio...) che mi girava intorno da un po’, segnalatomi paradossalmente da molti scrittori. Però non mi decidevo. Non so perché. In realtà lo so benissimo. Ma alla fine quello che pensavo mi avrebbe fatto soffrire è stata la parte meno dolorosa del libro. La sensazione che lascia COSA RESTA DI NOI è proprio quella della copertina, la spiaggia vuota d’inverno. La fine delle vacanze, che qui diventa la fine dell’innocenza. Anche di chi legge. E di chi come me si innamora un po’ di Edo, grandi principi e poche ambizioni, capacità manuali e amore per il mare; che si innamora di Guia, bellissima e tormentata scrittrice che alla fine decide di sposarlo. Tutto sembra funzionare: l’intellettuale viziata e irresistibile, il bagnino affascinante e melanconico, sempre pronto ad assecondarla; i suoceri contenti di affidare ad Edo lo stabilimento balneare da sistemare in vista dell’estate. L’idea di un figlio renderebbe perfetta l’unione e tutto quello che ci sta intorno. Sarebbe meraviglioso far crescere un bambino circondato dal mare. Ma non arriva. La delusione, le cure, i tentativi sembrano unire ancora di più la coppia ma la lontananza, lei a Roma, lui in Versilia non gioca a loro favore. Quando il lettore, anche a malincuore, si è quasi convinto che Edo e Guia nella loro o forse anche grazie alla loro diversità possano essere una buona coppia ecco che... Il resto è l’altra metà del libro dove Simi spinge sull’acceleratore e non ti lascia scampo. Come ai suoi personaggi. Non vi racconto altro se non che la capacità introspettiva non viene a mancare e diventa spietata. Non so se COSA RESTA DI NOI è un giallo, un noir, un romanzo e basta. Quello che so è che l’autore non scende a patti e non ti lascia illusioni. E alla fine ti rendi conto che è giusto così.

Karen Joy Fowler, SIAMO TUTTI COMPLETAMENTE FUORI DI NOI, Ponte alle grazie, 2015 (traduzione di Laura Berna)
Quello che mi ha subito colpito di SIAMO TUTTI COMPLETAMENTE FUORI DI NOI è il tono che usa Karen Joy Fowler. Un misto di ironia e complicità, un rivolgersi frequentemente al lettore che crea un feeling che ti lega subito alla storia. Poi sicuramente la vicenda che ha ispirato il romanzo è interessante, ma di questo non posso anticiparvi nulla per non rovinare la suspense che la scrittrice ha creato. Il romanzo però non si risolve in quello che non posso dirvi e quindi attenersi allo spunto del racconto è riduttivo. E non raccontarvelo non toglie niente al libro perché in realtà Karen Joy Fowler sa magistralmente rappresentare il complesso rapporto tra fratelli. E lo fa attraverso Rosemary Cooke che incontriamo ventiduenne mentre stancamente cerca di finire i suoi studi e vivere la sua vita da figlia unica. Non è però sempre stato così. Ma dove sono finiti allora sua sorella e suo fratello maggiori? SIAMO TUTTI COMPLETAMENTE FUORI DI NOI è una rappresentazione insieme sentita ed ironica dei meccanismi sempre unici e spesso incomprensibili che si instaurano in una famiglia. E anche sulla percezione che abbiamo di noi e quella che invece maturano i nostri familiari e che spesso, paradossalmente, non ci appartiene. Scopriremo così come una bambina vivace e chiacchierina si sia trasformata in una ragazza silenziosa e introversa e come punti di vista e sensazioni diverse fanno danni irrimediabili. Un libro forse in alcuni punti un po’ prolisso che si riscatta per l’intensità e la capacità di scrittura di Karen Joy Fowler.

Percival Everett, PERCIVAL EVERETT DI VIRGIL RUSSELL, Nutrimenti, 2014 (traduzione di Letizia Sacchini)
Guardo il libro di Everett con venerazione. E’ pieno di appunti, sottolineature e penso che non sono in grado di scriverne. Ma devo. E invece vorrei rileggerlo e poi rileggerlo ancora. Lo farò. Intanto cerco di raccontarvelo o almeno di trasmettervi un po’ del mio entusiasmo. Non sarà facile perché anche solo la trama è difficile da definire. Diciamo che Pervival Everett ha molto rispetto del lettore e gli lascia molto spazio. Gli lancia delle esche, inizia delle storie che poi spesso gli lascia il compito di finire. Il romanzo non ha una trama tradizionale, però sembra di leggere un classico. Cita spesso Dante e la casa di riposo dove si trova il padre di Everett è un girone dantesco. Così le letture, la musica, le poesie che affiorano nel romanzo non sono sfoggio di cultura ma diventano materia del racconto e soprattutto della vita. Perché è questo che racconta Everett, la vita in una casa di riposo ma anche i pensieri del figlio lontano, le discriminazioni razziali, la politica, ma anche la paternità vera e presunta, la medicina e il piacere che l’arte può dare. E di cui non possiamo fare a meno. L’unico problema è cosa leggere dopo un libro così ricco.

Miguel Bonnefoy, IL MERAVIGLIOSO VIAGGIO DI OCTAVIO, 66thand2nd, 2015 (traduzione di Francesca Bonomi)
Ancora prima di leggerlo IL MERAVIGLIOSO VIAGGIO DI OCTAVIO colpisce per la veste. Una copertina colorata e un formato originale ne fanno un piccolo oggetto d’arte. Poi quando si comincia la lettura si capisce anche che la copertina è il perfetto viatico per una storia colorata, magica, intensa, piena di vita. Perché il viaggio di Octavio prima di essere un lungo itinerario lungo il Venezuela è la scoperta della scrittura e soprattutto della lettura. Octavio infatti vive in una bidonville ed è analfabeta e solo grazie all’incontro con Dona Venezuela imparerà a leggere e scrivere. Il loro amore subirà una brusca interruzione e allora Octavio intraprende il suo viaggio che lo porterà in giro per il suo paese attraverso luoghi finora a lui sconosciuti. Ma sono soprattutto gli incontri che segnano l’uomo e anche il lettore. Il romanzo d’esordio di Bonnefoy sorprende anche per la giovane età dello scrittore e la profonda maturità della sua storia, piena di sfumature, ora delicata, ora più dura, ora malinconica, ora comica. Ricorda un po’ IL VECCHIO CHE LEGGEVA ROMANZI D’AMORE di Sepulveda ma con una maggiore raffinatezza.

Murakami Haruki, UOMINI SENZA DONNE, Einaudi, 2015 (traduzione di Antonietta Pastore)
Gli ultimi libri di Murakami mi avevano un po’ deluso o forse non ero io nella giusta predisposizione per leggerli. Così avevo deciso di abbandonarlo per un po’. Invece la segnalazione di un amico mi ha convinto a riprovare con i racconti di UOMINI SENZA DONNE e questi mi hanno ridato l’entusiasmo che mi avevano suscitato i primi libri dello scrittore giapponese. Tanto che spesso mi accorgevo che leggevo senza praticamente capire la storia, solo seguendo la musicalità del racconto. Era un godimento estetico totalmente disgiunto dalla trama. Leggevo e pensavo: che gran maestro è Murakami! In più i racconti sembrano quasi una sorta di vetrina letteraria di tutte i caratteri del versatile talento dello scrittore: c’è lo scarafaggio che diventa umano, ma anche il ricco uomo d’affari che è obbligato a servirsi di un autista; l’adolescente amante della musica e l’uomo imperturbabile che conosce per la prima volta l’amore vero. Ma al di là di tutto, è sufficiente immergersi nella scrittura di Murakami per rassicurarsi della forza vitale della letteratura.

Kent Haruf, BENEDIZIONE, NN, 2015 (traduzione di Fabio Cremonesi)
Prima di addentrarci nella storia del libro, un piccolo preambolo sulla neonata NN edizioni che risponde con la qualità dei fatti alla domanda se non ci sono già troppe case editrici e a cosa servono i piccoli editori. Ecco, per avere una risposta esauriente basta guardare i libri proposti da NN, partendo magari proprio dalla lettura di BENEDIZIONE di Kent Haruf. Portare ai lettori italiani i romanzi del grande scrittore americano (era uscito nel 2000 per Rizzoli IL CANTO DELLA PIANURA, credo con ottimi riscontri, ma evidentemente non sufficienti per continuare a pubblicarlo) è un’opera meritoria che dobbiamo sostenere con tutte le nostre forze. E quindi leggendo e diffondendo BENEDIZIONE. Perché vi accorgerete subito dalle prime pagine che anche se non abitate a Holt, in Colorado e non state, consapevolmente, affrontando i vostri ultimi mesi di vita voi siete comunque lì. A fianco di Dad Lewis, riconosciuto come uomo integerrimo, amato e rispettato dalla comunità in cui vive e in cui ha lavorato per anni nel suo negozio di ferramenta. E conoscerete la moglie Mary e la figlia Lorraine e scoprirete che anche dietro le esistenze più lineari si nascondono dei segreti. E che il male può essere causato anche con le migliori intenzioni di fare del bene. Le storie dei personaggi di Haruf rappresentano una parabola della vita di ognuno di noi, grazie a un linguaggio poetico e delicato, ma comunque spietato, che non fa sconti a nessuno, nemmeno ai lettori. Anche grazie all’ottima traduzione di Fabio Cremonesi.

Hans Tuzzi, FUORCHÈ L’ONORE, Bollati Boringhieri, 2015
Hans Tuzzi, LA FIGLIA PIÙ BELLA, Bollati Boringhieri, 2015

Ci sono dei libri provvidenziali, che ti vengono in soccorso nel momento del bisogno. Mi ero messa da parte per l’estate i due Tuzzi usciti quest’anno, uno nuovo e l’altro riproposto ma che non avevo letto ed ecco, che, bloccata con la schiena, sono stati una compagnia perfetta. E hanno contribuito a farmi stare molto meglio. Del resto i libri con protagonista Norberto Melis, l’investigatore ideato da Hans Tuzzi sono di lettura scorrevole ma non banale, perfetti da portarsi in vacanza ma anche per chi rimane a casa, con una trama stimolante per il cervello cotto dal sole. Partiamo dall’indagine più recente del commissario di stanza alla questura di Milano. Siamo nel giugno 1986 nelle campagne di Abbiategrasso, pochi chilometri da Milano che sembrano però anni luce. Una ragazza viene trovata affogata in una roggia e l’indagine di Melis e dei suoi collaboratori porterà a scoperchiare la patina di perbenismo dietro su cui si trincera la piccola cittadina di provincia. Ma, al di là della trama gialla, quello che i lettori di Tuzzi ritroveranno e gli altri scopriranno è il tono assolutamente unico del romanzo. Un misto di ironia e malinconia che è sempre foriero di pensieri e di aperture non scontate di punti di vista. Così i gialli di Tuzzi, grazie a un investigatore colto ed empatico sono un catalogo di citazioni letterarie, filosofiche, musicali, di riferimenti storici, di giochi di parole, di raffinati riferimenti artistici e puntuali notazioni di culinaria. E questo intersecarsi di trama e citazioni è talmente naturale che sicuramente tanti riferimenti sfuggono, tanto che vale la pena rileggere il libro solo per cercare di trovarli tutti, o quasi. Perché lo scrittore gioca abilmente con il lettore e si capisce benissimo che si diverte con lui. Perché si sente un rispetto estremo per chi legge e la volontà - ahimè spesso molto rara - di non sottovalutare l’intelligenza di chi è dall’altra parte della pagina. Qualunque sia il suo bagaglio culturale. Quindi i vari riferimenti non sono sfoggio di sapienza, ma complice e affettuosa condivisione di cose amate e di pensieri ben ponderati, con il lettore. Perché Norberto Melis indaga e analizza la realtà anche grazie agli ottimi studi classici e alle passioni artistiche che coltiva nel suo privato. Senza dimenticare la sua capacità di puntuali analisi sociologiche sul nostro Paese. Che non mancano anche in FUORCHÉ L’ONORE, avventura di Melis che era già stata pubblicata dall’elegante edizione Sylvestre Bonnard e ora viene riproposta. Torniamo indietro di quattro anni, ovvero all’estate 1982. Melis è vicequestore e si trova in Liguria con il fedele agente Lambiase per un congresso organizzato dal ministero degli Interni. Si vede costretto a prolungare la sua permanenza a causa di un delitto proprio nel Grand Hotel in cui alloggia. L’albergo infatti è stato quasi interamente prenotato per un’importante manifestazione letteraria. Peccato che il protagonista, l’autore bestseller di smelensi racconti di auto-aiuto, Vinni Valenzise viene praticamente giustiziato con una pistola che non si trova. Tutto il bel mondo dell’editoria nazionale è bene o male sospettato del delitto e Melis e soprattutto il ruspante agente Lambise si trovano spesso a disagio ad avere a che fare con personaggi assurdi e incomprensibili quali scrittori e poeti. In questo romanzo poi Hans Tuzzi si è davvero sbizzarrito con nomi e cognomi che da soli raccontano da subito i loro possessori. Il racconto è chiaramente anche una parodia del mondo editoriale ma pure una poetica guida della Liguria, specialità gastronomiche comprese. Hans Tuzzi dice che “L’ideale lettore di gialli... individua altresì non soltanto i 'passi paralleli', bensì anche tutte le citazioni e gli ammicchi che tanti giallisti disseminano e celano nelle loro pagine. Anche quelli che l’autore ha inserito inconsapevolmente. Perché, si sa, un buon libro va sempre al di là del suo autore”.

Andre Dubus III, L’AMORE SPORCO, Nutrimenti, 2015 (traduzione di Giovanni Greco)
L’AMORE SPORCO segna il ritorno alla narrativa, dopo l’autobiografia I PUGNI NELLA TESTA, di Andre Dubus III, figlio d'arte (il padre Andre Dubus II è stato uno dei grandi maestri della short story americana), autore tra l’altro dell'acclamato LA CASA DI SABBIA E NEBBIA, un successo internazionale con due milioni e mezzo di copie vendute, da cui è stato tratto il film omonimo candidato a tre premi Oscar. La lunga attesa è ricompensata da un libro straordinario, che non può essere definito un romanzo, ma nemmeno una raccolta di racconti. L’AMORE SPORCO appare come il racconto di una grande fotografia, un campo lungo dove la macchina da presa ogni tanto zumma di colpo su alcuni personaggi. Il primo è Mark, manager di successo grazie a un capo prima odiato poi amato che gli ha mostrato come essere un vero leader. Il successo lavorativo però non compensa il tradimento e la fine del suo matrimonio. Che lo lascia incredulo, perché è convinto di aver gestito come un’azienda di successo anche la sua famiglia. Che è quello di cui però lo rimprovera Laura che trova in un altro uomo una nuova autostima e soprattutto un compagno che non sottolinei continuamente le sue mancanze. Paradossalmente è la stessa dinamica di coppia che troviamo tra Beth, scomparsa da poco, e Francis, un uomo anziano senza figli, che ospita la nipote poco più che adolescente, in fuga da una famiglia ipocrita e anaffettiva: “... nonostante tutti questi segni di cose esclusivamente buone che sarebbero venute con Beth come moglie, quello che non aveva visto o non aveva voluto vedere, era quanto lei criticasse tutto e tutti a parte se stessa... Non poteva dire certo che non soffrisse, con quel corridoio vuoto e buio dentro di sé, dove gli pareva di vagare da solo, ma che poteva fare con l’altra sensazione? Quel sollievo di essere lasciato in pace dopo quarantatre anni passati ad ascoltare quasi ogni giorno i suoi difetti. Come poteva dire che, a partire dal quell’improvvisa sera di gennaio dell’anno scorso, quello che sentiva ora era un senso di libertà che lo lasciava senza parole e per il quale ogni giorno provava il bisogno di chiedere perdono?”. La convivenza di Francis e della giovane e già ferita nei sentimenti Devon è il racconto che dà il titolo al libro e che, in qualche modo, tira le fila delle altre storie, che non sono a sé stanti ma parti indispensabili di uno spietato e sincero ritratto di una piccola cittadina di provincia, una porzione di pianura urbanizzata del New England, aperta sull'oceano e percorsa dal fiume Merrimack. Tanto che non solo ritroviamo gli stessi luoghi ma anche gli stessi personaggi. Come accade nella storia di Marla che, dopo una giovinezza passata a fare da tappezzeria alle feste, a causa del suo sovrappeso e di una conversazione ordinaria e forse noiosa, sembra aver trovato in Dennis la sua anima gemella. Ma quando vanno a convivere, comincia a rimpiangere la sua vita da single insieme alla sua gatta. “Non si può vivere con un uomo e non essere sola” le dice l’amica Nancy che sottolinea che non provarci abbastanza è molto peggio che fingere. Ma è davvero così? E’ invece la perfezione di Althea, il suo amore incondizionato che spaventa Robert che tradisce la moglie incinta e rovina l’unica cosa buona della sua vita. Storie diverse, personaggi diversi per età, percorsi di vita, estrazione sociale ma tutti alle prese con l’amore e la convivenza. L’AMORE SPORCO è un catalogo di trame affettive, un profondo e inesorabile endoscopio che illumina i meccanismi delle unioni matrimoniali. E Dubus III manovra con sicurezza e uno sguardo sempre partecipe i fili dei suoi personaggi, mostrando come la letteratura sappia e possa scavare nelle parti più profonde e nascoste del nostro bagaglio sentimentale. Potrete incontrare Andre Dubus III al Festivaletteratura di Mantova dal 9 al 13 settembre.

Marcello Fois, LUCE PERFETTA, Einaudi, 2015
“... E una luce da non potersi raccontare. Precisa, come sono precisi solo alcuni istanti. Solenne e pacifica... L’aveva ritrovata, e ora la poteva invitare, in silenzio, davanti al mare che andava e veniva. Nella luce perfetta.” Il nuovo atteso romanzo di Marcello Fois chiude la trilogia dedicata alla famiglia Chironi che abbiamo già conosciuto in STIRPE e NEL TEMPO DI MEZZO. Al centro della scena è Christian, il figlio che Vincenzo non ha potuto nemmeno sapere che esisteva, perché Cecilia ha scoperto di essere incinta quando il marito era già morto. Christian trova un fratello in Domenico, figlio di Mimmiu Guiso, il socio di suo padre. Ma anche il legame più forte può rompersi a causa dell’amore di una donna. Così quando Maddalena entra nelle loro vite, tutto cade e precipita e i Chironi sembrano destinati a scomparire. Marcello Fois ci porta nella Sardegna degli anni Ottanta in un romanzo che è da una parte precisamente contestualizzato, e dall’altra parte senza tempo. O aderente a un tempo epico, primordiale, misurato solo dalle passione umane e della natura. Colpisce poi il clima apocalittico che grava sulla storia: non si sa mai quello che sta per accadere, quello che un dispettoso demiurgo riserva a noi poveri mortali. I personaggi, infatti, sembrano sempre in equilibrio precario; sono per lo più orfani: sono incerte le loro origini e anche gli elementi naturali come il mare sono spesso pericoli incombenti. Mancano di radici e solo l’anziana Marianna tenacemente lavora con la memoria per mantenere i fili della famiglia Chironi. In qualche modo Marcello Fois fa lo stesso con la scrittura perché come dice Vincenzo Chironi “Siete qui per soffiare l’alito che genera racconti”.

Noo Saro Wiwa, IN CERCA DI TRANSWONDERLAND. IL MIO VIAGGIO IN NIGERIA, 66thand2nd, 2015 (traduzione di Caterina Barboni)
“E così il parco di divertimenti Transworderland è lì ad arrugginire in attesa di essere inghiottito e strangolato dall’erba alta della stagnazione economica. Intanto i sogni della mia infanzia di una Nigeria moderna e artificiale sono a un punto morto. La soluzione sta nel non fidarsi delle guide scritte da quattro anni: i cambiamenti qui avvengono rapidamente”: Noo Saro Wiwa con IN CERCA DI TRANSWONDERLAND. IL MIO VIAGGIO IN NIGERIA, non ci regala solo un appassionante viaggio nello stato africano, suo paese di origine, ma un libro intelligente e vivace sul mondo che viviamo. Nata in Nigeria nel 1976, Noo è figlia di Ken Saro-Wiwa – l’attivista ucciso per essersi schierato contro le multinazionali del petrolio. Cresciuta in Inghilterra per volere del padre che desiderava per i suoi figli una buona istruzione, non possibile nel suo paese, ha frequentato il King’s College e, successivamente, la Columbia University di New York. Sino alla morte del padre, ogni estate tornava malvolentieri in Nigeria, nel villaggio natio dei genitori, senza luce elettrica e acqua corrente. Dopo l’assassinio di Ken, Noo ha visto il suo paese come il principale colpevole della sua morte. Poi dopo quasi vent’anni, decide di tornare per scrivere questa guida sui generis che le è valsa nel 2012 il Sunday Times Travel Book of the Year e l’inserimento tra i dieci migliori libri sull’Africa redatto dal Guardian. IN CERCA DI TRANSWONDERLAND, con l’ottima cura del raffinato editore 66thand2nd, è tanti libri insieme. Lo si può senza dubbio utilmente leggere prima di un viaggio in Nigeria, ma è anche un’acuta analisi geopolitica del continente africano. Poi è un’autobiografia letteraria, un ritratto familiare ma anche politico della figura di Ken Saro Wiwa: “Mio padre non ha mai attinto a questo sistema di corruzione. Io non mi rendevo conto di quanta rettitudine ci fosse dietro la nostra casa modesta e le poche vacanze, anzi, ce l’avevo con lui per quel suo essere frugale e per niente materialista... Vedere in tutta la sua crudezza ciò che i politici erano disposti a fare pur di proteggere i loro patrimoni ha minato il mio idealismo in modo piuttosto brutale... Dopo l’assassinio di mio padre ho capito che la corruzione è un mostro in grado di sconfiggere anche i più agguerriti difensori della morale”. E’ poi una sorta di romanzo di formazione al femminile, uno spaccato di storia dei diritti violati delle donne e una riflessione mai banale sulle dinamiche culturali della Nigeria. E’ anche una accurata storia della Nigeria e dei paesi vicini, con delle considerazioni spietate ma quanto mai lucide sulla schiavismo del passato e sui migranti dei nostri giorni. Spesso racconta degli incontri di inciviltà, a cui non sfuggiamo noi italiani: “... avrei voluto prendere a schiaffi l’italiano che aveva frainteso il nostro comportamento crogiolandosi nel suo senso di superiorità; allo stesso tempo avrei voluto sotterrarmi per il chiasso prodotto dai nigeriani, paranoici e indisciplinati, incuranti delle norme civili britanniche”. Ti accorgi che è una guida che quasi magicamente riesce a portarti in Nigeria semplicemente leggendo. Grazie alla capacità narrativa di Noo Saro Wiwa e alla sua ironia, che diventa spesso autoironia, calda e puntuale. Infine il viaggio di Noo è l’indubbia testimonianza umana e letteraria di una diaspora: “Certo, scegliere di tornare in Nigeria di mia spontanea volontà è stato cruciale per questo momento epifanico. Visitarla da adulta mi ha finalmente aiutato a spazzare via le associazioni negative e a stabilire con il paese un nuovo rapporto, di cui ero pronta ad accogliere tra le braccia incerte gli aspetti irritanti e sui cui avrei investito una parte di me”.

Bianca Pitzorno, LA VITA SESSUALE DEI NOSTRI ANTENATI, Mondadori, 2015
Quanto mi sono divertita, rilassata, emozionata leggendo il libro di Bianca Pitzorno! La scrittrice sarda è sempre una grande affabulatrice, un’incantatrice che ti tiene legata alle pagine e ti fa vivere molte esistenze, mai troppo lontane dalla tua. Così racconta il suo nuovo libro: “E’ una storia di famiglia dove quasi nessuno è allevato dai propri genitori.[...] E’ una storia di autoanalisi, dove Ada crede di essere donna ragionevole, e si lascia travolgere dall’irrazionale. Ci sono molti sogni importanti. C’è molto di quello che la mia generazione ha letto e amato”. LA VITA SESSUALE DEI NOSTRI ANTENATI, con il sottotitolo, a scanso di equivoci, che recita “spiegata a mia cugina Lauretta che vuole credersi nata per partenogenesi” si apre a Cambridge nel 1979. Conosciamo subito l’io narrante, Ada Bertrand, trentasette anni, docente precaria di letteratura greca all’università di Bologna, davanti a una sconcertante scoperta: “Qualche volta si era illusa che fosse orgasmo qualcosa per cui non aveva termini di confronto. Come pensava che non ne avessero le donne del passato, sua nonna per esempio, che quella parola da giovane probabilmente nemmeno la conosceva e da adulta si arrabbiava solo a sentirla nominare. Adesso finalmente Ada sapeva com’era, al di là di ogni esperienza e paragone”. Da qui parte un incredibile incastro di vicende, personaggi, case, oggetti, sogni, quadri, libri, di cui Bianca Pitzorno tiene con grande sicurezza i fili. Il romanzo è anche una riflessione su cosa significa essere genitori e se si può esserlo senza avere partorito. Ada e la cugina Lauretta sono entrambe orfane di madre e padre e vengono allevate da nonna Ada e da zio Tancredi, un personaggio intrigante e pieno di fascino. La storia poi ritrae con grande lucidità e anche umorismo la vita di provincia e mette in scena manie e assurdità della nobiltà locale, e nefandezze fatte per salvaguardare il buon nome della famiglia. LA VITA SESSUALE DEI NOSTRI ANTENATI non entra solo nelle camere da letto dei nostri nonni e bisnonni ma ci regala uno sguardo disincantato sulle relazioni amorose e sulle dinamiche di coppia dei nostri giorni. Inoltre il romanzo è un inesauribile fonte di libri, usati per commentare gli avvenimenti, suggeritori di pensieri e sensazioni, cassa di risonanza delle azioni dei protagonisti. In qualche modo anche “calendari dei tempi passati” come diceva Proust e insieme ai diari e ai testamenti ci raccontano la parabola di alcuni dei personaggi. Poi ci sono i luoghi - dalla cittadina di provincia affacciata sul mare dove nasce Ada all’amata Grecia -, e ancora le case, gli oggetti, che non sono elementi di contorno ma necessari coprotagonisti della storia. Mentre leggiamo, ma anche una volta chiuse le pagine, ci sentiamo pure noi “parenti” della famiglia Bertand-Ferrell, e possiamo aggiungere di diritto il nostro nome alla cronologia che Bianca Pitzorno mette all’inizio del romanzo.

Thomas Meyer, NON TUTTE LE SCIAGURE VENGONO DAL CIELO, Keller, 2015 (traduzione di Franco Filice)
«Mi passai la mano sulla barba e pensai: “non puoi mica dire a tua madre che la ragazza non ti piace perché è tale e quale a lei”. Mi limitai quindi ad aggiungere: “Mamma, tra di noi non è schioccata alcuna scintilla”. “Ma che scintilla e scintilla!” esclama lei. “Tu hai bisogno di una moglie, non di una scintilla!”». Ironia, divertimento ma anche profonde riflessioni in NON TUTTE LE SCIAGURE VENGONO DAL CIELO, il romanzo di Thomas Meyer appena pubblicato da Keller. Al centro della storia il giovane ebreo ortodosso Mordechai Wolkenbruch, detto Motti, che vive e studia a Zurigo e che, alla veneranda età di 22 anni, non ha ancora messo su famiglia, come invece hanno già fatto da tempo i suoi fratelli. La madre quindi decide di intervenire drasticamente sottoponendogli decine di candidate. Un intero catalogo di mogli che però Motti rifiuta facendo sempre più arrabbiare la madre, che si vendica su di lui in modo subdolo e spesso esilarante. Oltretutto Motti scopre un’attrazione verso Laura, una compagna di studi svizzera, che però non è ebrea, indossa pantaloni, beve Gin Tonic e le piace parlare in modo indecente e libero. Cosa fare? Continuare a seguire la tradizione, obbedendo alla madre e sottostando ai suoi modi invadenti, o provare a essere se stessi, percorrendo la propria strada? Seguiremo le peripezie di Motti, che viene addirittura spedito in Israele per trovare una moglie adeguata e insieme rideremo di una madre che non intende in nessun modo rinunciare ai suoi progetti sul figlio. NON TUTTE LE SCIAGURE VENGONO DAL CIELO, caso editoriale in Svizzera e Germania, è un romanzo leggero, spiritoso, intelligente e profondo sul rapporto con i genitori e le aspettative che nutrono verso i figli.

Kevin Brooks, BUNKER DIARY, Piemme, 2015 (traduzione di Paolo Antonio Livorati)
I ragazzi possono leggere tutto? Io credo di sì ma soprattutto dobbiamo dare loro occasione e modi per parlare di quello che hanno letto. Sicuramente BUNKER DIARY innesta discussioni infinite ed è uno dei suoi tanti meriti. Tanto che l’assegnazione al romanzo di Kevis Brooks della Canergie Medal, il più importante riconoscimento assegnato ai libri per ragazzi, ha scatenato numerose e prolungate polemiche. Da parte degli adulti. La storia è quella di un ragazzo di diciassette anni che si ritrova prigioniero in un bunker con altre cinque persone. Linus è il primo ad essere rapito, narcotizzato e con un ascensore spedito in un bunker di cemento, controllato da un preciso sistema di telecamere che non risparmia neppure il bagno. All’inizio sembra che il misterioso deus ex machina della vicenda stia facendo una sorta di gioco sulla falsariga del grande fratello o magari un esperimento sociologico. Ma pian piano insieme a Linus e agli altri prigionieri, rimaniamo disorientati di fronte a quello che scatena nel bunker. Tra umiliazioni, privazioni, rumori assordanti, freddo, buio passano le settimane e assistiamo a come una situazione di prigionia possa modificare le persone, rivelare il loro essere più oscuro o anche inaspettate generosità. BUNKER DIARY è un romanzo potente, vero, una metafora della precarietà della nostra esistenza, ma anche un incredibile propulsore di pensieri sul senso della vita e su come reagiremmo noi se ci trovassimo nei panni dei prigionieri. Tra tutti svetta Linus, intelligente ed empatico, autentico e mai sconfitto. Grazie al suo diario, scritto su un taccuino che l’uomo di sopra ha lasciato in ogni camera insieme a una Bibbia, seguiamo la quotidianità che si instaura nel bunker, i tentativi di fuga e quelli per sopravvivere. Un libro che gli adolescenti ma anche gli adulti dovrebbero leggere non per trovare delle risposte ma tante domande sulla nostra vita.

Helen Humpreys, IL CANTO DEL CREPUSCOLO, Playgruond, 2015 (traduzione di Fabio Viola)
Attenzione! Contenuto incandescente, dovrebbe essere scritto sulle copertine dei libri di Helen Humpreys. La scrittrice canadese infatti trasforma i sentimenti in materia viva e li racconta così profondamente che sembra quasi di toccarli. E’ così anche nel suo nuovo romanzo, IL CANTO DEL CREPUSCOLO, pubblicato sempre da Playground, con l’ottima traduzione di Fabio Viola, dove ritroviamo in una storia nuova un po’ tutti i temi delle sue opere precedenti: la guerra, il rapporto tra fratelli, l’amore in tutte le sue declinazioni, il rapporto con la natura. E poi tre protagonisti impossibili da non amare anche se a un certo punto si feriscono l’un l’altro. Incontriamo subito James, “l’uomo uccello”, aviatore della RAF catturato dai tedeschi alla prima missione e portato in un campo di detenzione per l’esercito Alleato. Qui cerca di sopravvivere scrivendo alla giovane moglie Rose e osservando una coppia di codirossi intenti a costruire il nido. Ogni giorno James passa la maggior parte del tempo a spiare il comportamento degli uccelli e ad annotarlo in un quaderno (“E’ per quello che James ama gli uccelli, per le loro infinite possibilità. Tracciano una linea nell’aria, la loro traiettoria invisibile, e quella può incrociarne altre oppure condurli verso lidi inaspettati. Bisogna solo credere all’esistenza della linea e seguirla”. Subito dopo conosciamo Rose, nella modesta casa del Sussex ai confini con la brughiera dove ha passato i primi mesi di matrimonio con James. All’inizio si sente molto sola poi grazie a Harris, il cane che prende da un vicino allevamento e ai compiti bellici che le vengono affidati, comincia ad abituarsi a stare con se stessa. Fino a quando Enid, la sorella di James che non ha mai conosciuto, la prega di ospitarla perché la sua casa di Londra è stata bombardata. Tra le due donne, molto diverse, all’inizio s’instaura un rapporto conflittuale, poi pian piano sembrano poter diventare amiche. Intanto James viene trasferito in un nuovo campo di prigionia e deve abbandonare i suoi codirossi. Con un salto temporale Helen Humpreys ci trasporta nel 1950, dove ritroviamo i tre protagonisti alla fine della guerra. James ha fatto della passione per gli uccelli il suo lavoro, anche se non riesce a uscire dall’orrore che ha vissuto nel campo di concentramento e tende ad isolarsi dal mondo: “Le persone non sono importanti. I cinque anni che ho passato in prigione con duemila uomini in pochi ettari di terreno sono una dose di umanità sufficiente per il resto della mia vita”. Le due donne rimpiangono per motivi diversi le sei settimane in cui hanno condiviso la casa nella brughiera. Ancora una volta Helen Humpreys costruisce un repertorio umano che coinvolge senza possibilità di difesa il lettore che vivrà, anche una volta terminate le pagine, immerso nelle vicende del romanzo. Gli uccelli e la natura in genere poi non sono un mero pretesto letterario, ma elementi indispensabili della storia, al pari dei personaggi in carne ed ossa e anzi, spesso loro speculare riflesso: “E’ troppo difficile capire come stare al mondo... E’ quasi impossibile dare a ogni cosa il giusto peso. E poi c’è una miriade di scelte importanti da fare. E’ un impegno senza speranza. Quanto sarebbe più facile essere una berta, in balia delle folate del vento che soffia incessante dall’Atlantico”. Tutto quello che abbiamo detto del romanzo si realizza grazie alla scrittura apparentemente semplice e lineare, ma in realtà densa, poetica, precisa della scrittrice canadese che ci regala tantissimi passaggi su cui tornare per coglierne appieno la ricchezza espressiva: “Non è solo l’amore a non essere mai uguale a se stesso, è ogni istante della vita. E come non si possono amare due persone allo stesso modo, certi istanti sono molto più importanti di altri, anche se è possibile capirlo quando ci si è invischiati”.

Jennifer Niven, RACCONTAMI DI UN GIORNO PERFETTO, De Agostini, 2015 (traduzione di Simona Mambrini)
Finalmente un libro intenso, ironico e vero come quelli di John Green e Aidan Chambers. Devo ammettere che ero piuttosto scettica davanti a RACCONTAMI DI UN GIORNO PERFETTO e invece grazie ai librai del coordinamento librerie ragazzi ho scoperto una lettura dolorosa e sentita che sa raccontare gli adolescenti. Al centro della storia un’amicizia. Jennifer Niven ci presenta i suoi protagonisti, Violet e Finch al loro primo incontro, sul tetto della scuola dell’Indiana che frequentano insieme ad altri centinaia di ragazzi. Qui, sulla torre della campana, in bilico sul cornicione, Theodore Finch sta valutando l'idea del suicidio. E Violet invece cosa fa in equilibrio sul tetto della scuola con la gonna svolazzante? Quando alla fine i due ragazzi scendono tutti sono convinti che Violet abbia salvato la vita di Finch. Non può essere diversamente: la ragazza è una delle più corteggiate della scuola, è un cheerleader molto popolare e frequenta il gruppo d’elite della cittadina. Finch invece è un ragazzo strambo, bravo musicista, ma anche instabile, spesso aggressivo e nasconde un terribile segreto. L’incontro tra i due in realtà sembra avvenire nel momento peggiore della loro adolescenza: Violet ha perso la sorella in un incidente stradale e Finch medita da tempo di togliersi la vita. Il loro incontro e il loro inaspettato amore offre a entrambi punti di vista diversi sulla vita e anche tanti giorni perfetti. Ma sarà sufficiente per continuare a vivere?

Chistophe Leon, REATO DI FUGA, Sinnos, 2015 (traduzione di Federico Appel)
Finalmente un altro titolo di Christophe Leon tradotto per i lettori italiani. Dopo GRANPA’ ecco REATO DI FUGA, da cui in Francia è stato tratto un premiatissimo film per la televisione con protagonista Eric Cantona. Il romanzo racconta di cosa porta Sebastien, quattordici anni, diviso tra due genitori in aperta guerra a conoscere Loic, che vive con la madre e sogna di arruolarsi come il padre, che è morto quando era ancora piccolo. Una sera la madre di Loic viene investita da un auto lanciata a tutta velocità che non si ferma a soccorrerla. Alla guida c’è il padre di Sebastien che, da vigliacco, decide di fuggire. Ma il ragazzo non riesce a fare finta di niente e dimenticare, e così rintraccia la donna investita e conosce Loic, senza però svelare il suo coinvolgimento nell’incidente. Paradossalmente tra i due nasce un sentimento quasi fraterno e il dolore dell’uno per le gravi condizioni della mamma e dell’altro per il comportamento del padre li avvicina come se si conoscessero da sempre. Chistophe Leon, autore di più di trenta romanzi, per ragazzi e adolescenti, ci regala un ritratto vero sino alla spietatezza del rapporto genitori-figli.

A.F. Harrold, IL MIO AMICO IMMAGINARIO, Mondadori, 2015 (traduzione di Manuela Salvi)
Non sorprende che Harrold sia uno dei maggiori poeti inglesi, perché IL MIO AMICO IMMAGINARIO trasuda poesia e profondità. E anche una grande capacità di rappresentare i sentimenti dei bambini. All’inizio la storia, magnificamente illustrata da Emily Garvett, sembra quella tradizionale del legame di un bambino e del suo amico immaginario, in questo caso Rudger, fedele compagno invisibile di giochi di Amanda. Ma poi il racconto vira verso il noir e ci troviamo a temere per la “vita” di Rudger, vittima del sinistro signor Bunting, cacciatore di amici immaginari, di cui si ciba per continuare anche da adulto a mantenere il suo. Rudger riesce per fortuna a rifugiarsi in una biblioteca dove vivono tutti gli amici immaginari rimasti senza bambini a... immaginarli. Ma saranno Amanda e la sua mamma a salvarlo. Un libro che ha già il sapore del classico.

Friedrich Ani, SÜDEN, Emons, 2015 (traduzione di Emilia Benghi)
Segnatevi il suo nome perché non lo dimenticherete facilmente e, anzi, sarete anche tentati di imparare il tedesco, se già non lo conoscete, per leggere i gialli di cui è protagonista. Intanto potete cominciare con il primo tradotto in italiano, SÜDEN - IL CASO DELL’OSTE SCOMPARSO, pubblicato da Emons e ben tradotto da Emilia Benghi. Cinquantenne, introverso, poco avvezzo alle nuove tecnologie ma dalla mente affinata come un moderno Sherlock Holmes, Süden è specializzato nel ritrovamento di persone scomparse. Quando era a capo dell’apposito dipartimento della polizia tedesca ha raggiunto risultati eccellenti. A un certo punto però molla tutto, città, lavoro per tornare a Monaco, dove è nato e da dove è scappato. Qui trova lavoro quasi suo malgrado presso una piccola agenzia investigativa diretta da una donna decisa e materna insieme. E si trova a indagare su un oste scomparso da due anni dalla sua casa bavarese. La moglie sembra non rassegnarsi alla misteriosa partenza del marito, ma Süden pian piano scoprirà la vera vita che l’uomo conduceva. Le indagini, fatte di lunghi silenzi, ma in realtà di attenti ascolti, e senza possedere un telefono cellulare portano l’investigatore a Sylt, l’isola più a nord della Germania, luogo di gran fascino intriso di brezza e salsedine, profumo di aringhe e donne, dove a Süden si rivelerà una profonda verità: nessuno è quello che appare, soprattutto agli occhi di chi ti sta più vicino. Parallelamente alla vicenda dell’oste scomparso, seguiamo anche la vita personale di Süden, come accade per altri commissari molto amati dai lettori, come il Kurt Wallander di Henning Mankell, che assomiglia caratterialmente molto all’investigatore dello scrittore tedesco. Scopriamo così che Süden è tornato nella sua città natale dopo una strana telefonata, dove il padre, scomparso da 35 anni, dice di volerlo incontrare. La linea però cade e Süden non riesce più a rintracciarlo. Dove sarà finito dopo averlo abbandonato in seguito alla morte della moglie? E’ per questo drammatico aspetto della sua vita che Süden è diventato un esperto nel rintracciare persone scomparse? Come fosse sempre alla ricerca di suo padre? A queste domande probabilmente risponderanno gli altri libri della serie, che non vediamo già l’ora di poter leggere.

Anne Tyler, UNA SPOLA DI FILO BLU, Guanda, 2015 (traduzione di Laura Pignatti)
Per chi già conosce e apprezza Anne Tyler UNA SPOLA DI FILO BLU sarà come ritrovare una vecchia e affidabile amica. Per chi non l’avesse ancora letta, il suo nuovo romanzo può essere un ottimo inizio per conoscerla. Come sempre, infatti, la scrittrice americana ha il potere di rappresentare la quotidianità come pochi scrittori sanno fare. I suoi personaggi sono talmente vivi che sembra di averli conosciuti nella nostra vita reale e non tra le pagine di un romanzo. Come si potrà dimenticare Abby Whitshank, sessantenne assistente sociale in pensione, ma, come la incolpano i suoi famigliari, sempre pronta ad aiutare tutti e a impicciarsi delle vite degli altri? Abby è una donna umanamente ricca che non è riuscita però a rendere felice Danny, il suo figlio minore. E il romanzo comincia proprio con una telefonata del ragazzo, che ci porta subito al centro della storia, nella camera da letto di Abby e di suo marito Red, un uomo buono e comprensivo. Come spesso accade nei libri della scrittrice americana le case hanno grande importanza e qui la grande villa con lo sterminato portico in legno è l’elemento catalizzante di tutte le vicende della famiglia di Abby. La casa di famiglia, orgoglio del padre di Red, arrivato a Baltimora negli anni Venti per poi fare carriera come costruttore, ha visto avvicendarsi quattro generazioni di Whitshank e conserva tra le pareti l'eco delle loro storie. Che sono quelle che Anne Tyler ci racconta con il suo ritmo avvolgente, la sottile ironia, lo sguardo insieme partecipe e distante sui suoi personaggi. Perché in ogni famiglia ci sono segreti e mezze verità, risentimenti, invidie, aspettative disattese, ma anche amore, risate, voglia di stare insieme. Come nella vita.

Robin Black, RITRATTO DI UN MATRIMONIO, Neri Pozza, 2015 (traduzione di Chiara Brovelli)
Arno Geiger, TUTTO SU SALLY, Bompiani, 2015 (traduzione di Giovanna Agabio)

“Trecento anni fa raccomandavano delle trasfusioni per bilanciare l’umore dei coniugi: al marito malinconico somministravano il sangue della moglie piena di gioia di vivere. Purtroppo i pazienti sopravvivevano di rado al trattamento, e questo spiega perché la procedura non è mai diventata veramente di moda”. Una conferma e un brillante esordio per raccontare matrimoni di lunga data. Lo scrittore austriaco Arno Geiger, che ha raccontato tra l’altro l’alzheimer nel magnifico IL VECCHIO RE NEL SUO ESILIO, in TUTTO SU SALLY mette in scena l’inesorabile declino di una coppia verso la vecchiaia. La giovane scrittrice americana Robin Black con RITRATTO DI UN MATRIMONIO riesce a rappresentare, grazie a un’impressionante veridicità e a una trama ad alta tensione la vita coniugale dei cinquantenni artisti Augusta e Owen, appena trasferitisi da Philadelphia in una isolata casa di campagna. Reduci infatti da un tardivo matrimonio, fatto per sancire un nuovo inizio dopo un fugace tradimento di Augusta, i due artisti, lei una pittrice in ascesa, lui uno scrittore di nicchia, sembrano aver trovato il loro Eden in una casa di campagna dove ognuno ha il suo spazio. Robin Black ci immette subito al centro della storia, rivelandoci dalle prime parole come andrà a finire. Ma proseguendo la lettura ce ne dimentichiamo subito, irretiti dalla grande capacità narrativa ed empatica della scrittrice, che riesce a raccontare i sentimenti che uniscono due persone che condividono la vita da molto tempo: “Ma Owen era Owen. Owen era me. Io ero lui. Con la rabbia e tutto il resto. Con i tradimenti e tutto il resto. A volte entrava in una stanza e avrei voluto ucciderlo, per così dire, ma al tempo stesso, per buona parte della mia vita, non sarei riuscita a dire dove finivo io e dove cominciasse lui”. L’equilibrio faticosamente conquistato o forse solo fortemente voluto, sembra incrinarsi con l’arrivo, nella casa accanto, di Alison, che ha affittato il piccolo podere attratta dall’idea di vivere vicino a due artisti. E qui Robin Black non scade nello scontato, facendo nascere un legame con Owen, per riequilibrare i tradimenti. E’ infatti Augusta che diventa amica di Alison, a testimoniare che forse, nonostante la passione sempre accesa e l’intesa intellettuale, una coppia non può sempre bastare a se stessa e rinunciare ad avere rapporti con il mondo intero. RITRATTO DI UN MATRIMONIO è un romanzo ricco, sentito, mai banale e illuminante non solo sui rapporti umani ma anche sulla creazione artistica.
Come nel romanzo della Black, anche in TUTTO SU SALLY di Arno Geiger il personaggio chiave è quello della moglie, come si intuisce già dal titolo. Incontriamo Alfred e Sally, una coppia della media borghesia viennese, in una camera d’albergo, durante una vacanza estiva in Inghilterra. Si respira subito la complicità tra i due, ma anche la tensione di Sally che vuole opporsi a un precoce e pigro lasciarsi andare del marito: “Con espressione assorta si gratta con la penna l’ascella sinistra. Non sembra scontento, sta solo riflettendo. Sally conosce quell’espressione: è il simbolo della profondità, di pensieri importanti e grevi; e anche lui è importante e greve, antiquato e imperturbabile come la regina inglese, perennemente accompagnato dai suoi servitori particolari: ritualità e ripetizione”. Su questa lenta spaccatura di aspettative e anche di energie mentali e fisiche si innesta come un cuneo il furto che subisce la loro casa viennese mentre sono ancora in Inghilterra. L’avvenimento irrompe nella coppia portando alla luce rancori sopiti, segrete delusioni, rivendicazioni, ma anche desideri inconfessati e di rivalsa.
Se non siete proprio convinti del vostro matrimonio, però, aspettate a leggerli...

Andrés Barba, HA SMESSO DI PIOVERE, Einaudi, 2015 (traduzione di Federico Niola)
Alejandro Zambra, I MIEI DOCUMENTI, Sellerio, 2015 (traduzione di Maria Nicola)

Se amate leggere i racconti sarete contenti di scoprire due giovani e affermati autori alle prese con la prova forse più difficile per uno scrittore; se non amate i racconti non preoccupatevi, perché potete leggere i due libri come una sorta di romanzo a puntate. Perché HA SMESSO DI PIOVERE di Andrés Barba e I MIEI DOCUMENTI di Alejandro Zambra sono romanzi fatti di racconti, dove non è difficile trovare un grande collettore narrativo. Quello dello scrittore spagnolo è sicuramente il rapporto genitori-figli. Con uno stile raffinato ed efficace Barba ritrae situazioni quotidiane molto diverse dove, però, entrano sempre in gioco i rapporti familiari. In 'Paternità' un ex bambino copertina, vessato all’inverosimile dalla madre ambiziosa e ossessiva, si riscopre grazie a una inaspettata maternità. Barba riesce a farci passare in pochi tratti dalla commozione alla rabbia, ritraendo questo giovane uomo bellissimo e che non ha mai davvero amato. In 'Astuzia' una donna, madre di due vivaci bambini, deve occuparsi della madre, resa insopportabile dalla malattia. Anche qui non manca nessuna declinazione dei sentimenti nel rapporto di odio e amore che si instaura tra le due donne. In 'Fedeltà' un’adolescente scopre il tradimento del padre e perde così la sua verginità sentimentale. In 'Acquisti' un uccello del paradiso tenta una fuga impossibile e ostinata dalla cupola di vetro di un centro commerciale. Nei quattro racconti c’è un ritmo simile, per così dire in discesa, perché, come dice il titolo, a un certo punto smette di piovere e appare il sole che apre uno spiraglio nel grigio della vita. Tutti i personaggi sono dei caleidoscopi di emozioni, che poi passano, attraverso le pagine, ai lettori.
Rimaniamo nella lingua spagnola ma ci spostiamo in Cile con Alejandro Zambra, una delle nuove grandi voci della letteratura latinoamericana. Il suo I MIEI DOCUMENTI raccoglie undici brevi racconti che vanno a comporre la storia della sua famiglia ma anche del Cile. Rispetto ai racconti di Barba, qui c’è un continuo passaggio di testimone tra la vita del singolo e quella del paese in cui vive. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, il protagonista, infatti, scopre a otto anni che cos’è la rivoluzione e si deve misurare con le problematiche della sua età, come il desiderio di entrare nella banda scolastica e i discorsi degli adulti. In particolare sulla politica del paese. I racconti di Zambra sono poi un modo e quasi un’urgenza per riappropriarsi del passato, per scandagliare i dolorosi lutti del paese, come i devastanti terremoti e la dittatura, ma anche per non dimenticare i piccoli oggetti quotidiani, le tradizioni, le persone care.

Okey Ndibe, IL PREZZO DI DIO, Clichy, 2015 (traduzione di Leonardo Taiuti)
L’ho capito subito appena l’ho iniziato che questo sarebbe stato uno dei miei libri. Immagino capitino anche a voi questi colpi di fulmine: già dalle prime pagine sei parte del libro, respiri lo stesso ritmo e quando devi abbandonare la lettura, il libro però non ti lascia e te lo porti dietro fino a quando non riprendi la lettura. Beh, Ike, il protagonista de IL PREZZO DI DIO fa ancora parte delle mie giornate. Perché Okey Ndibe ha un’indubbia capacità narrativa e riesce a esprimere la sua sottile ironia anche nei momenti più drammatici della storia. Che è insieme surreale e vera, drammatica e comica, e regala al lettore un godimento estetico e un viaggio realistico nella Nigeria di oggi. Ottima la traduzione di Leonardo Taiuti, che è riuscito a trasmetterci la scrittura immediata e raffinata dello scrittore nigeriano, di cui il premio Nobel Wole Soyinka dice: “Siamo chiaramente di fronte a un nuovo talento. Era da tanto che non percepivo potenzialità simili in uno scrittore”. In breve la storia: Ike, immigrato nigeriano che vive a New York, ha visto svanire tutte le sue speranze. Malgrado una carriera scolastica impeccabile, coronata dalla laurea in economia in un prestigioso college statunitense, prima non trova lavoro per la mancanza della green card. Poi quando se la procura grazie a un turbolento matrimonio, si vede respinto per il suo marcato accento. Costretto a sbarcare il lunario facendo il tassista, è continuamente pressato dalle richieste di denaro della sorella e della madre nel suo villaggio in Nigeria. A un certo punto però da un articolo di una rivista Inke scopre l’esistenza di una particolare galleria d’arte in città, la Foreign Gods Inc., specializzata nel commercio di divinità esotiche, vendute a cifre astronomiche. E così il giovane uomo decide di trafugare e rivendere Ngene, la statua dell’antico dio guerriero del suo villaggio natio. E qui vi lascio...

Lars Saabye Christensen, BEATLES, Atmosphere, 2015 (traduzione di Alessandro Storti)
I Beatles, I Rolling Stones, Gli Animals, i Dave Clarck Five, Bob Dylan, Leonard Cohen, Jim Morrison tutti in un libro in cui ogni capitolo ha il titolo di una canzone del complesso di Liverpool. Il poderoso BEATLES del norvegese Lars Saabye Christensen non è una storia del rock, ma un avvincente romanzo di formazione che ripercorre a suon di musica gli anni Sessanta. Attraverso l’adolescenza di Kim, Ola, Seb e Gunnar che a quattordici anni sognano di avere una band simile ai Beatles e creano il gruppo The Snafus, nel quale ognuno adotta i nomi dei Fab Four, John, Paul, George e Ringo. La musica è la colonna sonora della loro crescita che si divide tra la scuola, la famiglia e i lunghi pomeriggi insieme, magari a collezionare gli stemmi rubati dai cofani delle auto. Siamo nel 1965, a Oslo, ma potremmo essere in qualsiasi paese europeo, perché, per la prima volta, c’è una musica che arriva in ogni luogo e sembra rimbalzare di ragazzo in ragazzo e non solo: “Mio padre disse che i Beatles erano diventati membri dell’Ordine dell’Impero Britannico per aver riequilibrato la bilancia commerciale inglese. E mia madre era del parere che Yesterday fosse molto carina, e che la regina Elisabetta sapesse sicuramente il fatto suo. Noi, arrabbiati e confusi, ci chiudemmo in camera mia. “C'è qualcosa che non quadra” mormorò Ola. “No-no-non mi piace quando ai nostri genitori piacciono le cose che piacciono a noi”. Il successo dei Beatles prevalica le generazioni, fa cantare e ballare fan di ogni età. Il romanzo di Christensen racconta bene questa follia collettiva, l’aura del successo mediatico che non conosce confini. E sembra che anche i ragazzi protagonisti partecipino di questa magia, mentre crescono e cominciano a sviluppare i loro sogni. Noi li seguiamo in campeggio, nei primi contrastati amori, nelle lotte quotidiane a scuola, nelle prime esperienze lavorative. Così facciamo anche una sorta di immersione vintage negli anni Sessanta, con i primi supermercati, le grandi manifestazioni contro la guerra in Vietnam, i dischi in vinile, le droghe, i viaggi in India, la voglia di cambiare davvero il mondo. Da una parte quindi il romanzo di Christensen può essere una sorta di tuffo nostalgico per chi quegli anni li ha vissuti. D’altra parte per un lettore adolescente è un’immersione incredibile in un’epoca irripetibile. Dove non si sente la mancanza di internet, del cellulare, dei pc tanto l’amicizia e la passione per la musica sono universali e non legati agli anni che si vivono.

Francesca Scotti, IL CUORE INESPERTO, Elliot, 2015
Quello che riesce a raccontare bene Francesca Scotti è il rapporto complesso tra maestro e allievo. Ed è quello che mi ha colpito maggiormente de IL CUORE INESPERTO, il suo nuovo romanzo. Dove ho ritrovato il suo talento narrativo, la scrittura raffinata e minimalista, la musica, il Giappone, i rapporti familiari impressi indelebilmente sulle pagine e poi sui lettori. Protagonista della storia è la fragile e insieme forte Anita, un talento e una passione per la viola, rapporti complicati con i genitori separati, un amico fraterno poco ascoltato, una vicina di casa invadente e amorevole. E poi c’è la musica, rifugio sicuro, ma anche motivo di ansia per le alte aspettative che quasi la divorano. Tutto il mondo di Anita sembra a un certo punto confluire in Gabriele, il suo nuovo insegnante al Conservatorio. L’incontro sembra catalizzare tutte le forze positive e negative di Anita. E anche di Gabriele, un presente di rimpianti e delusioni, la giovinezza di Anita quasi a rimproverargli e a risarcire quella che lui ha perso. Come vi dicevo è questo che Francesca Scotti sa rappresentare da vera scrittrice, senza percorrere facili strade narrative ma mantenendo sempre rispetto e onestà verso se stessa e i lettori. Al di là del rapporto più sessuale che sentimentale tra i due protagonisti, è infatti la relazione tra maestro e allievo, nella condivisione di un’arte, nello scambio di esperienza e vitalità, nel continuo ricorso tra passato e presente il valore di un romanzo che conferma le qualità non solo letterarie di Francesca Scotti.

Ian McEwan, LA BALLATA DI ADAM HENRY, Einaudi, 2014 (traduzione di Susanna Basso)
Non ho letto subito il nuovo libro di Ian McEwan. Ho aspettato perché lo scrittore inglese mi ha regalato delle letture magnifiche ma anche cocenti delusioni. Quindi ho approfittato che fosse in lettura a un gruppo, in modo da essere praticamente obbligata. Non so se sia stata la commistione delle due situazioni o probabilmente solo il fatto che McEwan è oltre ogni ragionevole dubbio uno dei pochi veri scrittori al mondo, LA BALLATA DI ADAM HENRY mi ha regalato una notte pressoché insonne e un dialogo notturno con un marito (per di più non lettore) che avrebbe dormito volentieri. E tutto quello che pensavo di trovarci, che avevo letto nelle recensioni, sentito da altri lettori, ce l’ho trovato, e anche molto di più. La trama è molto semplice, come spesso accade nei libri di McEwan, ma i protagonisti sono solidi, corposi, presenze che ti abitano e non ti lasciano più. La discussione al gruppo è stata molto lunga e vivace e alcune delle considerazioni che farò le devo agli altri lettori. Prima di tutto incontriamo Fiona, giudice cinquantenne dell’Alta Corte al Tribunale sezione famiglia, nella Londra dei giorni nostri. Donna definita «di divino distacco e diabolica perspicacia» si mostra nel suo lavoro equilibrata, vera, empatica, un talento, se così si può dire, nel saper giudicare. Poi incontra Adam, quasi diciottenne, il bisogno urgente di una trasfusione di sangue che lui e i suoi genitori rifiutano perché Testimoni di Geova. Fiona è chiamata a decidere in poche ore del suo destino. Dall’aula giudiziaria la storia si sposta alla vita privata di Fiona, al matrimonio in crisi, alla mancanza di figli (spesso sottolineata), alla passione per la musica. L’incontro con Adam però non rimane nell’ambito del lavoro. Ed è qui il centro vitale della storia. Adam crea una breccia, avvicina Fiona nel suo intimo e crea, come mai prima, un ponte tra il giudice dell’Alta Corte e la donna lasciata dal marito e impegnata nelle prove del concerto di Natale. E’ questo che McEwan racconta con precisione chirurgica, impendendo al lettore di rimanere indifferente, ma anzi caricandolo dei tanti sentimenti che entrano in gioco nella storia. Nabokov nelle LEZIONI DI LETTERATURA dice che il grande scrittore è soprattutto un incantatore. Qui ne avete un ottimo esempio.

Zdravka Evtimova, SINFONIA, Controluce, 2015 (traduzione di F. Sammarco)
Appena finito di leggere SINFONIA della scrittrice bulgara Zdravka Evtimova ho pensato che per fortuna non manca l’ironia in questo romanzo, a partire dal titolo. Perché le voci narranti non formano certo un’armoniosa sinfonia ma piuttosto un cacofonico grido di ribellione e denuncia. Che Zdravka Evtimova sia una grande scrittrice lo si capisce già dalle prime pagine, dove grottesco e violenza, tristezza e umorismo convivono fianco a fianco. E forse la sinfonia del titolo è piuttosto una polifonia di storie e di altrettanti registri narrativi. Perché se le protagoniste del libro sono quasi tutte donne, sono in realtà gli uomini che condizionano se non rovinano le loro esistenze. A parte Petar, afflitto da problemi psicologici, non c’è infatti un solo personaggio maschile positivo. Ma non pensate a un romanzo di impostazione femminista perché in realtà molti degli uomini della storia sono frutto di madri devastanti quanto loro. Ma una volta dentro le vite di Moni, ragazza grassa e ricchissima, della signora Aneva, bellissima e tristissima, della talentuosa D. e della disperata Nora, non riuscirete a uscirne. Un catalogo vivo e letterario di vite al femminile e insieme uno spaccato realistico della società bulgara. E non solo.

Alberto Cavanna, IL DOLORE DEL MARE, Nutrimenti, 2015
Un altro romanzo di mare e di vita di uno scrittore che amo molto e che in Nutrimenti ha trovato il suo porto sicuro. In realtà IL DOLORE DEL MARE è un romanzo di guerra e di isola ma, come sempre, Alberto Cavanna sa raccontare gli animi e la natura nella loro relazione più vera. La storia segue tre generazioni nella piccola isola ligure di Palmaria, dove sembra che il mondo intorno possa solo lambire i suoi scogli. In realtà non c’è luogo abbastanza nascosto per non essere toccato dall’assurdità della guerra. E dopo che Elvira ha perso dopo soli venti giorni di matrimonio il marito caduto nelle trincee del Piave, cresce il figlio Ermes con la speranza che possa uscire dall’isola grazie allo studio e alle sue capacità. Ma il fascismo e la prospettiva di una nuova guerra romperanno la serenità conquistata a fatica. Il valore del romanzo di Cavanna è nella precisa e partecipe descrizione della vita sull’isola. Della vita di chi non se ne è mai allontanato e obbedisce ai riti che sanciscono il lavoro, i ritmi della natura, i rapporti con gli altri isolani, il mare come ultima protezione verso il mondo esterno. Un libro duro e poetico insieme, che fa rivivere un mondo arcaico e moderno insieme, che esalta il ruolo delle donne, soldati della quotidianità, e sancisce l’ineluttabilità del male.

Maylis De Kerangal, RIPARARE I VIVENTI, Feltrinelli, 2015 (traduzione di Maria Baiocchi con Alessia Piovanello)
“Seppellire i morti e riparare i viventi”. Sta in questa frase, tratta da una piéce di Platonov, il magnifico romanzo di Maylis De Kerangal. Simon, diciotto anni, scivola sul suo surf all’alba e dopo un’ora è morto a causa di un incidente stradale. All’ospedale i suoi genitori devono decidere in poche ore se dare il consenso per l’espianto degli organi e in particolare del cuore. Il libro della scrittrice francese ci immerge nelle ventiquattr'ore in cui il cuore di Simon diventa quello di Claire, raccontandoci non solo le vicende che porteranno al trapianto ma soprattutto le implicazioni emozionali di un tale trasferimento. Ma paradossalmente il “cuore” del libro non è questo, ma nell’intensità vitale che Maylis De Kerangal riesce a trasmettere. Perché la scrittrice francese ci porta in equilibrio su una tavola da surf più che stesi su un tavolo operatorio. Riparare i viventi infatti è un libro che dà le vertigini, e sempre ti spinge a continuare a scivolare sulle sue pagine. Ed è impressionante come ogni personaggio, anche quelli che hanno un ruolo minore sono tutti portatori di emotività e senso. C’è un controllo sicuro e letterario delle parole tanto che De Kerangal spinge all’estremo le sensazioni del lettore e quando sembra stare per precipitare nel retorico, in un linguaggio troppo metaforico e raffinato, allora sa staccare appena in tempo, per prepararsi ad affrontare la prossima onda: “... gambe flesse e busto orizzontale quasi parallelo al surf, braccia aperte per stabilizzare l’insieme, e quello è decisamente l’attimo che Simon preferisce, quello che gli permette di afferrare tutto lo sfavillio della sua esistenza, e di addomesticare gli elementi, di fondersi col vivente, e una volta in piedi sul surf – in quell’istante si può valutare l’altezza dell’onda, più di un metro e mezzo -, amplificare lo spazio, allungare il tempo, fino alla fine della corsa consumare l’energia di ogni atomo di mare. Diventare onda, diventare flutto”. E sembra che la storia si possa raccontare solo così, senza punti, senza pause regolari, come il cuore malato di Claire o come il frenetico lavoro contro il tempo del personale sanitario. RIPARARE I VIVENTI offre tante letture e può essere tanti libri, quanti sono i suoi lettori. Che non devono esitare di fronte alla storia o al linguaggio travolgente ma invece seguire il flusso e prepararsi a rileggere il romanzo per rinnovare un’esperienza insieme emotiva ed estetica. Cosa ancora più sorprendente perché non siamo forse più abituati all’intensità che regala il talento letterario.

Fabio Genovesi, CHI MANDA LE ONDE, Mondadori, 2015
Non rimarranno delusi i tanti lettori di Fabio Genovesi, perché in CHI MANDA LE ONDE ritroveranno tutti i libri precedenti dello scrittore toscano. Ci sono la Versilia, il mare, le denunce contro le speculazioni e i soldi facili, lo sguardo malinconico e l’alternarsi di momenti esilaranti ad altri al limite del sentimentale se non commuoventi. Un racconto dettagliato, forse a volte troppo, ma è anche bello leggere un libro generoso e articolato, che ti lancia tanti fili che alla fine devi essere bravo a riannodare insieme. E’ difficile riassumere i tanti personaggi che Fabio Genovesi riesce ad orchestrare con abilità, a partire da Luna, la ragazzina albina che nonostante le difficoltà e la mancanza del padre, ha una vita ricca di sogni e uno spirito libero e giocoso. E’ lei l’elemento catalizzatore di tutte le vicende del romanzo e il punto di vista che Genovesi sceglie per la sua macchina da presa narrativa. Uno sguardo dal basso, che non è così solo grazie agli occhi dei bambini, ma anche dal basso delle speranza perdute del “dream team”, composto da tre quarantenni mai cresciuti, dalle esistenze comiche e drammatiche insieme. O dal basso della fame di denaro o del letto dove può inchiodarti un dolore intollerabile. Il romanzo di Genovesi ha anche il merito di raccontare l’Italia con grande lucidità e intelligenza, con uno sguardo insieme ironico e affettuoso.

Marco Parlato, TIROIDE, Gorilla sapiens, 2014
Prima di parlare del libro, un accenno alla casa editrice Gorilla sapiens che così si presenta: “Adoro l'ironia, ho un'ossessione per la corretta lingua italiana e un certo appetito per la distruzione delle categorie. Mi piace parlare di grandi sciocchezze come di questioni filosofiche di poco conto. I Gorilla sapiens sono fatti così! Sarà forse per via di quella storia dell'estinzione, che non ci fa dormire sonni tranquilli, ma nei momenti di veglia ci piace prendere la vita con leggerezza”. Ed è esattamente quello che troverete nei libri da loro pubblicati. Veniamo ora a TIROIDE di Marco Parlato. Appena l’ho iniziato mi ha ricordato un libro che ho letto diverse volte e sempre mi diverte: BASSOTUBA NON C’È di Paolo Nori. Anche qui uno studente universitario, Stefano affetto da ipertiroidismo. La malattia è il filo conduttore dei suoi rapporti con il resto del genere umano, a partire dall’ingombrante madre sino ai medici che lo curano. Senza dimenticare gli ex compagni di classe, i coinquilini con cui divide l’appartamento a Roma, librai e bibliotecari. Marco Parlato possiede la rara capacità di raccontare storie importanti con apparente noncuranza. Il testo scorre velocemente, gli eventi si rincorrono, i personaggi si passano il testimone, e alla fine rimane la netta sensazione di aver letto una voce autentica, scovata, supportata, curata da una piccola casa editrice di qualità. Speriamo che almeno questi gorilla non si estinguano!

Mario Benedetti, LA TREGUA, nottetempo, 2014 (traduzione di Francesco Saba Sardi)
La prima pagina di diario è datata 11 febbraio, l’ultima 28 febbraio dell’anno successivo. Dodici mesi che per il quarantanovenne Martin Santomé significano l’inizio dell’agognata pensione, il raggiungimento del mezzo secolo di età e un amore assolutamente inaspettato. Quello che mi ha colpito del libro, che ho trovato insieme accogliente e sconvolgente, è il mettersi a nudo del protagonista, l’alternarsi della cronaca della vita di un comune impiegato e insieme il diario di un’anima unica ma che nei suoi molteplici aspetti parla a ognuno di noi. L’irritazione che a volte ho provato leggendo è proprio perché mi sono ritrovata nei pensieri meschini del protagonista, nelle scelte egoistiche, nelle amare riflessioni, nel barcamenarsi tra la vita pubblica e i desideri interiori. E capisco come questo romanzo dello scrittore uruguaiano sia già considerato un classico. Non c’è una sbavatura nello stile e nella scrittura solo apparentemente colloquiale, e neanche nel restituirci un anno di vita di un uomo come tanti e nello stesso tempo unico. Come ognuno di noi.

Antonio Manzini, NON È STAGIONE, Sellerio, 2015
Da una parte è una certezza. Eccolo lì il vicequestore Rocco Schiavone, in equilibrio tra giusto e sbagliato, un segreto pesante che gli parla ogni volta che torna a casa, le clark regolarmente sfondate. Dall’altra la sorpresa di trovare Antonio Manzini sempre più bravo; non solo nel gestire un personaggio non certo facile, ma anche nel maneggiare una scrittura ricca e precisa, mai banale. Come i suoi gialli. Che piacciono molto non solo per le capacità investigative di Schiavone e il suo stare sempre in bilico tra legalità e illegalità, ma anche per tutto quello che Manzini riesce a metterci, dosando bene i vari ingredienti. Quindi rimaniamo legati alle vicende personali di Rocco e in particolare ai suoi rapporti con le donne; poi non sono mai scontati i riferimenti sociali, politici ed economici al nostro paese. Nel fare questo Manzini riesce a tenersi lontano da ogni facile semplificazione, dimostrando grandi capacità narrative ma anche un’intelligenza lucida ed ironica.

Patrick White, IL GIARDINO SOSPESO, Bompiani, 2014 (traduzione di Mario Fortunato)
“Un bambino, diceva Brodskij, è sempre e prima di tutto un esteta, perché reagisce alle apparenze, alle superfici, alle linee e alle forme. Ecco a quale categoria appartengono i due piccoli protagonisti del racconto. Essi riconoscono la bellezza della natura che li circonda nella sola maniera in cui gli esseri umani – quando non sono ancora dominati dalla volgarità – sanno fare, e cioè diventano parte integrante di quella bellezza”. Prima di immergersi nella storia dei quattordicenni Gilbert e Eirene, la prefazione di Mario Fortunato, che cura anche la traduzione, è il modo giusto per affrontare questo romanzo ritrovato di Patrick White, uno dei maggiori autori contemporanei, Nobel per la letteratura nel 1973. IL GIARDINO SOSPESO infatti ha una storia curiosa, che è una sorta di lungo romanzo che prelude alla vicenda vera e propria. E chiarisce anche il valore di un’operazione di recupero e valorizzazione che non lascia spazio alla superficialità o ad altri intenti se non quello di fare conoscere ai lettori un altro importante tassello della produzione dello scrittore australiano. Ambientato durante la seconda guerra mondiale, IL GIARDINO SOSPESO ci fa conoscere Gilbert, inglese e orfano in fuga dall'Europa devastata dalla guerra mondiale e Eirene, di madre australiana e orfana del padre, un partigiano comunista greco. I due ragazzini si ritrovano alla fine di un lungo viaggio, in Australia, affidati all’anziana vedova signora Bulpit, impettita e rigida, ma non indifferente al destino e ai sentimenti dei due adolescenti. Un romanzo originale e sentito, che sa raccontare il dramma della guerra e la fatica di crescere.

Sorj Chalandon, CHIEDERÒ PERDONO AI SOGNI, Keller, 2014 (traduzione di Silvia Turato)
TRADITORI 1 - “Ora che tutto è venuto allo scoperto, saranno loro a parlare al mio posto. L’IRA, i Britannici, la mia famiglia, persone a me vicine e giornalisti che non mi hanno nemmeno incontrato. Alcuni oseranno spiegarvi perché e per come sono arrivato a tradire. Forse su di me scriveranno dei libri e questo mi manda in bestia. Non ascoltate nulla di quel che diranno. Non fidatevi dei miei nemici, e ancor meno dei miei amici. Fuggite quelli che sosterranno di avermi conosciuto. Nessuno è stato dentro la mia testa, nessuno. Se oggi parlo, è perché sono l’unico a poter dire la verità. Perché dopo di me, spero nel silenzio”. Sono grata a Sorj Chalandon e alle edizioni Keller per l’ultimo romanzo letto nel 2014 e che balza nelle vette dei migliori dell’anno appena passato. La storia è quella di un traditore, ma anche molto di più. E’ la scioccante vicenda di un’intera esistenza in guerra, di un’infanzia dura e povera, sorretta dagli ideali di libertà. Tyone Meehan è un personaggio indimenticabile, eroe e antieroe insieme, un uomo di cui innamorarsi per la fede risoluta nella sua lotta, che non abbandona neanche a costo di immani sofferenze. Allora perché questo combattente per l’indipendenza dell’Irlanda, a un certo punto collabora con i Britannici? La risposta è nel romanzo e lo scrittore francese riesce a sublimare la letteratura per raccontare un’esistenza straordinaria, ma anche universale. CHIEDERO’ PERDONO AI SOGNI ha un ritmo perfetto, e crea tra personaggio e lettore un’empatia rara e preziosa. Un libro straordinario, dove la Storia con la S maiuscola affida alla letteratura la possibilità di essere narrata e compresa.

Amos Oz, GIUDA, Feltrinelli, 2014 (traduzione di Elena Loewenthal)
TRADITORI 2 - Ho subito letto il nuovo atteso libro di Amos Oz e mi trovo a misurarmi con un altro traditore. In realtà il traditore per eccellenza, Giuda, al centro della tesi del giovane Shemuel Asch, che decide di lasciare gli studi per le difficoltà economiche della famiglia. Siamo a Gerusalemme, nell'inverno tra la fine del 1959 e l'inizio del 1960. Shemuel viene anche lasciato dalla sua ragazza, Yardena, che decide di sposare il suo precedente fidanzato, e così non esita a rispondere a un annuncio nella caffetteria dell'università dove vengono offerti alloggio gratis e un modesto stipendio a uno studente di materie umanistiche che sia disposto a tenere compagnia, il pomeriggio, a un anziano disabile di grande cultura. Da qui iniziano i quattro mesi di convivenza di Shemel con Gershom Wald, e le conversazioni che spaziano dalla letteratura alla religione, e al destino di Israele. “Chi è pronto al cambiamento, disse Shemuel, chi ha il coraggio di cambiare, viene sempre considerato un traditore da coloro che non sono capaci di nessun cambiamento e hanno una paura da morire del cambiamento e non lo capiscono e hanno disgusto di ogni cambiamento. Shaltiel Abrabanel aveva un bel sogno, e per quel sogno lo hanno chiamato traditore”. Lascio a voi poi il resto della trama, che secondo me è funzionale a quello che Amos Oz ci vuole raccontare del suo paese, della nascita dello stato d’Israele, delle guerre, dei rapporti con il mondo arabo. E’ questo il fulcro del racconto, che spesso vira sulla riflessione politica, filosofica, storica. Al romanzo è lasciata la rappresentazione delle esistenze comuni, del dolore, dei sogni infranti, del difficile rapporto tra lo Stato e il singolo.

Pasi Ilmari Jaaskelainen, LA SOCIETÀ LETTERARIA DI SELLA DI LEPRE, Salani, 2014 (traduzione di Marcello Ganassini)
Se non mi fosse stato segnalato da un amico di cui mi fido, non credo avrei letto il romanzo dello scrittore finlandese. Temevo fosse uno degli innumerevoli titoli con protagonisti i libri per irretire gli ingenui amanti della lettura e che fosse quindi pieno di banalità e frasi scontate. Invece è stato una piacevole sorpresa e una lettura perfetta per i giorni natalizi. Perché ti porta in un mondo fantastico, ma nello stesso tempo incredibilmente e quasi violentemente reale. Perché Jaaskelainen sa sfruttare bene una bella idea, tenendo il ritmo sempre alto e impedendo al lettore di staccarsi dalle pagine. Perché alla fine quello che dice dei libri, a partire dalla loro pericolosità, è intensamente vero e nessuna banalità sfiora una trama ben congegnata dove la lettura è raccontata nelle sue varie sfaccettature. Non esitate quindi a immergervi nel gelido clima di Sella di Lepre dove esiste una società letteraria che ha regalato ai suoi nove soci il successo. Reclutati sin da bambini da Laura Lumikko, famosissima autrice per bambini, i nove scrittori sono legati da un legame fortissimo, che prevede anche un pericoloso e misterioso “Gioco” della verità. Quando a sorpresa viene ammesso un nuovo membro alla società, scompare improvvisamente Laura Lumikko. Da qui si susseguono avventure, colpi di scena, classici che misteriosamente si ritrovano cambiati, una bibliotecaria che brucia gli strani mutanti e un finale davvero a sorpresa.

Sonali Deraniyagala, ONDA, Neri Pozza, 2014 (traduzione di Chiara Brovelli)
“Ho il sospetto di poter mantenere la mia stabilità, mentre attraverso questo mondo privo della mia famiglia, solo quando ammetto che loro sono reali, e che lo sono anch’io”. La vacanza del Natale 2004 in Sri Lanka è per Sonali la morte di una parte di se stessa. Infatti solo lei sopravvive allo tsunami che si porta via i suoi due bambini, il marito e i suoi genitori. Come si può sopravvivere a un lutto così devastante? Sonali Deraniyagala ci racconta i suoi dieci anni da superstite, a partire dalle ore del disastro, sino al suo trasferimento a New York, che paragona a una sorta di programma di protezione testimoni. Non ci viene risparmiato nulla, come è giusto che sia, ma è comunque impressionante la capacità della scrittrice di raccontare il dolore. E di come da una storia vera nasca una grande opera letteraria. Per chi ha amato L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO di Joan Didion e VITE CHE NON SONO LA MIA di Emmanuel Carrere.

Annie Goetzinger, LA RAGAZZA INDOSSAVA DIOR, Bao, 2014 (traduzione di F. Savino)
"La costruzione di un vestito di Christian Dior incastona il corpo di una donna come l'oro fa con una pietra preziosa... Il 12 febbraio 1947 è la sola rivoluzione con la data precisa nella storia della moda, il giorno del suo primo défilé. Come tutti i grandi stilisti, è ancora influente. Si 'declina', si 'rende omaggio'... Succede nella moda e in molti altri campi, in fondo. I miei modelli preferiti? Amo l'insieme della sua forza creativa: si può amare una tela in particolare di un pittore, ma un tailleur?". Un romanzo per immagini che celebra le donne, l’eleganza, una stagione indimenticabile della moda e non solo. Un libro da regalare e regalarsi per essere immersi nella bellezza. La Parigi-bene infatti si ritrova in Avenue Montaigne all’inizio del 1957 per assistere alla prima sfilata di un certo Christian Dior. Spalle arrotondate, figure slanciate, lunghe gonne a corolla. Il "New Look" consacra il geniale stilista. Attraverso gli occhi di Clara, giovane giornalista di moda, poi modella, Annie Goetzinger ci guida nel cuore della maison Dior, divenuta quasi immediatamente emblema dell'eleganza parigina. E lo fa grazie a un’accurata ricostruzione storica e culturale, con grande raffinatezza e leggerezza. Dimostrando come non esistono storie che i graphic non possano raccontare.

Peter Ackroyd, CHARLIE CHAPLIN, ISBN, 2014 (traduzione di Francesca Valente)
Diciamo che in questo libro si incontrano due geni. Uno chiaramente è il grande regista e attore, ma il libro varrebbe anche solo per chi lo ha scritto, il grande Peter Ackroyd, biografo di Shakespeare ma anche di una città, Londra, che nessuno ha saputo raccontare come lui. E anche qui non smentisce le sue acute capacità di indagine ma anche di empatia e narrative e ci restituisce appieno la complessità della figura di Chaplin. La lettura accontenta il conoscitore più raffinato di Chaplin e chi invece conosce poco della sua vita e della sua carriera cinematografica. Ed è anche un racconto appassionante e preciso della nascita del cinema. Da leggere e rileggere, magari guardando con occhi diversi i film di Charlie Chaplin.

Afro Somenzari (a cura di), FUOCO FUOCHINO 3, fuocofuochino edizioni, 2014
Una rivista? Un’antologia? Un gioco letterario? Difficile dire cosa sia FUOCO FUOCHINO, pubblicato dalla casa editrice più povera del mondo. Molto più facile è leggerlo e diffonderlo il più possibile. Come ha scritto Gino Ruozzi nell’introduzione alla prima raccolta, FUOCO FUOCHINO è “un piccolo segno di vita di una letteratura del tutto gratuita, un omaggio alla meraviglia della scrittura. Nasce da un’intuizione di Afro Somenzari, dai suoi rapporti di amicizia, dal desiderio di riunire amici a una comune tavola letteraria. Un gesto gratuito di scrittori che hanno voluto regalare ad Afro e alla sua minuscola neonata casa editrice racconti, poesie, pensieri. Per amore della letteratura, per amore dell’amicizia, per amore di fare e di offrire qualcosa fuori dai circuiti mercantili”. In questo terzo volume tra gli altri hanno scritto Don Bachy, Paolo Albani, Hans Tuzzi, Paolo Colagrande, Valerio Magrelli. Diciamo che è un bel regalo da fare e soprattutto da farsi. E offre la possibilità di scoprire o riscoprire autori che regalano ad Afro delle vere e proprie perle. Come potrò guardare con indifferenza il burrocacao dopo aver letto il racconto di Simonetta Gilioli? Come farò a non sorridere incrociando gli operai di un cantiere, a cui Camillo Cuneo attribuisce gli esilarantio star-falcioni? E chi, se non Don Bachy, poteva scrivere 'Figli delle stelle'? E che dire dei 'Dieci comandamenti per l’uso della bellezza' redatti da Roberto Barbolini? Andrebbero appesi ovunque, dalle fermate degli autobus alle scuole, dai ristoranti agli uffici postali. Come anche, in ogni libreria e biblioteca, 'I tredici epigrammi letteroidi' di Antonio Castronuovo a cui affido la chiusa della recensione:

    Tra mattoidi, scienze anomale e libri inesistenti
    Ci ha indotto a pensare lo scrittore Paolo Albani
    Ch’esiste una letteratura che vive di altrimenti
    E tutto il resto, forse, è calligrafia da scalzacani.

Charles Lambert, OCCASIONI DI MORTE, Voland, 2014 (traduzione di Isabella Zani)
OCCASIONI DI MORTE è stato per me già dalle prime pagine un libro disturbante. Ammetto anche di non amare ultimamente romanzi che raccontano il nostro Paese. Dopo essermi lamentata che gli scrittori italiani non sanno rappresentare il presente, adesso provo fastidio per chi invece ci riesce magnificamente? Diciamo che non avrei pensato di leggere questo libro se non fosse stato pubblicato da Voland. E poi una volta iniziato, non solo non ho potuto smettere di leggere, ma anche di pensarlo. La mia mente ci tornava continuamente, tanto che assistevo a un dialogo surreale tra due “me” che discutevano del libro con considerazioni spesso opposte. Ma non vi ho raccontato tutto questo perché vi preoccupiate della mia salute mentale, ma perché non so spiegare altrimenti l’effetto che mi ha fatto OCCASIONI DI MORTE. In sostanza: è da leggere? Assolutamente sì. Per tanti motivi. Perché racconta una stagione dolorosa e mai metabolizzata della nostra storia recente. Perché è un racconto sentito e spietato sul passaggio dal sogno rivoluzionario alle comodità alto borghesi; perché ritrae una Roma non solo politica, ma anche sociale e culturale. Perché riflette sull’amore e su come vediamo le persone di cui ci innamoriamo. Perché è un romanzo politico, ma anche sentimentale. Uno spaccato doloroso, ma vero del nostro Paese, scritto da uno scrittore inglese, da anni residente in Italia. Davvero bravo.

Claudio Panzavolta, L’ULTIMA ESTATE AL BAGNO DELFINO, ISBN
Chi, come me, ha passato molte estati a Casalborsetti, non può non apprezzare L’ULTIMA ESTATE AL BAGNO DELFINO. In realtà non è necessario conoscere la riviera romagnola per godersi questo viaggio nel tempo che dal 1988 ci porta all’aprile del 2014. Per scoprire cosa ne è stato di Corrado, Monica, Michael, Fabio e Antonino, Alessio, Giulio, Jenny. Claudio Panzavolta sembra raccontare con una cinepresa 8 millimetri per portarci alle estati da adolescenti con i primi amori, i giochi, le rivalità, le amicizie, le piccole grandi tragedie di quando si hanno quindici anni. Ci sono quelli che affittano le case tutta la stagione, i padri del fine settimana, chi invece vive al mare tutto l’anno (beati loro! Ma è così?), chi non ha abbandonato il piacere della conquista nonostante i settant’anni suonati, chi gioca a carte quasi tutto il giorno. E poi gli ombrelloni prenotati da anni, con il nome scolpito sopra, i bagnini indolenti e distratti, le ragazze straniere, dal fascino esotico, le sfide, gli scherzi anche crudeli, lo strappo sempre più netto con il mondo degli adulti. Anche qui un lutto, un fatale incidente, incide a vivo una linea di demarcazione. Non ci sarà più una stagione così, ma soprattutto nessuno, adulto o ragazzo che sia, sarà uguale a prima. E solo il futuro mostrerà chi è rimasto più segnato dall’ultima estate. Bellissima la copertina.

Mario Pistacchio e Laura Toffanello, L’ESTATE DEL CANE BAMBINO, 66thand2nd, 2014
Un romanzo che sa ingranare le marce giuste. Sarà perché ho sempre dei problemi con il cambio, ma appena ho letto il libro d’esordio di Pistacchio e Toffanello ho pensato subito che riesce dove io, alla guida, fallisco spesso. Ha infatti un passo fluido, gioca sugli indizi, ma non anticipa troppo, crea tensione e sa mantenerla, tiene in equilibrio con mano ferma tragedia e commedia. Sa infatti raccontare le dinamiche di un paese di provincia, in questo caso vicino a Chioggia, riporta alla mente cosa voleva dire essere ragazzi negli anni ’60, con i lunghi pomeriggio estivi passati con il gruppo, quanto mai variegato e spesso improponibile, le partite di pallone, il mito dei grandi calciatori, le prime attrazioni sessuali. E poi i rapporti con gli adulti, il parroco, la levatrice, i luoghi proibiti, la tana, ricavata in una vecchia trincea, i genitori avari di gesti d’affetto, l’amicizia sopra tutto e tutti. E come un fatto, in questo caso la scomparsa di un bambino, scoperchi la patina di normalità, centrifughi teste e cuori di tutta la comunità e inneschi reazioni a catena che sembra impossibile fermare. Alla fine sono i più giovani quelli che rimangono sul campo. Un romanzo di formazione con un’atmosfera e un ritmo che ricordano l’Ammaniti di TI PRENDO E TI PORTO VIA e MAL’ARIA di Eraldo Baldini.

Radhika Jha, CONFESSIONI DI UNA VITTIMA DELLO SHOPPING, Sellerio, 2014 (traduzione di Alfonso Geraci)
Posso capire i motivi per cui a Sellerio hanno scelto di cambiare il titolo, ma io avrei lasciato MY BEAUTIFUL SHADOW, perché CONFESSIONI DI UNA VITTIMA DELLA SHOPPING dà al libro un tono frivolo, che assolutamente non ha. Anzi, è un libro insieme ironico e drammatico. Non fatevi quindi fuorviare. E’ vero che si parla di shopping, di abiti firmati, gioielli, negozi esclusivi, ma il romanzo della scrittrice indiana è una feroce critica sociale e un ritratto desolante se non drammatico della vita di una giovane donna. Da una parte un tono ironico, che racconta di un club insieme esclusivo e universale. Dall’altra una vita vuota che solo gli abiti riescono a ravvivare. Ma non perché appartengono al mondo del lusso o appaghino la vanità della protagonista o la facciano sentire ammirata e corteggiata. Ma perché la giovane donna riesce a trovare solo lì il piacere che dà la bellezza. Questo è secondo me il senso del romanzo e quello che riesce a raccontare con grande profondità: abbiamo bisogno della bellezza e se non c’è nel luogo in cui viviamo, se non riesci a incontrarla nell’amore o nel tuo lavoro, se non riesci ad assorbirla dall’arte o dalla natura, allora puoi trovarla negli abiti. E gli abiti di qualità sono belli, ricercati, preziosi, delle opere d’arte.

Hans Tuzzi, IL MONDO VISTO DAI LIBRI, Skira, 2014
“... vidi, nello scoscendere dei secoli, morti disastri e ferocie scatenati dal sonno della ragione, e, fra stragi e guerre, prepotenze e ingiustizie, fra incerti progressi e mai facili conquiste, l’Uomo, nudo, piccolo, spaurito, molteplice, confuso e talvolta inconsapevole debitore a quanti, appunto, mai fra ignavia e orrore ammainarono il vessillo dell’intelligenza, del raziocinio, della scienza, dell’arte. Nella tradizione occidentale, forse nessun oggetto meglio del libro compendia in sé questi valori, riassumibili nella parola civiltà, o quantomeno nella parola cultura... Mi resi conto che le voci di questo personale abbecedario, allora in parte già scritte, vogliono dire anche questo: essere stato, il libro, lievito di civiltà presente e attivo persino nei momenti più tragici del nostro cammino di specie.” IL MONDO VISTO DAI LIBRI è un dizionario letterario ed etico, uno spaccato di storia dell’umanità che mette in luce la cultura curiosa e molteplice di Tuzzi, ma anche il suo pensiero lucido e partecipe sugli accadimenti umani, dalle guerre alle conquiste scientifiche, dalle devastazione alle incredibile scoperte. Un piccolo e prezioso scrigno di libri, storie, personaggi, curiosità, colpi di scena, che spaziano dalla botanica alle legature, dalla rivoluzione francese a Ian Fleming, creatore di James Bond, ma anche appassionato bibliofilo. Un divertissement raffinato ed empatico che si rivela via via una profonda riflessione sulla natura umana. Grazie a una scrittura precisa, ma mai didattica, e a un tono divertito e partecipe, lo scrittore e studioso milanese sfata molti luoghi comuni legati alla bibliofilia e permette anche al più ignaro lettore di mettere il naso nel mondo del collezionismo librario. Così, senza quasi accorgersene, si scopre che cos’è una legatura e come si misura il grado di rarità di un libro, ma anche che dobbiamo a una donna un libro fondamentale sugli insetti o che Ian Fleming, tra le sue grandi passioni, vino, donne, avventura, aveva anche i libri di ornitologia. Non bisogna quindi pensare a un puro gioco di erudizione: certo si respira sempre la precisa e affettuosa competenza che fa di Hans Tuzzi, o meglio di Adriano Bon, il suo vero nome, uno dei maggiori bibliofili italiani oltre che un raffinato e profondo studioso di libri e letteratura, ma traspare anche l’ironia e la capacità narrativa che molti hanno apprezzato nei gialli con protagonista Norberto Melis. IL MONDO VISTO DAI LIBRI è una sorta di monopoli con tante partenze e infiniti arrivi. Si può non rispettare l’ordine alfabetico e cominciare la lettura da soggetti, luoghi personaggi che ci attirano di più. E all’interno del libro sono tanti i fili che si possono seguire e le letture che ne derivano. Perché attraverso i libri rari, perduti, ritrovati, catalogati, smembrati, collezionati, odiati, desiderati, si snoda la storia d’Europa ma anche di Zanzibar e insieme la microstoria di personaggi comuni e dei tanti luoghi, cibi e oggetti, non solo legati ai libri, che Hans Tuzzi riesce a collocare, ognuno al suo posto, nel suo teatro letterario. Alla fine gli rubiamo anche le parole per disporsi alla lettura del suo libro: “... Calma, accendiamo il fuoco nel camino – in questi casi è sempre una sera d’autunno, vero?, di quelle che richiedono una cena saporita e un gran vino d’annata – accendiamo un buon sigaro Partagas e...”.

Ella Berthoud e Susan Elderkin, CURARSI CON I LIBRI. RIMEDI LETTERARI PER OGNI MALANNO, Sellerio, 2013 (a cura di Fabio Stassi, traduzione di Roberto Serrai)
Lo so, ci ho messo un po’. Siccome detesto la libro terapia, il titolo CURARSI CON I LIBRI, mi aveva subito infastidito. Poi però è un libro Sellerio, e per di più curato da quel bravissimo narratore e bibliotecario che è Fabio Stassi. Così ogni tanto ci incappavo, aprivo a caso le pagine e trovavo sempre indicazioni interessanti e anche molto ironiche. Finché ho deciso di dedicargli una giornata e ne sono uscita completamente convinta. Alla fine non è un libro terapeutico. Al contrario. Perché aggrava con grande efficacia la malattia della lettura. Bibliotecari e librai dovrebbero tenerlo sempre sottomano e così non saranno mai impreparati di fronte a qualsiasi richiesta di consiglio. Non voglio però raccontarvi troppo perché basta andare sul sito sellerio nella sezione dedicata al libro, per potersi scambiare commenti, aggiungere libri e segnalazioni, per fare sempre più propria la “cura”. E non fate come me che mi sono trascritta le pagine che più mi interessavano con i vari disturbi e i divertenti elenchi “I migliori dieci libri per...”, perché a Sellerio hanno pensato a tutto: alla fine ci sono ottimi sommari...

Ingrid Noll, TUTTO SOLO PER ME, Astoria, 2014 (traduzione di Barbara Graffini)
Quando ho visto che Astoria riproponeva in Italia i libri di Ingrid Noll, ho cominciato a sorridere ricordando il gruppo di lettura di San Giorgio alle prese con IL GALLO E’ MORTO nel 1996. Era stato pubblicato da Mondadori, tra l’altra con una veste molto curata e io mi ero divertita tantissimo. Lo trovo uno dei libri più spassosi che ho letto, molto catartico perché verrebbe davvero voglia di fare fuori quelli che ti si mettono di traverso, come fa la protagonista. Questa non zitella che pur di avere, proprio nel senso di possedere, l’uomo di cui si invaghisce, non esita a eliminare, proprio nel senso definitivo, chi si mette, per lo più donne, sulla sua strada. In Germania Ingrid Noll è amatissima, sempre in testa alle classifiche di vendita, mentre in Italia è stata praticamente ignorata. Tanto che Mondadori l’aveva subito abbandonata. Tornando al gruppo di lettura di San Giorgio, quella sera mi guardarono tutte schifate. Erano addirittura scandalizzate. Ora Astoria lo ripropone con una nuova traduzione, un nuovo titolo e sono curiosa di vedere se dopo vent’anni i lettori italiani sapranno apprezzare questo umorismo nero e politicamente scorretto. Io spero di sì!

Howard Jacobson, PRENDETE MIA SUOCERA, Bompiani, 2014 (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra)
Il nuovo romanzo di Howard Jacobson merita anche solo per il primo capitolo, dove lo scrittore protagonista incontra un agguerrito gruppo di lettura e poi “libera” da una libreria il suo primo romanzo. Comincerete a ridere e non vi fermerete più. Come sempre politicamente scorretto, intelligente ed estremamente liberatorio, lo scrittore inglese parte da una circostanza non certo rara: innamorarsi cioè della madre della propria moglie. Con un elogio lusinghiero per le ultrasessantenni (che se sono state brave a tenersi sono meglio delle trentenni) che non possono che ringraziare e un’acuta analisi del matrimonio. Senza però farci mancare i pungenti riferimenti politici e sociali a cui ci ha abituato e frecciatine più o meno garbate al mondo dell’editoria e anche ai lettori: “Fremeva di rabbia, quella rabbia che capita di incontrare solo nei lettori. Come attività 'civile' era ormai superata, forse per questo le ultime persone che ancora la praticavano si infuriavano così tanto ad ogni pagina voltata. Si trattava dell’ultimo parossismo prima del decesso?”.

Maja Haderlap, L’ANGELO DELL’OBLIO, Keller, 2014 (traduzione di Franco Filice)
Ci sono romanzi che subito sulla soglia della lettura ti accolgono. Ti metti comoda e ti senti a casa. Anche se raccontano di baite sperdute tra le Alpi della Slovenia, di fredde giornate passate nell’orto e ad accudire gli animali, di un padre distante e temuto e di una madre umorale a causa dell’instabilità del marito. E poi le voci, i racconti che sempre evocano la guerra, i campi di concentramento, chi non è tornato e chi invece ha potuto rivedere il suo paese. E raccontano di chi si è unito ai partigiani o ha tentato di scappare. Dell’incredulità di fronte alla violenza, spesso esercitata contro anziani e bambini. E su tutto il non capire perché e come è accaduta questa tragedia quasi innominabile nella sua immane sofferenza. Quello che riesce a fare Maja Haderlap è raccontare insieme, anzi strettamente intrecciate, la vita singola e quella collettiva, la storia personale e quella con la S maiuscola. Con un stile apparentemente colloquiale, affidato a una bambina piena di sogni e di speranza. In realtà L’ANGELO DELL’OBLIO è un grande romanzo corale che rende omaggio all’angelo della memoria, per non dimenticare la sofferenza, ma anche la solidarietà di una piccola comunità gravemente ferita.

Andre Dubus III, LA CASA DI SABBIA E NEBBIA, BEAT, 2014 (traduzione di Luciana Crepax)
Nella mia ignoranza cinematografica, scopro che molti conoscono il romanzo di Andre Dubus III dal film che ne è stato tratto. Io me lo sono portata in vacanza perché avevo amato le atmosfere cupe di I PUGNI NELLA TESTA e ho approfittato della riedizione Nutrimenti Beat perché, naturalmente, non ho trovato in casa quella del 2004. Letto a Pantelleria davanti al mare è stato perfetto. Una tensione emotiva crescente e la sensazione che potrebbe essere stato scritto adesso e non nel 1999. Una casa sull’oceano in cima a una collina a San Francisco diventa infatti l’occasione per raccontare le vite di Kathy e Massuod che se la contendono, ognuno alla ricerca di un modo per sopravvivere. Tra i due si scatena una battaglia giuridica ma soprattutto psicologica che avrà conseguenze drammatiche. Perché la casa è per Kathy il passato e la possibilità forse di avere un nuovo amore e per Massuod, generale iraniano fuggito in seguito alla rivoluzione di Kohmeini, un nuovo futuro per la sua famiglia. Una desolante guerra tra poveri, segnata dal dolore e dall’ingiustizia.

Zadie Smith, PERCHÉ SCRIVERE, Minimum fax, 2011 (traduzione di Marina Astrologo e Martina Testa)
E’ proprio vero che sono i libri a trovarti. Messa a soqquadro la sezione di critica letteraria per cercare un libro che naturalmente non ho trovato e ho poi preso in biblioteca, mi salta fuori il piccolo saggio di Zadie Smith, che io considero uno dei più grandi critici contemporanei. Era quello che mi serviva per chiarirmi alcune questioni essenziali, per darmi da pensare e anche un’opportuna ridimensionata sul mio lavoro. Lascio a voi la lettura, non ve ne pentirete e riporto solo uno dei tanti punti che mi sono segnata: “I lettori che procedono per sistemi creano scrittori che procedono per sistemi, scrittori capaci di spacchettarti davanti il proprio romanzo, indicare i vari temi, il sottotesto; qui il problema della razza, lì il dibattito sul genere. In mente hanno i supplementi letterari della domenica e la loro prosa è irta di agganci, bell’e pronta per una discussione generale, perfetta per un paginone centrale. Ma che dire, invece, di quei romanzi che non si prestano così facilmente a discussioni pubbliche generali? A volte si ha l’impressione che le qualità che lettori e critici più desiderano trovare nei romanzi siano quelle antitetiche alla scrittura di un buon romanzo”.

Miki Bencnaan, IL GRANDE CIRCO DELLE IDEE, Giuntina (traduzione di Anna Linda Callow)
Nei meccanismi perversi della lettura, tutte le volte che vedo un titolo con 'circo' penso a uno dei libri più straordinari che ho letto, IL CIRCO DELL’ARTE E DEL DOLORE di Gudrun Minervudottir. Questa volta l’accostamento per così dire circense tra il romanzo quasi distopico della scrittrice islandese e questo della Bencnaan, alla fine non si è rivelato così assurdo, perché ho ritrovato quella commistione riuscita ed efficace tra realtà e irrealtà, dove spesso il reale supera la fantasia. Già dalla scena iniziale entriamo al centro del tendone del circo letterario della scrittrice israeliana: in una casa di riposo a Gerusalemme vengono ritrovate morte due anziane, forse vittime della vecchia stufa a gas. Fin qui niente di strano, se non che le due donne sono vestite una con un costume da elefante e l’altra con un lezioso vestitino da bambola. Inizia così un viaggio che porterà il lettore da Israele alla Germania, da Roma a Buenos Aires, seguendo gli spostamenti dei protagonisti. Fino a un finale che riallaccia tutti i fili e chiude, con l’ultima e più incredibile magia, lo spettacolo. Ma al di là della capacità di sorprendere, di giostrare sapientemente i personaggi, di usare una lingua scorrevole, ma sempre ricca e precisa, colpiscono l’intelligenza e la capacità analitica della Storia e della realtà di Miki Bencnaan. Il libro meriterebbe di essere letto anche solo per come vengono raccontate la vecchiaia e la morte. “E’ mai possibile che per capire il mondo tu debba prima subire un danno? Possibile che il corpo debba tradirti, i tuoi denti cadere, i tuoi capelli diventare bianchi e radi, il tuo stomaco respingere i cibi che più ami, il tuo cuore essere colto da spasimi e inviare al cervello la notizia della fine imminente? Davvero è necessario che gli occhi del tuo prossimo ti guardino con distanza, estraneità, compassione, ripulsa, perché sei spezzato e nient’altro che un’entità aliena, priva di ogni conoscenza? Davvero otterrai di comprendere la vita fino in fondo solo quando non sarai più in grado di trasmettere questo sapere a nessuno?”. La comprensione del mondo ti si apre davanti quando stai per morire o quando sei una scrittrice straordinaria come Miki Bencnaan, capace di capire e trasmettere il senso della vita.

Jillian Tamaki e Mariko Tamaki, E LA CHIAMANO ESTATE, Bao (traduzione di Caterina Marietti)
Provvidenziale il titolo di questo libro per questo clima di una fine estate che però non è mai cominciata... Ma al di là dei miei patemi metereologici ecco un altro magnifico graphic che ci regala Bao. E non certo solo per adolescenti. Anzi, sì per adolescenti di tutte le età. Perché anche se siete maggiorenni da tempo non potrete non ritrovarvi nella storia di Rose, quattordici anni, che attende con ansia l’estate per rifugiarsi ad Awago Beach, il familiare luogo di villeggiatura in cui passa l’estate sin da bambina. Ma che sia una spiaggia americana o la riviera adriatica, i sentimenti sono gli stessi e i cugini Tamaki sono bravissimi nel raccontarli, in particolare con delle immagini così vive che sembrano uscire dalle pagine. Poi l’intelligenza con cui racconta il passaggio dall’infanzia all’adolescenza e come questo regali uno sguardo che rende tutto diverso. Nel bene e nel male. Queste sensazioni sono poi amplificate dal confronto tra le eterne amiche estive, Rose che comincia a sentirsi turbata da un ragazzo più grande e ferita dalle liti tra i genitori e Windy, un anno, ma sembra ora una vita, in meno, la cui unica infantile preoccupazione rimangono il cibo e i film dell’orrore. Ma tanto non riesco a trasmettervi a parole la ricchezza di queste magnifico libro, che è riuscito anche a consolarmi dell’estate mancata.

Barbara Pym, AMORI NON MOLTO CORRISPOSTI, Astoria (traduzione di Bruna Mora)
Non ho resistito. Ho pile di libri da leggere a casa, il kindle pieno, sto lavorando a non so quante bibliografie contemporaneamente, ma quando ho intravisto in biblioteca AMORI NON MOLTO CORRISPOSTI l’ho subito gaffato (si dice? boh, ma avete capito). Perché Barbara Pym è Barbara Pym, perché i libri di Astoria sono una certezza, perché la storia è ambientata negli anni ’50, perché la protagonista ama leggere e fa la correttrice di bozze. Perché dopo tante avventure c’è un lieto fine, ma non scontato. Quindi l’ho anche letto subito. La storia gira intorno a una vecchia casa, abitata da Dulcie, zitella predestinata. Tenete conto che stiamo parlando di donne sui trent’anni... Dopo un noioso convegno sui mestieri editoriali, Dulcie ospita Viola, sua coetanea e collega e la nipote diciannovenne, venuta a Londra per frequentare un corso da segretaria. Le vicende lavorative e sentimentali delle tre donne si intersecano, anzi si scontrano e complicano. Dimenticavo, non ho privato per molto gli altri lettori, perché dopo due giorni l’ho restituito.

Janne Teller, IMMAGINA DI ESSERE IN GUERRA, Feltrinelli (traduzione di Maria Valeria D’Avino)
Intanto il nuovo libro dell’autrice di NIENTE, colpisce per la veste grafica, che è esattamente quella di un passaporto. Poi il titolo spiega tutto. In realtà anche se naturalmente è assai scoperto l’intento di ribaltare le prospettive e raccontare cosa succede a una famiglia italiana che è costretta a fuggire dall’Europa per trovare la pace in terra africana, il racconto risulta quanto mai autentico e verosimile. I particolari, le immagini, i luoghi, le situazioni, tutto vi porterà a fare questo viaggio della speranza in cerca di una vita accettabile. Jane Teller riesce in poche pagine a trasmettere il senso di smarrimento e perdita dell’identità che colpisce chi deve lasciare il proprio paese a causa della guerra. Un libro da leggere, far leggere, discutere e diffondere il più possibile.

Julia Glass, TRE VOLTE GIUGNO, Beat (traduzione di Caterina Barboni e Giovanna Scocchera)
Un romanzo familiare nel senso più profondo del termine perché dopo poche pagine anche voi farete parte della famiglia scozzese dei McLeod e vi sposterete con loro dalla Scozia alla Grecia sino a New York. Non sto a raccontarvi le vicende dei protagonisti, raccontati attraverso tre estati nell’arco di dodici anni, step del calendario che segnano profondamente le esistenze dei componenti della famiglia. Quello che colpisce del romanzo d’esordio di Julia Glass, premiato nel 2002 dal National Book Award e tradotto in Italia da Nutrimenti che ora lo ripropone nell’economica Beat, è la capacità di raccontare la quotidianità senza incorrere in facili catalogazioni. Il figlio gay, la coppia che non riesce ad avere figli, quella che invece li esibisce sfacciatamente, il matrimonio dei genitori, la speranza di rifarsi una vita, il peso della vecchiaia, il desiderio di lasciare la propria eredità lavorativa sono rappresentati con un lucido realismo che non scade mai nella banalità. E quello che all’inizio sembra un’eccessiva preoccupazione per tanti particolari, dagli aspetti naturali, al cibo, dai gesti comuni agli animali, serve invece via via a comporre il quadro delle vite narrate.

Marie-Aude Murail, CRACK! UN ANNO IN CRISI, Giunti (traduzione di Federica Angelini)
Ammetto che sulla Murail non sono del tutto obiettiva perché praticamente la venero. Non mi ha mai delusa e anche in questo CRACK! UN ANNO IN CRISI ho ritrovato tutti i motivi per cui la adoro. E soprattutto la capacità di raccontare ai ragazzi, ma non solo, la straordinaria quotidianità della vita. E di illuminare con le sue storie, senza pedante moralismo o ostentato clamore, i grandi temi esistenziali con cui ci troviamo a convivere. Dalla perdita dei genitori alla malattia di OH, BOY!, dall’invalidità psichica di MIO FRATELLO SIMPLE alla scuola di CECILE sino al magnifico MISS CHARITY, romanzo di formazione senza età. In questo ultimo romanzo si concentra sul lavoro e sul labile confine tra quello che siamo disposti a fare per lavorare. Le descrizioni delle situazioni lavorative dei genitori di Charline, 14 anni e lettrice famelica di manga, colpiscono per la spietata veridicità. Perché, come dice la stessa Murail “Qualsiasi cosa si voglia dire ai ragazzi, la prima cosa da fare è scrivere una storia interessante attraverso cui giocare la sfida di dare ai ragazzi le parole con cui esprimere ciò per cui si soffre, ciò che si desidera, si ama, le parole per dire il bene, il male, la paura, l’odio. Tutte parole che rendono l’uomo tale”.

Elizabeth Jane Howard, IL LUNGO SGUARDO, Fazi (traduzione di Manuela Francescon)
“Ti piace leggere, allora”, osservò lui. Non era l’astiosa recriminazione dell’illetterato, ma una semplice constatazione. “Sì. Crea nuove aspettative, e certe volte i libri davvero buoni riescono a soddisfarle”. E questo ci riesce sicuramente. E’ uno di quei libri che ti abitano dentro, a cui non riesci a non pensare quando non li stai leggendo. Quello che mi ha colpito subito è la grande capacità narrativa della scrittrice inglese, la facilità con cui ritrae i suoi personaggi e li fa diventare persone reali, che ti sembra di conoscere e frequentare da sempre. E poi le riflessioni fulminanti, i pensieri profondi e precisi, il malinconico humour, il ritmo perfetto, il rarefatto strato di glamour e dolore che respiri leggendo. IL LUNGO SGUARDO è un romanzo elegante e dolente. E’ un libro argentato, ben rappresentato dalla magnifica copertina. Pubblicato nel 1956, mi ha incantato anche per come racconta gli anni Cinquanta, e poi via via torna indietro nel tempo. Ma della storia di Il LUNGO SGUARDO, della vita della sua autrice lascio che vi informiate voi, se volete. Non voglio raccontarvi troppo. Vi dico solo che la narrazione a ritroso è magnificamente costruita, da sembrare naturale e l’unico modo per raccontare la vita della bellissima Antonia e del suo matrimonio. Quello che conta è cominciare a leggerlo e capirete subito che non potrete mai dimenticare Antonia e Conrad Fleming.

Jamie Attenberg, I MIDDLESTEIN, Giuntina (traduzione di Rosanella Volponi)
Altro matrimonio, altra storia. Anche qui una donna al centro del romanzo, che a un certo punto deraglia. Incomprensibilmente, secondo familiari, amici, conoscenti. Perché infatti un avvocato di successo, sposata da più di trent’anni, con due figli, una bella casa, due sani nipotini decide di distruggersi, mangiando continuamente? Cosa porta una persona a autodistruggersi senza riuscire a fermarsi? Ma non è solo il rapporto con il cibo al centro di questo romanzo tradizionale e originale insieme. Intanto è un ritratto della comunità ebraica ucraina che è emigrata negli Stati Uniti cercando di cancellare e superare il passato. Poi è un racconto sul rapporto tra genitori e figli e sulle aspettative reciproche che vengono spesso deluse. I MIDDLESTEIN è poi una lettura ingannevolmente facile: una saga familiare scorrevole che alterna momenti di tensione a scene inevitabilmente comiche; un catalogo sentito e non banale degli sguardi miopi che spesso indossiamo. Jamie Attenberg riesce a fare un ritratto spietato e senza speranza della famiglia ingannandoci con una storia quotidiana e innocente. Davvero brava!

Jaquin Perez Azaustre, I NUOTATORI, Codice (traduzione di Paola Tomasinelli)
Visto che a causa di questo luglio novembrino vedo poco la piscina, ho cercato di compensare con la lettura di questo libro. Scelto subito per il titolo e la raffinata copertina. Ma anche stima verso le edizioni Codice. Ha funzionato? Credo di sì anche se in maniera imprevedibile. Il romanzo segue due amici trentenni che condividono la passione per il nuoto. Quello che prevede migliaia di chilometri in acqua, fianco a fianco con altri appassionati. La descrizione della fauna che si sfinisce di vasche, dei riti, degli odori e delle parole degli spogliatoi valgono il libro. Come anche il rapporto tra i due amici, Jonas, il fotografo protagonista, lasciato dalla compagnia e quasi prosciugato di interessi e prospettive e Sergio, un lavoro di successo, un matrimonio sereno, e un fratellino in arrivo per la piccola Paula. Oltre a un carattere aperto e positivo e ottimi tempi sulla rana. Ma la perfezione rende felici? Questa la parte diciamo più realistica e che mi ha convinto maggiormente, insieme alla descrizione di una Madrid percorsa da nord a sud e raccontata attraverso bar e locali. Poi però Perez Azaustre sceglie una deriva un po’ fantascientifica, diciamo tipo Leftovers che ho cominciato a guardare in tv (che volete farci? piove sempre...), e quando pian piano scompaiono parenti e amici del protagonista sono rimasta perplessa. Era già sufficientemente alienante come luogo la piscina!

David Wagner, IL CORPO DELLA VITA, Fazi (traduzione di Fabio Lucaferri)
Se esistesse una lista ad uso dei lettori che segnali i libri dall’argomento non allegro, come per esempio la malattia, ma dal tono leggero e comico, IL CORPO DELLA VITA di David Wagner avrebbe un posto d’onore. Perché è un ottimo esempio di come la scelta di un romanzo sia sempre complessa e di come sia assolutamente sbagliato fermarsi al tema o all’ambientazione della storia. Perché alla fine quello che conta non è cosa ti viene raccontato, ma come. Ed è qui che si vede subito il vero scrittore. Come David Wagner, che con IL CORPO DELLA VITA ha vinto il Leipziger Buchpreis nel 2013, il premio per la letteratura della Fiera del libro di Lipsia, il maggiore riconoscimento per la nuova narrativa tedesca. Ma al di là di premi e riconoscimenti, basta leggere anche solo poche righe per capire il valore e l’originalità di questo libro: “La malattia, della quale cercavo di sapere poco o niente, alla quale non pensavo nemmeno quando mattina, pomeriggio e sera, alienato come un robot prendevo le mie medicine, si ergeva all’improvviso in tutta la sua mole, imponente. Tornava a travolgermi con tutta la sua violenza, una, due tre volte all’anno, mi si parava davanti e mi colpiva con la consapevolezza, la certezza: sì, tu prima o poi morirai, magari fra un anno o due, magari solo fra quattro o cinque. Comunque quattro anni non sono poi tanti, giusto l’intervallo tra due mondiali di calcio - quando ero piccolo un’eternità in miniatura, oggi un tempo che trascorre in un batter d’occhio. In quei giorni di autocommiserazione aveva come l’impressione di trapassare con lo sguardo la finzione dell’immortalità, di sbirciare dietro il sipario che cela l’abisso spalancato a destra e a sinistra di tutto: un giorno è finita, torniamo alla terra e la terra continua a girare, anche senza di noi”. Il protagonista di IL CORPO DELLA VITA soffre di una grave forma di epatite autoimmune ormai da anni. Poi un giorno arriva una telefonata dall’ospedale per comunicare che c’è un fegato compatibile per il trapianto. La notizia che aspettava e temeva da tempo. Il romanzo racconta ciò che precede la telefonata e la lunga permanenza all’ospedale, tra gli altri malati, che raccontano le loro storie, creando un intreccio di vite, destini e confessioni: “Comprendo col tempo che ogni malattia, qualunque essa sia, dona al suo paziente una storia. Una storia che lui o lei ama raccontare, mille volte, con abbellimenti, pause, divagazioni e drammatici colpi di scena. Sentirsi raccontare vuol dire essere ancora vivi”. Il talento letterario di Wagner è nella scrittura, nel tono, nello sguardo che usa per raccontare la sua storia. Non c’è mai traccia di pietismo, nulla di patetico o anche solo sentimentale, ma una visione spesso ironica se non comica di quello che gli sta succedendo. Alla fine al centro del libro non è la malattia, come evidenzia bene il titolo tedesco LEBEN, cioè vita, ma un uomo con il suo passato, gli amori, la figlia, le paure, i desideri e i sogni per il futuro. La malattia in qualche modo amplifica il sentire, mette di fronte a scelte rapide e drastiche, dona una luce diversa alla vita di tutti i giorni, ma anche agli anni passati. Passa una patina di veridicità sulle amicizie, gli amori, i rapporti familiari e lavorativi. Con la sua capacità narrativa Wagner ci regalo il ritratto di un uomo vero, sfruttando al massimo le potenzialità rappresentative del genere romanzo, regalandogli un libro riuscito, autentico e soprattutto empatico più che epatico!

Allan Gurganus, NON ABBIATE PAURA, Playground (traduzione di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini)
“Le stesse storie travolgenti delle tragedie greche si consumano in qualche traversa delle nostre cittadine dove si pagano le tasse”. Soprattutto se qualcuno sa raccontarle bene come Allan Gurganus. La storia del suo ultimo libro pubblicato in Italia, NON ABBIATE PAURA, prende il via in un auditorium scolastico di provincia, dove lo stesso Gurganus sta per assistere, insieme alla madre del ragazzo, a uno spettacolo dove recita il suo figlioccio adolescente. “Sto quasi per chiederle perché gli adulti hanno sempre un’aria sciatta alle recite degli adolescenti, quando l’arrivo di una coppia strepitosa mi smentisce immediatamente. Salve! La mia esausta capacità narrativa avverte un fremito, se non proprio uno stimolo. Con un sorriso chiedono se le poltrone accanto a noi sono libere. “Prego, tutte vostre”. Sono entrambi biondi, alti e atletici, con le sopracciglia scure; stesse giacche di montone, da sci. Il vento ha arrossato la carnagione di lui, acceso di rosa quella di lei. La bufera sembra studiata per esaltare il loro incarnato. Giuro che dovrebbero stare sul palco, non qui tra i nonni con gli zaini di Greenpeace e i sandali da cui sbucano orrendi calzettoni peruviani”. Così lo scrittore in crisi di ispirazione si dedica alla storia di quella coppia quasi angelicata, bella, luminosa, elegante, che emana felicità. E lo fa ascoltando prima il racconto dell’amica Jenna e poi documentandosi a fondo. “Io, rispettoso, ho capito che la coppia non poteva essere disturbata con certe domande. Toccava a me fare il lavoro. Mi serviva. E adesso me ne assumo colpa, responsabilità e vanto. Ho preso in mano la vera storia documentata di quei due. Naturalmente ho cercato di infondere vera vita in quelle anime di provincia – separate e poi finalmente riunite... Giuro su Dio che almeno l’81% di quel che segue è vero”. Quello che segue ci porta negli anni Settanta nel North Carolina quando una quattordicenne, stesa sulla spiaggia del grande lago locale, assiste alla morte violenta del padre, decapitato, involontariamente, dal motoscafo guidato dal suo migliore amico, uno dei due dottori della cittadina dove si svolgono i fatti. La drammatica morte del brillante funzionario di banca innesca nella cittadina una serie di eventi sempre più catastrofici, che sembrava impossibile anche solo ipotizzare. La grande capacità narrativa di Gurganus consiste proprio nel mettere in scena l’orrore nelle situazioni più quotidiane e idilliache possibili. Nel raccontare gli aspetti più nascosti dei sentimenti umani, le pulsione più inconfessabili, le esternazioni meno prevedibili. Rendendole per il lettore assolutamente plausibili. “Così tante strade per la gioia, per lo più deviazioni” scrive alla fine del libro, ed è una sintesi perfetta non solo di NON ABBIATE PAURA, ma anche degli altri libri dello scrittore americano, a partire dal magnifico PICCOLI EROI.

Alfred, COME PRIMA, Bao (traduzione di Michele Foschini)
Nonostante le alte aspettative - il massimo premio ad Angouleme, alcune tavole in anticipazioni - l’idea del viaggio in Italia, sono rimasta subito incantata dal lavoro di Alfred. Il suo graphic, COME PRIMA rivela ad ogni lettura nuovi particolari, geniali punti di vista, scorci cromatici ed emotivi sempre ben orchestrati. Alla fine si ha la sensazione di avere letto un romanzo di 300 pagine. La storia prende il via in Francia dove si è rifugiato Fabio alle fine della seconda guerra mondiale. Qui su un ring lo rintraccia il fratello minore Giovanni per chiedergli di riportare in Italia le ceneri del padre morto. Così l’interno di una vecchia e arrugginita cinquecento diventa il teatro delle storie di vita della famiglia dei protagonisti ma anche del nostro paese. Con una delicatezza filologica e un’attenzione minuziosa ad ogni affermazione ed immagine. Con una misura spietata nel rappresentare uno spaccato drammatico della storia europea, ma soprattutto quello che ha significato per molte famiglie, divise sull’adesione o meno al fascismo. Un lavoro bello e intelligente, pieno di rimandi cinematografici, storici, letterari, ma soprattutto capace di restituire i sentimenti dei protagonisti.

Pietro Scarnera, DIARIO DI UN ADDIO, comma 22
Pia Valentinis, FERRIERA, Coconino press

PADRI. Leggo casualmente (ma forse no) nello stesso giorno DIARIO DI UN ADDIO di Pietro Scarnera e FERRIERA di Pia Valentinis. Il primo perché avevo apprezzato molto il recente UNA STELLA TRANQUILLA, sempre pubblicato da Comma 22 e il secondo perché apprezzo il lavoro di Pia Valentinis e il suo primo graphic mi ha subito incuriosito. I due libri non possono avere tratti più diversi ma sono sullo stesso livello nella capacità di rendere universale la proprio storia personale. Il padre di Scarnera viene colpito nel 2003 da un arresto cardiaco e cadrà in coma irreversibile. Il graphic racconta i cinque anni di oblio e ci porta da un ospedale all’altro, da una speranza all’altra, da un’illusione all’altra. Il padre di Pietro via via perde la sua identità e il bianco delle lenzuola è pari al nulla della sua vita. La vera storia appartiene a quelli che invece devono proseguire la loro esistenza quotidiana con il pensiero costante dell’uomo, padre, marito, amico che giace immobile nel letto di un centro specializzato: "Ora penso che questi cinque anni sono stati come una battaglia. Combattevo per difendere la memoria che avrei avuto di mio padre, non volevo ricordarlo in quel letto, così vulnerabile e indifeso... volevo ricordarlo com’era". Il padre che racconta Pia Valentinis non giace in un letto d’ospedale, ma è ugualmente distante e assente: "C’è stato un periodo in cui mi sono vergognata di lui. Era un operaio, una persona semplice e fin troppo diretta con tutti, anche con i miei amici. Noi due non parlavamo mai veramente. Quasi mai. Il suo umore era imprevedibile e peggiorava quando beveva. Specie alla fine". Ma basta ripercorrere la sua vita, la morte del padre, il collegio, la scelta di emigrare, l’Australia, il ritorno, la fabbrica, le morti sul lavoro per scoprire un uomo complesso, sfaccettato, dai principi fermi e dallo sguardo artistico. Un uomo che ama l’arte istintivamente e conosce a fondo la natura, anche quella umana. E Pia Valentinis riesce a restituirlo in questo modo a se stessa, ma soprattutto ai lettori.

Laila Baraldi, CADENZE D’INGANNO, Rossopietra
Questo di Laila Baraldi è un libro che mi è girato tanto intorno. Ne ho sentito parlare e discutere, l’ho letto quando si intitolava ancora LA CASA VECCHIA, ne ho scorso dei pezzi, ne ho anche scritto e ragionato con l’autrice. Eppure, adesso che lo leggo libro fatto e finito non smette di colpirmi, di aprirmi orizzonti in realtà vicini, ma che non ho mai esplorato così a fondo. E mi dimentico assolutamente che questa è la storia di Laila, che conosco da tanto tempo, ma che nel libro diventa un personaggio letterario, che niente ha a che fare con la brava bibliotecaria e la fidata amica. Anche qui subito nelle prime parole un padre, tre case, un piccolo paese, la voglia di attraversare confini. CADENZE D’INGANNO è un libro di viaggi, fughe, traslochi, spostamenti, sogni di altrove. La protagonista è sempre in movimento con la mente e con i piedi. Le tre case dell’inizio, tutte vicine ma ognuna in una provincia diversa sembrano segnare il destino della voce narrante, che non si sente mai a posto in nessun luogo. Che viaggia e scappa per ritornare poi a casa: “Io e mio padre: quando lui mi parlava di quei luoghi, degli anni di prigionia, del campo di concentramento, non ero pronta; quando l’ho cercato io, lui non c’era più. Oggi non posso condividere nulla”. Grazie alla sua capacità narrativa in realtà Laila Baraldi sembra colmare questo gap di dialogo ed esperienze.

Rosa Liksom, SCOMPARTIMENTO N. 6, Iperborea (traduzione di Delfina Sessa)
Ho cominciato a stare male per la protagonista alle prime pagine del libro. Da quando ha posato la sua modesta valigia sul leggendario treno della Transiberiana per arrivare da Mosca a Ulan Bator, in Mongolia. Quando ormai la giovane e timida studentessa finlandese pensa di essere l’unica a occupare lo scompartimento n. 6, sale un uomo rude, volgare, che risponde al nome di Vadim e che apre la conversazione con la sua classifica delle donne: “La georgiana ha le gambe da giraffa e sa vendersi così bene che ti dimentichi di averla comprata. L’armena, a furia di essere calpestata dalla storia, è diventata una lesbica remissiva e una discreta compagna che non picchia i bambini. La tatara ama solo i tatari, la cecena è un buon miscuglio tra una macchina per fare figli e un trafficante di droga, la daghestana è piccola, magra, brutta e puzza di canfora, e l’ucraina, così insulsamente piena d’arie, non fa che tramare eterni complotti nazionalisti nel suo atroce dialetto. Non c’è russo che non diventi sordo, in sua compagnia. E poi le baltiche. Fatte di merda. Nessun mistero. Solo pragmatiche. Camminano dritte col muso lungo, senza neanche uno sguardo attorno”. Armato di un coltello a serramanico e di un inesauribile bisogno di alcool, Vadim sembra racchiudere in sé il peggio del genere maschile. In realtà, passato il trauma iniziale, la convivenza con il rozzo operaio russo sarà un viaggio all’interno del viaggio e permetterà alla ragazza di capire a fondo il paesaggio non solo geografico, ma anche sociale, che sta attraversando. Un libro che mi ha sorpreso per la maturità stilistica ed emotiva della scrittrice.

JOHN Niven, MASCHIO BIANCO ETERO, Einaudi (traduzione di Marco Rossari)
Vado a Carpi alla presentazione dell’installazione di Meri Gorni, di cui vi parlerò presto e mi scrive un messaggio il bibliotecario Michael con queste definitive parole: “se non ti piace non ho mai capito niente di narrativa” e mi gira la recensione. Ecco il suo blog: http://confessionilibrarie.blogspot.it, che vi consiglio vivamente. Allora entro nella bella libreria Fenice e subito compro MASCHIO BIANCO ETERO. Il libraio rimane un po’ perplesso. Poi scopro che di Niven avevo letto A VOLTE RITORNO e non mi era dispiaciuto. Questo però è più nelle mie corde, letteratura, cinema, cibo, sesso, alcool non necessariamente in quest’ordine. La recensione colta l’ha già scritta Michael. Io mi limito a dirvi che mi sono goduta la leggerezza non banale e il tono irriverente e malinconico insieme. Kennedy Marr è bello, ricco e di successo. Con il suo affascinante accento irlandese ha conquistato centinaia di donne e con il suo talento ha scritto romanzi e sceneggiature che gli permettono di vivere nel lusso. Fino a quando è costretto a lasciare Los Angeles per l’Europa e ritrovare così l’ex moglie, la figlia sedicenne, la madre e il fratello. Un passato che pensava di essersi lasciato alle spalle. Non c’è niente da fare, tutto non si può avere e Kennedy nonostante i vantaggi non riesce a rassegnarsi alla superficialità che respira nel mondo intellettuale in cui lavora. Perché lui ha un vero talento per scrivere e anche per leggere. E i riferimenti ad autori, libri sono sempre precisi e spesso esilaranti. Mi ci voleva!

Willy Vlautin, LA BALLATA DI CHARLEY THOMPSON, Mondadori (traduzione di Fabio Genovesi)
Mesi fa Fabio Genovesi mi ha raccontato che stava traducendo un libro molto bello con un protagonista adolescente indimenticabile. Così ho subito letto LA BALLATA DI CHARLEY THOMPSON. Intanto non capisco perché abbiamo cambiato il titolo che non ha niente a che fare con la storia. Io avrei lasciato il nome del cavallo o comunque un riferimento più diretto all’ippica, anche se lo fa già la copertina. Vabbè. Il Charley Thompson del titolo ha quindici anni, un padre inaffidabile e specialista nel mettersi nei guai, che costringe il figlio a cambiare continuamente casa e città. Charley vorrebbe giocare a football e sogna di diventare un giocatore professionista, ma non riuscendo a frequentare con regolarità nessuna scuola, è quasi impossibile. Allora corre per rimanere in forma e anche per scappare veloce dai supermercati dai quali ruba del cibo quando il padre lo lascia senza soldi. Durante una delle sue corse si imbatte in un maneggio, dove riesce ad avere un lavoro, pesante e ingrato, che gli fa incontrare Lean on Pete, un cavallo che gli somiglia. Abbandonato, maltrattato, selvaggio e malinconico. Perché Charley è quasi un personaggio da fiaba, e nonostante la vita che è costretto a fare, non esprime aggressività e rabbia, solo tristezza e la voglia di provare a venirne fuori e realizzare i suoi modesti sogni, come quello di ritrovare l’amata zia. Che forse si può realizzare con una fuga insieme al suo migliore amico. Alla fine della lettura non ero completamente convinta. Il romanzo è scorrevole, forse fin troppo essenziale nella scrittura, ma mi è sembrato a volte sottotono, triste e polveroso come il protagonista. Seguire Charley nei chilometri che è costretto a fare a piedi e di corsa, sfianca anche il lettore. Però da quando l’ho finito non riesco a non pensare a Charley. Ha ragione Fabio, c’è in questo personaggio una complessità che una prima lettura forse non restituisce appieno. Il romanzo ricorda Huckleberry Finn come leggo nel risvolto di copertina, ma anche Tom Sawyer, il giovane protagonista di CANADA di Richard Ford e il clima e lo stile rimandano sicuramente a Steinbeck. LA BALLATA DI CHARLEY THOMPSON è un romanzo di paesaggi, luoghi grandi e inospitali, occasioni mancate, dove Charley non può fare altro che vivere alla giornata e insieme non rinunciare ai suoi sogni.

Giorgio Fontana, MORTE DI UN UOMO FELICE, Sellerio
Mi alzo pigramente il 25 aprile e mi ricordo che giorno speciale era quando da bambina abitavo vicino al Famedio e tutta la famiglia vestita a festa partecipava alle celebrazioni per la giornata della liberazione. E adesso? Cosa mi resta di quel 25 aprile? Quest’anno in realtà ho ritrovato quelle sensazioni perdute e anche il senso della celebrazione, leggendo il libro di Giorgio Fontana. L’avevo già iniziato e avevo però deciso che si meritava una lettura dedicata, ore intere senza interruzioni, per iniziarlo e finirlo. Così è stato. Prima di procedere ammetto subito che lo stimo molto, come scrittore, persona e lettore e anche perché interista (!), ma che questo non influenza minimamente il parere sul libro.
Cominci a leggere e dopo poche pagine sei a casa e se lo leggerete come me in poche ore, alla fine, alzando gli occhi dalle pagine, vi meraviglierete di non vedere davanti a voi il palazzo di giustizia di Milano, piuttosto che la Bertarelli di Saronno e il bar vicino a via Casoretto. Era stato così per Roberto Doni, protagonista di PER LEGGE SUPERIORE e qui sono forse ancora più nitide, vivide e precise le descrizioni dei personaggi. A partire da Giacomo Colnaghi, anche lui come Doni magistrato della Procura di Milano, ma negli anni ’80, nel vivo della lotta al terrorismo. La vera protagonista dei due romanzi è la giustizia e le riflessioni che Fontana fa attraverso i suoi personaggi non sono mai banali o artefatte. Ecco forse quello che mi ha colpito di più in MORTE DI UN UOMO FELICE è la ricerca di un difficile equilibrio, il desiderio di trovare sempre un punto d’incontro. Non solo nelle indagini che Colnaghi coordina, ma anche nella sua famiglia, nel matrimonio un po’ scontato con Mirella, nei rapporti di amicizia e con i colleghi. Giacomo Colnaghi cerca sempre una mediazione, una parola che apre, un punto di vista diverso, uno spiraglio di dialogo possibile. Che non è però mai un compromesso che ammette azioni non giustificabili. “Eccezioni sempre, errori mai” dice più volte Colnaghi e questa frase è il fulcro del racconto e un nodo forte per il lettore. Perché ammetto che in alcuni scontri che il magistrato sostiene, con la rigida collega friuliana, con un giovane terrorista, ho sentito molto mia la posizione intransigente, il non mollare niente, l’andare avanti nonostante tutto. E pensavo questo dovesse fare la vera giustizia. Non so se ho cambiato completamente idea, ma certo Giacomo Colnaghi è un personaggio complesso, non lascia indifferenti, fa pensare e riesco a comprendere sua moglie quando gli rimprovera di essere contento. Giacomo è un uomo felice, come dice l’azzeccato titolo, nella misura in cui affronta i suoi fantasmi, riesce a leggersi dentro, ammette le sue paure e poi sorride davanti a una serata limpida, alle parole di un compagno di bevuta, al ricordo che lo lega all’amico libraio. Il libro poi è così incisivo e convincente perché la scrittura di Fontana è diretta e ricercata insieme, precisa e calda e la struttura è ben orchestrata nell’alternarsi della storia di Giacomo e quella del padre Ernesto, senza il quale è cresciuto, ma anche tra l’impegno lavorativo del giovane magistrato e il suo privato, tra una Milano sempre ben descritta e le storie che regala la provincia. MORTE DI UN UOMO FELICE è uno spaccato di storia del nostro paese, restituita con grande capacità narrativa e analitica, è un romanzo toccante sul rapporto padre-figlio, una storia sull’eterna lotta tra il bene e il male, ma anche sulla profonda umanità della giustizia. Cosa aspettate? Siete ancora lì che leggete me invece che il libro di Giorgio Fontana?

Jaun Pablo Villalobos, SE VIVESSIMO IN UN PAESE NORMALE, gran via (traduzione di Stefania Marinoni)
Il titolo da solo è già un programma e non può che tristemente rimandare anche al nostro paese. E non ci consola certo scoprire che Villalobos naturalmente racconta del suo, cioè il Messico. Ma l’amarezza passa grazie alla lettura di questo romanzo sorprendente dove povertà, corruzione, ingiustizia vengono vinte, almeno sulla carta, dall’ironia del giovane protagonista e dal tono insieme malinconico e grottesco dello scrittore messicano. Non si può infatti non amare subito il tredicenne Oreste (“La cosa peggiore non è essere poveri: è non avere idea delle cose che si possono fare con i soldi”), figlio di mezzo di una numerosa famiglia che elenca un primogenito di nome Aristotele e due falsi gemelli battezzati Castore e Polluce. La famiglia vive in una catapecchia abusiva, ambita dagli speculatori edilizi, ma si illude di appartenere alla classe media. Al di là delle vicende che vedono protagonisti Oreste e i suoi familiari quello che colpisce del romanzo è la sensazione che trasmette: l’ineluttabilità del male e insieme l’impossibile speranza di una vita migliore. Villaobos è davvero bravo a creare insieme illusioni che sembrano vere e dure realtà che appaiono fantastiche. Ma forse è l’unico modo per sopravvivere.

Ann B. Ross, MISS JULIA DICE LA SUA, Astoria (traduzione di Valentina Ricci)
Quando occorre una lettura disintossicante, leggera ma non sciocca, che faccia sorridere, senza annoiare, niente di meglio che rivolgersi al catalogo Astoria. E’ scientifico, qualsiasi titolo peschiate, non sbaglierete mai. Così per riprendermi un attimo dalla corruzione messicana mi sono dedicata alla sessantenne Miss Julia, rimasta improvvisamente vedova, grazie all’unica azione che il rigido e calcolatore mister Wesley Lloyd Springer non ha saputo prevedere. Dopo quarant’anni di matrimonio in cui Julia si è sempre attenuta alle indicazione del coniuge, la donna si trova a godere di una incredibile libertà. E anche di un considerevole patrimonio. Nonché di una serie di scoperte che ne sconvolgeranno la monotona esistenza. Ma Miss Julia ha molte risorse ed è il momento di metterle in campo!

John Berger, IL TACCUINO DI BENTO, Neri Pozza (traduzione di Maria Nadotti)
“Quando una storia ci colpisce e ci commuove, genera qualcosa che diventa, o può diventare, una parte essenziale di noi, e questa parte, piccola o ampia che sia, è, per così dire, la sua discendenza o prole. Quel che sto cercando di definire è più idiosincratico e personale di una semplice eredità culturale; è come se il flusso sanguigno del racconto letto si congiungesse al flusso sanguigno della nostra storia di vita. Contribuisce a farci diventare quel che diventiamo e continueremo a diventare”. Mi sembra impossibile scrivere di John Berger, perché la sua grandezza può essere restituita solo leggendolo. Anche in questo libro indefinibile dove ci parla attraverso le parole e i magnifici disegni. Il brano lo trovate a pagina 90 e appartiene a un passo diaristico che racconta di una biblioteca, di lettori e coincidenze di lettura.

Elisa Ruotolo, OVUNQUE, PROTEGGICI, Nottetempo
Aspettavo il romanzo di Elisa Ruotolo dopo aver amato i racconti lunghi di HO RUBATO LA PIOGGIA. Sono convinta che abbia un grande talento, una voce insieme antica e molto contemporanea. Non mi ha assolutamente deluso, nonostante le alte aspettative e l’attesa. Solo non sono riuscita a divorarlo come pensavo. Perché è un libro che ti tiene legato, ma insieme ti induce a goderti ogni parola, ogni passaggio, ogni metafora. Incredibilmente riesci a leggere la storia e insieme gustarti la scrittura senza che ci sia uno scollamento e senza perderti. Perché è grazie al linguaggio denso, insieme immediato e barocco di Elisa Ruotolo che ti senti immerso nelle vicende della famiglia Girosa e della loro casa. E anche se il racconto prende il via ai nostri giorni, si ha sempre la sensazione di abitare un non tempo, una sorta di luogo felliniano dove tutto ciò che accade è vissuto dai protagonisti ai limiti estremi del sentire. Tutto è amplificato. Nascite, amori, incontri, partenze, ritorni, fortune e sfortune sono gli elementi di una trama articolata che Elisa Ruotolo orchestra con grande maestria. E’ un libro da leggere lentamente, che pervade il lettore di un senso di affettuosa ammirazione verso l’autrice. E che ti regala quella vertigine che ti assale quando hai scoperto un tesoro.

Maria Cecilia Barbetta, SARTORIA LOS MILAGROS, Keller (traduzione di Fabio Cremonesi)
Come facevo a non leggere subito questo libro? Io che ho dormito per anni nel salottino di prova della sartoria di mio padre? Che avevo le mazzette come migliori amiche e i rocchetti di filo come passatempo preferito? E che sfogliavo riviste di moda ancora prima di imparare a leggere? Oltretutto SARTORIA LOS MILAGROS è un libro da guardare quanto da leggere. Perché il racconto è inframmezzato dalle immagini dei campioni di tessuto, ma anche da liste, cartelli, soluzioni grafiche per restituire una conversazione telefonica piuttosto che un dialogo segreto. Tutto insieme per comporre una storia d’amore e tradimento, un’incredibile coincidenza che fa incontrare le nostre eroine, Mariana, la sarta e Analia, la sposa. Alla fine sembra di avere letto una telenovela scritta da Jennifer Egan.

Chiara Arsego e Aymeric Vincenot, UNA GIORNATA PARTICOLARE, Sironi ragazzi (traduzione di Luisa Tortone)
Capiterà prima o poi anche a me quello che accade all’anziana protagonista di questo albo. Priscilla infatti si alza, inforca gli occhiali e specchiandosi si trova due occhiaie come un panda. Poi fa il bagno con quel tricheco di suo marito e usa un canguro come borsa della spesa. E via di seguito.
Alla fine poi c’è una spiegazione. Sironi ha da poco iniziato a pubblicare libri per bambini, e questo è una bella scoperta.
Un albo divertente e originale. Rido ancora a pensarci...


Annie Ernaux, IL POSTO, L’orma (traduzione di Lorenzo Flabbi)
Sono sicura di aver letto qualcosa di suo, ma è un ricordo molto lontano. Ora gli amici de L’orma annunciano la traduzione per la prima volta in Italia di quello che è considerato forse il capolavoro di Annie Ernaux, IL POSTO, scritto 30 anni fa. E’ un libro breve, ha una copertina che mi piace e che a fine lettura troverò emblematica, e quindi comincio a leggerlo con molte aspettative. Solo non sapevo cosa aspettarmi e ci ho trovato molto di più. Tanto che quando ho chiuso le pagine, nel primo pomeriggio di un giorno che era stato destinato alla lettura, non ho più aperto niente. E’ un libro veloce da leggere IL POSTO, ma lunghissimo da metabolizzare. Ti rimane intorno, dentro, attira i tuoi pensieri, amplifica sempre più le sensazioni che la scrittura essenziale, ma densissima della Ernaux sprigiona con implacabile costanza, senza mollarti mai. IL POSTO in realtà sono tanti posti: quello fisso da insegnante che la protagonista ottiene all’inizio del libro e il posto in cui i suoi genitori hanno sempre cercato di stare, al loro posto. Il posto come luogo, in particolare il bar-alimentari in cui Annie cresce e il posto come ricerca del proprio posto nel mondo. La morte del padre spinge Annie a volerlo raccontare, ma non con un romanzo: “volevo dire, scrivere riguardo a mio padre, alla sua vita, e a questa distanza che si è creata durante l’adolescenza tra lui e me. Una distanza di classe, ma particolare, che non ha nome. Come dell’amore separato”. Lei e suo padre. Una parte di vita insieme, che alla fine li ha visti lontani, ma che la scrittura riesce ad avvicinare, colmando soprattutto la distanza tra un padre proletario e una figlia che ha fatto uno scatto sociale: “ho finito di riportare alla luce l’eredità che, quando sono entrata nel mondo borghese e colto, avevo dovuto posare sulla soglia”.

Isabelle Arsenault - Fanny Britt, JANE, LA VOLPE & IO, Mondadori (traduzione di Michele Foschini)
Un graphic novel, un albo illustrato, una storia per immagini? Poco importa, perché quello che interessa davvero è il connubio quasi magico tra le immagini di Isabelle Arsenault e il testo di Fanny Britt. Che racconta di Helene, adolescente presa di mira dalle bullette della scuola che la deridono per il suo aspetto fisico, il peso, le cose che indossa. Helene abita un mondo grigio e triste che si colora solo quando legge JANE EYRE, il suo libro preferito. Anche Jane si sente diversa ed emarginata. Man mano che procede con la lettura Helene si trova in sintonia con Jane e ne fa il suo alter ego letterario. Come succede a tutti i lettori. Ma poi le pagine incontrano la vita e per la triste adolescente il grigio scompare e il presente si illumina dei colori dell’amicizia.

Scolastique Mukasonga, NOSTRA SIGNORA DEL NILO, 66THAND2ND (traduzione di Stefania Ricciardi)
Un liceo esclusivo, un gruppo variegato di adolescenti, un luogo di culto dedicato alla Madonna, gli abiti eleganti, i dispetti, le lunghe ore di studio, i corteggiatori, le aspettative dei genitori, l’invadenza delle suore, l’isolamento dal resto del paese. Potremmo essere ovunque ma in realtà il collegio "Nostra Signora del Nilo" si trova a Nyaminombe, in Ruanda. Vi dice qualcosa? Immagino che, come me, molti di voi penseranno al genocidio del 1994. In realtà il romanzo di Scolastique Mukasonga precede la guerra civile ma ne racconta comunque gli antefatti. Siamo nei primi anni Settanta del secolo scorso, e il liceo forma le rampolle del potere politico, economico e militare del paese. Noi conosciamo Gloriosa, Frida, Goretti, Godelive, Immaculée, le ragazze hutu, il popolo maggioritario, destinate a diventare un modello per tutte le donne del paese. E poi Veronica e Virginia, due delle giovani tutsi ammesse in virtù della quota etnica, un misero dieci percento. Mukasonga ci racconta un intero anno scolastico, rappresentando da una parte i prevedibili meccanismi che regolano una comunità di giovane donne, dall’altra le cartilagini più profonde di un paese spesso noto solo per il terribile genocidio, trascurato e ormai dimenticato. NOSTRA SIGNORA DEL NILO è un romanzo denso, dove la scrittura apparentemente semplice mette in luce il tono malinconicamente ironico della scrittrice, il suo doloroso presagio nel rappresentare delle giovani vite, che devono portare il pesante fardello delle loro origini e insieme un’ipoteca inestinguibile sul loro futuro.

Donatella Di Pietrantonio, BELLA MIA, Elliot
“L’Aquila, bella mia..” canta una donna delle C.A.S.E, le abitazioni provvisorie del dopo terremoto, dove sono stati sistemati Caterina, sua madre e Marco. Ma la presenza più forte è l’assenza di Olivia, mamma dell’adolescente, figlia e sorella delle due donne, rimasta uccisa dalla scossa del 6 aprile 2009. Era lei che teneva insieme la famiglia, lei su cui tutti facevano affidamento, lei che prendeva le decisioni importanti come fare scendere prima il figlio e la sorella dopo la forte scossa della notte. Era lei che difendeva Caterina, la gemella più fragile, “la brutta copia” come la insultavano i compagni di scuola, l’artista un po’ pazza e zero concreta. E ora sarà lei a doversi occupare di questo ragazzo grumoso, non solo per l’acne incipiente. Questo adolescente orfano della madre ma anche in qualche modo del padre, che la famiglia di Olivia incolpa per non averli tenuti a Roma. In salvo. Il nuovo romanzo di Donatella Di Pietrantonio è lirico, potente, empatico, politico e sociale insieme. Perché attraverso le vicende di una famiglia spezzata, racconta cosa è stato e cosa è il terremoto che ha distrutto L’Aquila. E impressiona come la scrittrice riesca a dare voce ai sentimenti indescrivibili di chi vive una tale tragedia. Tanto che il disorientamento, la mancanza di riferimenti (dove sono ora le piazze, i negozi, l’obitorio, le scuole...) viene trasmesso attraverso la lingua che si fa sincopata, ossimorica, inaspettata, disordinata come le case semicrollate della città. Perché il linguaggio non può cambiare la realtà, ma raccontarla sì. Donatella Di Pietrantonio ci regala un romanzo pieno di voci, storie, incontri, scontri, mattoni, musiche, cocci, baci, ferite, sconfitte e rinascite. E allegata la voglia di rileggere subito le sue parole, perché non basta una sola volta per apprezzare la capacità di raccontare il rapporto tra una zia e un adolescente ferito, la forza di una donna che trova sollievo nei gesti rituali di sempre, come la cucina e la maglia, ma anche nell’aprirsi al dolore altrui, di un padre inadeguato che deve, come può, essere genitore, e soprattutto di una gioventù che ha visto crollare insieme alle case, il suo futuro. O forse no?

Sepp Mall, AI MARGINI DELLA FERITA, Keller (traduzione di Sonia Sulzer)
Questo è un romanzo da leggere lentamente. Per entrare veramente nei due personaggi principali: un ragazzino che ama il calcio e che perde il padre e un giovane uomo segnato fin dall’infanzia dalla balbuzie che lo lascia spesso senza parole. Non si conoscono e non si incontreranno mai, ma hanno in comune la loro origine tedesca nel Sud Tirolo degli anni Sessanta. Il romanzo mette in scena i due popoli divisi, gli attentati, le ritorsioni, le azioni di polizia, il tentativo di creare un’integrazione quasi impossibile. Soprattutto a livello politico. Da una parte quindi le famiglie tedesche, dall’altra quelle italiane, spesso immigrate dal Sud. Al di là della testimonianza storica, AI MARGINI DELLA FERITA ci permette di conoscere un grande scrittore, denso, dallo stile chirurgico e dallo sguardo preciso e mai banale. Con il romanzo di Sepp Mall, Keller editore inaugura un nuovo progetto chiamato “Confini”, che fino al 2018 porterà alla pubblicazione, nelle due collane “Vie” e “Passi”, di autori della letteratura europea – e non solo - che hanno trattato durante la loro produzione letteraria il tema della Prima guerra mondiale.

Alberto Madrigal, UN LAVORO VERO, Bao Publishing
Dopo essermi affannata a cercare il nome del traduttore del graphic di Alberto Madrigal, mi viene il dubbio che forse non c’è, perché il disegnatore spagnolo l’ha scritto in italiano. Così è, come mi conferma l’editore Caterina Marietti, che ringrazio per la precisazione ma soprattutto per UN LAVORO VERO, che proprio Bao Publishing ha curato e promosso. Terzo titolo della collana sulle città viste dall’alto, grazie ad Alberto Madrigal ci troviamo a Berlino, dove arriva il protagonista dopo aver lasciato un lavoro fisso in Spagna. Perché Berlino? Ha trovato un altro lavoro? Parla tedesco? Segue un amore? Ha degli amici? No, no, no e no. “E’ allora che ti rendi conto che hai lasciato un lavoro fisso per andartene in un altro paese. Senza programmi. Senza conoscere la lingua. E solo”. La storia per immagini di Madrigal racconta di un sogno da inseguire, disegnare fumetti, che passa attraverso una città che accoglie tanti giovani pieni di speranze. Dove è facile incontrarsi, ascoltare musica gratis, leggere e lavorare nei locali all’aperto e persino trovare un lavoro vero. Anche se forse non è quello che vuoi.

Ermanno Rea, IL SORRISO DI DON GIOVANNI, Feltrinelli
“A cosa servono i romanzi se non a spogliarti del tuo piccolo ego per farti assumere il peso di ciò che non ti appartiene ma che, a furia di leggere, si fa carne della tua carne? I buoni libri, diceva mia nonna Serafina, la madre di mia madre, i buoni libri moltiplicano la tua vita; ti fanno vivere come tuoi dolori ed emozioni che altrimenti non avresti mai conosciuto, forse neppure immaginato. E non è vero che, passato il santo, passata la festa: i buoni libri restano dentro di te, non li cancella neppure il tempo lungo, si depositano non so in quale anfratto della tua mente o del tuo cuore, e da laggiù continuano silenziosamente a tessere le loro trame. A condizionarti. A costituirsi parte di te”. Il romanzo di Ermanno Rea, IL SORRISO DI DON GIOVANNI è la dimostrazione di quello che sosteneva nonna Serafina, che tanta parte ha nella vita di Adele, chiamata dalla lettura sin da piccola. La sua vita è segnata dai libri e attraverso i libri viene raccontata, “narrazione autobiografica, dedicata esclusivamente alla mia attività di lettrice di romanzi”. Romanzi che ne indirizzano le scelte, e ai quali non si può mentire: “Fu in questa temperie umana e intellettuale che compresi sino in fondo la relazione indissolubile che esiste tra un lettore accanito e la sua integrità etica, la sua vita privata. Puoi mentire infatti al mondo intero, puoi mentire persino a te stessa, ma come fai a mentire alla letteratura, al libro che stai leggendo e che ti inchioda, una riga dietro l’altra, alle tue responsabilità?”. IL SORRISO DI DON GIOVANNI è anche, - e come può essere diversamente visto il valore del suo autore? – uno spaccato di storia italiana, un ritratto a tinte forti di Napoli, romanzo di formazione di una giovane donna e cittadina e una travagliata storia d’amore.

Daniel Handler, PERCHÉ CI SIAMO LASCIATI, Salani (traduzione a cura degli allievi della Scuola di specializzazione per traduttori editoriali Tuttoeuropa)
Sarebbe lungo l’elenco dei motivi per cui non ho letto e non avevo nessuna intenzione di leggere il libro di Handler. La copertina rossa e i disegni mi respingevano così come il fatto che fosse uscito l’anno scorso proprio per San Valentino. Poi è stato scelto per questo progetto (http://www.maredilibri.it/news.html) e segnalato da molti miei colleghi e così l’ho ripreso in considerazione e non ho potuto che dare loro ragione. E avrebbe dovuto anche confortarmi il fatto che Handler non è altro che Lemony Snicket, l’autore di UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI. Il libro è il diario di una relazione intensa, ma breve, fatto attraverso gli oggetti conservati da Min, appassionata di cinema e considerata nel suo liceo una alternativa. Inaspettatamente, sconvolgendo i suoi amici, la ragazza si innamora, ricambiata, di Ed, capitano della squadra di basket. Sembra un amore impossibile e invece cominciamo pian piano a crederci. Una riflessione sull’amore intelligente e profonda non solo per gli adolescenti. E devo confessare che, ripensandoci, ce l’ho anch’io una scatolina di oggetti legati a un amore adolescenziale.

Kevin Brooks, L’ESTATE DEL CONIGLIO NERO, Piemme (traduzione di P. A. Livorati)
Un altro libro cosiddetto per ragazzi che mi ha coinvolto molto. Grazie alla bravura dello scrittore che ha saputo mettere in campo molti temi, ma ben orchestrati e senza caricare troppo, emotivamente, il romanzo. Tra tante figure interessanti spicca quella del protagonista Pete, sedicenne “sdraiato” come direbbe Michele Serra, ma che, come la maggior parte degli adolescenti è in realtà pieno di risorse e coraggio. E purtroppo incappa in una di quelle decisioni apparentemente banali che cambiano il destino di molti. A partire da quello di Raymond, ragazzo molto intelligente ma in qualche modo chiuso in un suo mondo, che Pete non riesce a proteggere. Così un sabato sera al luna park, luogo già sfruttato per la sua ambivalenza, si trasforma in un viaggio di non ritorno, in uno stacco netto tra l’infanzia e l’età adulta, dove non si può sfuggire alle proprie responsabilità. E Pete, figlio di un poliziotto che sente il suo lavoo come una missione, lo sa bene.

Yeng Pway Ngon, L’ATELIER, Metropoli d’Asia (traduzione di Barbara Leonesi)
D’accordo i memoir, l’autofiction d’autore, il romanzo sperimentale, il saggio che si legge come fosse narrativa. Ma ogni tanto ho voglia di immergermi in un romanzo sterminato, pieno di personaggi, storie, particolari che all’inizio ti disorientano, poi ti inglobano e alla fine ti lasciano esausta ma soddisfatta. Ho bisogno di leggere un grande regista. Yeng Pway Ngon lo è. Come Vicki Baum, Trollope, Wilkie Collins, grandi burattinai capaci di far convivere in un solo libro decine di personaggi senza perderli e farceli perdere. Così, leggendo L’ATELIER ho riprovato quella lenta felicità di stare tagliando il traguardo. Non tanto per le 500 pagine, ma per la soddisfazione quasi fisica di vedere alla fine che il puzzle si incastra perfettamente. Che sono stati rivelati tutti i legami tra i personaggi, che sappiamo collocare ognuno di loro nel mosaico creato dallo scrittore. Qui poi si aggiunge una protagonista non reale ma molto reale e l’arte. Leggendo si vedono i colori, si odora l’acqua ragia, si passa attraverso tantissimi quadri evocati dal pittore Yan Pei e dai suoi allievi dell’atelier. E non mancano neppure i romanzi perché “I grandi artisti non sono tali solo per la loro abilità tecnica e il talento innato, ma soprattutto per la capacità di sentire e di pensare. I sentimenti e i pensieri di un pittore traggono origine dalle sue esperienze, dal suo vissuto e anche dalle sue letture; leggere è fondamentale non solo per gli scrittori, ma anche per i pittori”.

Margarita Khemlin, LA TERZA GUERRA MONDIALE E ALTRI RACCONTI, Giuntina (traduzione di Paola Buscaglione Candela)
Già l’immagine di copertina anticipa molto del libro: vi è ritratto un uomo piuttosto anziano, e l’età media delle storie è effettivamente abbastanza alta; spiccano poi le importanti medaglie e le ciabatte di plastica, la poltrona leopardata e il copricapo da aviatore. Contrasti che virano al riso ma nello stesso tempo sembrano dire “non c’è da scherzare”. I racconti di Margarita Khemlin viaggiano sempre su più binari di emozioni: ironia e affetto, malinconia e rabbia, tenerezza e rassegnazione. Uniscono la tradizione dell’umorismo ebraico alla spesso ostica ambientazione sovietica. Sono, infatti, ebrei ucraini i protagonisti delle storie e vivono cercando di salvaguardare la loro essenza ebraica nei cambiamenti politici e sociali dell’ex impero sovietico. E’ un libro pieno di voci, alcune reali, altre immaginarie ed evocate, altre ancora temute o inascoltate. Ritratti nelle loro vicissitudini quotidiane, i personaggi sembrano spesso disarmati di fronte a quello che accade loro, ma in realtà riescono sempre a vedere il lato ironico di ogni situazione. Salvandosi così la vita. Ottima lettura da treno.

Marie-Aude Murail, MISS CHARITY, Giunti extra (traduzione di Federica Angelini)
Riprendo in mano MISS CHARITY per un progetto e mi accorgo che non ne avevo scritto niente. Sono imperdonabile o come direbbe la mamma di miss Charity assolutamente sconveniente. Mi ero stupidamente chiesta come se la sarebbe cavata la meravigliosa scrittrice francese di OH, BOY (se non l’avete ancora fatto, obbligatorio leggerlo!!!) con un personaggio vissuto nell’Ottocento. Erano domande da farsi? La risposta è scontata, se la cava da grande scrittrice quale è regalandoci un romanzo perfetto, intelligente, ironico, vero come la vita. E anche se forse non tutti riconosceranno in Miss Charity la figura di Beatrix Potter, non importa perché la storia è quella di una ragazza che riesce a sfruttare i suoi talenti. Anche nella chiusa, in particolare per le donne, società inglese dell’Ottocento. E il paragone con Jane Austen non è assolutamente fuori luogo e possiamo aggiungerci anche l’Oscar Wilde, che compare come personaggio nel romanzo. Nonostante abbia letto tutto quello che di suo è stato tradotto in italiano, la Murail è riuscita ancora a sorprendermi anche per l’accurata ricostruzione storica di luoghi, situazioni e personaggi. E per la capacità di raccontare anche gli aspetti più sconvolgenti della vita di una ragazza, e qui ce ne sono di sbalorditivi, senza eccedere nel pietismo o nella ricerca dell’eclatante.

Abdelkader Djemai, IL NASO CONTRO IL VETRO, biblioFabbrica (traduzione di Enrica Rizzini)
Ci sono dei percorsi di lettura quanto mai involontari ma estremamente chiari, quasi sfacciati nella loro sequenza logica. E quindi ecco un altro romanzo, brevissimo, che racconta di un padre e di un figlio. Il padre è quello che un giorno, per la prima volta, prende un attrezzato e lussuoso pullman per raggiungere la grande città che si può riconoscere come Parigi. Per la prima volta lascia la città di provincia in cui vive per cercare di capire cosa sia accaduto al figlio maggiore che non risponde alle sue lettere, che per lui, analfabeta, scrive la figlia minore. Ha quattro figli il protagonista e, a parte il primogenito, sono tutti studiosi e avviati a brillanti carriere. Che per lui sono la consolazione per essere stato costretto ad abbandonare il suo villaggio d’origine in Algeria, a causa della guerra. E mentre raggiunge la città ripercorre un altro viaggio, quello che con la madre l’ha portato in Francia.
E’ un libro minuscolo, dove la recensione rischia davvero di essere più lunga del testo, senza comunque rendergli giustizia. Lo leggerò anche agli adolescenti ad alta voce.

Luca Giordano, QUI NON CRESCONO I FIORI, ISBN
Della maggior parte dei libri non mi ricordo dove e neanche quando li ho letti. E mi ero divertita quando Salvatore Scibona nel suo colorito italiano mi interrogava su dove mi trovavo quando avevo letto questo o quel libro. E voleva anche sapere se leggo seduta su una sedia, a scrivania o sul divano. O magari in piedi. Ecco, se mi avesse per caso interrogato sul libro di Luca Giordano avrei potuto rispondere, perché la sua lettura mi ha salvato da una triste serata solitaria a Pisa in occasione di Pisabook. Dopo una giornata in fiera, una buona cenetta toscana, mi aspettavano una breve passeggiata e l’albergo. E lì ho cominciato e verso mattina finito QUI NON CRESCONO I FIORI. Intanto mi sentivo in colpa perché nonostante ISBN sia uno dei miei editori di riferimento, non l’avevo più di tanto considerato. Per fortuna poi Valentina me ne ha parlato allo stand e me lo sono subito comprata. Anche qui padri e figli e il paragone con LA LUCE DI CLOUDY BAY è stato immediato. Soprattutto per il clima che si respira nella storia ma anche per l’aria salmastra e il rumore del mare. Siamo su un’isola che è facilmente identificabile con Lampedusa. Due fratelli, orfani di madre, vivono con il padre, meccanico che sfoga la mancanza di lavoro e la sofferenza nell’alcool. Due piani temporali: uno sull’oggi che per Salvatore vuol dire difendersi dal fratello maggiore e cercare un po’ di affetto in un cane randagio e per Damiano il sogno di partecipare al Grande Fratello per fuggire dall’isola. L’altro racconta la storia d’amore dei loro genitori e la misteriosa scomparsa della madre. E’ un romanzo che odora: di mare, sangue, vomito, angoscia, motori, desolante mancanza di speranza. Dove i comprimari sono ben inseriti nella storia che via via prende sempre più il lettore sino a ingabbiare anche lui sull’isola. Una nota di merito anche all’editore, perché si sente il lavoro di editing, e soprattutto la cura con cui è stato pubblicato il libro.

Friedrich Torberg, LO STUDENTE GERBER, Zandonai (traduzione di Angelo Lumelli)
Questo è un libro che mi chiamava. Ogni tanto saltava fuori ed ero chissà perché convinta che mi sarebbe piaciuto. Sono quelle sensazioni che se disilluse, segnano per sempre libro e autore, ma che se invece sono confermate ti regalano grande soddisfazione. Così è stato e parto subito alla grande, ma poi vi spiego. LO STUDENTE GERBER è il romanzo più vicino a STONER che ho letto. Non è solo per l’ambientazione scolastica, ma per la capacità di raccontare un’esistenza comune, rendendola al lettore unica e indispensabile. Rispetto al capolavoro di Williams ci sono delle parti un po’ deboli che potevano essere tolte e ogni tanto dei passaggi un po’ ripetitivi e non necessari, ma vi assicuro che troverete molte analogie. E’ vero che devo considerare la mia passione per la Mitteleuropa e per i romanzi sostanzialmente malinconici, ma sono pronta a difendere strenuamente il paragone. Perché Kurt Gerber ha davvero molto di Stoner, a partire dalla decisione di non cambiare classe alla notizia che proprio nell’anno della maturità il nuovo coordinatore di classe sarebbe stato “Dio Kupfer”, il temutissimo insegnante di matematica che lo detesta apertamente. Invece Kurt decide di sfidarlo e il sadico professore è ben felice di accettare la sfida. Torberg riesce a raccontare tutti i più o meno perversi meccanismi sociali di una classe scolastica, i rapporti di potere insegnanti-allievi, la convivenza degli studenti e le potenziali tragedie che si nascondono anche dietro gesti e situazioni apparentemente innocue. E ancora il primo innamoramento, la scoperta del sesso, il difficile equilibrio tra l’incerta conoscenza di sé e l’immagine che di noi si formano gli altri. Non aveva torto Franz Werfel quando disse di Torberg che “tra gli scrittori entrati in campo nel periodo fra le due guerre, è probabilmente il solo che ha qualcosa da dire e sa come dirla”.

Adriana Lisboa, BLU CORVINO, La nuova frontiera, (traduzione di Sara Favilla)
“Sei tu il mio? Perché sul certificato di nascita tu sei mio padre, ma non lo sei veramente, e allora cosa sei? ... Non lo so, quello che vuoi che io sia, rispose”. Vanja e Fernando: figlia e padre sulla carta, ma non nella realtà. Ma quando a dodici anni Vanja perde la madre e decide di lasciare il Brasile per cercare il padre biologico, Fernando, ex marito che ha accettato di riconoscerla come sua, la ospita nella sua casa a Denver e la accoglie nella sua vita. Il magnifico romanzo della scrittrice brasiliana è la storia di una ricerca, ma ci parla anche di immigrazione, lotta per la libertà, fughe, esistenze in viaggio e di cosa significa davvero la paternità. E’ un romanzo insieme intenso e scorrevole che vi farà ammirare le grandi capacità narrative di Adriana Lisboa, ma anche il suo sguardo profondo e sapiente: “provai una rabbia abissale, genuina, per la bibliotecaria della biblioteca comunale di Denver, che mi aveva suggerito tutti quei libri di poesia come se io avessi una qualche aspirazione intellettuale. Come se qualcuno ne avesse bisogno. Di tutti quei versi difficili scritti da uomini e donne che non avevano altro da fare”.

La mia amica Arianna Fornari avrebbe saputo cosa rispondere a Vanja ed era un po’ come la bibliotecaria di Denver, competente, empatica, innamorata del suo lavoro. Arianna è morta il 6 dicembre e volevo salutarla anche da queste pagine proprio con le parole dell’ultimo libro di cui abbiamo parlato insieme e che anche lei aveva particolarmente amato:
"Mi chiesi se lo spazio che una persona occupa nel mondo sopravvive alla persona stessa. Se il palco rimane lì, allestito ancora per un po’, la scenografia pronta, la battuta ripetuta varie volte, in attesa che la persona torni ancora una volta a recitare. E solo a poco a poco le connessioni si disfano, i fili si spezzano, le luci si spengono, la persona muore lentamente per il mondo dopo essere morta per se stessa. Se è vero che esistono due tipi di morte, una personale e individuale, l’altra pubblica e collettiva, due morti che avvengono con ritmi diversi."

Ciao Arianna!

Neil Gaiman, L’OCEANO IN FONDO AL SENTIERO, Mondadori, (traduzione di Carlo Prosperi)
Se mi avessero detto che mi sarei trovata di fronte una piccola ferita che partorisce un mostro, un verme che si trasforma in una bellissima donna, due mondi paralleli gestiti da regole ferree dove non muoverti da un piccolo spiazzo può salvarti la vita, avrei detto: no, qui non entro! Certo dovrei saperlo a cosa vado incontro quando leggo Neil Gaiman, ma riesce sempre a sorprendermi tutte le volte. Perché questo romanzo pareva un tradizionale racconto alla Jane Austen, dove un uomo tornato nel villaggio inglese dove è nato per un funerale, ripensa ai luoghi della sua infanzia. E all’amicizia con Lettie che diceva che lo stagno dietro la fattoria era in realtà un oceano. Alla passione per i libri e per i gatti, anche quelli sfortunati. A personaggi strani ed inquietanti e alla volta che… Forse il titolo doveva mettermi sull’avviso che non avrei viaggiato su un calesse lento e dondolante ma sulle montagne russe. Grazie Neil!

Jurica Pavicic, IL COLLEZIONISTA DI SERPENTI, Besa (traduzione di Estera Miocic)
Le vie dei libri sono sempre infinite e questo mi è stato segnalato dalla traduttrice stessa, operatrice culturale di grande bravura e sensibilità. Che si sarà stancata di aspettare notizie sulla mia lettura. In realtà se non rispondo magari immediatamente a una sollecitazione di lettura, è un buon segno. Vuol dire che mi tengo il libro per leggerlo in momenti di calma, quando ho meno incontri e riesco a ritagliarmi delle giornate intere per leggere. Ci sono libri che meritano una lettura lenta e magari anche una rilettura. Ero sicura che IL COLLEZIONISTA DI SERPENTI fosse uno di questi. E non sono rimasta delusa. Anche se sono racconti e quindi frammentabili in momenti di lettura diversi, meritano invece di essere letti quasi come un romanzo perché sono un affresco realistico fino alla crudeltà ma anche sentimentale e sentito della Dalmazia. Dove spesso anche le cose più piccole sembrano sempre pronte a scatenare una tragedia, dove gli avvenimenti più semplici concorrono a complicare la vita di persone già provate da orrori più grandi. Considerato uno dei migliori scrittori europei Jurica Pavicic dimostra in queste storie le sue capacità narrative, ma anche una sensibilità attenta e curiosa nel descrivere personaggi comuni e unici insieme.

Davide Calì, MIO PADRE, IL GRANDE PIRATA, Orecchio acerbo
Non sapete cosa regalare a grandi e piccini? Questo è il libro perfetto. E ancora meglio sarebbe leggerlo tutti insieme. E’ una lettura ad alta voce senza età che coinvolgerà lettori di ogni età (rima involontaria). Perché Davide Calì scrive un albo commuovente ma non mieloso, equilibrato, intelligente, empatico con un buon ritmo e un lessico ricco e appropriato. Per raccontare che i sogni si possono un po’ adattare alla realtà e che le bugie non sono sempre tali. E che le storie servono a volte a raccontare se stessi e i proprio desideri.



Glen David Gold, SUNNYSIDE, liberAria, (traduzione di Daniela Liucci)
Ecco un libro per cui dovete programmare un po’ di tempo. Non solo per la mole, ma per la struttura a incastro che richiede una lettura attenta. Poi però sarete ripagati dall’immersione in una storia ricca ed elaborata e vi troverete fianco a fianco con Charlie Chaplin per buona parte del romanzo. SUNNYSIDE infatti si apre su una fredda giornata d'inverno del 1916: una come molte altre, se non fosse che in questa il famoso attore Charlot viene avvistato in più di ottocento posti simultaneamente. La successiva e straordinaria delusione collettiva, dà il via a tre storie apparentemente lontane: quella di Leland Wheeler, il figlio dell'ultima (e peggiore) star del Wild West, che scoprirà un amore inaspettato sui campi di battaglia francesi; quella di Hugo Black, arruolato per combattere sotto il comando del generale Edmund Ironside nella spedizione senza speranza contro i bolscevichi; infine quella dello stesso Chaplin.

Gabriele Romagnoli, L’ARTISTA, 66thand2nd
Rileggo a distanza di nove anni dalla prima uscita, in occasione della riedizione di 66th2nd, L’ARTISTA di Gabriele Romagnoli. E ho anche ritrovato in rete la recensione che avevo scritto allora. Devo dire che al di là dell’ingenuità e del pensiero che adesso non la scriverei più così, sono sempre d’accordo con me stessa. L’ARTISTA rimane un romanzo riuscito, uno spaccato di storia italiana e personale, con un legame padre-figlio che è anche un profondo ritratto generazionale. Da allora però il mio sguardo ha cambiato prospettiva e mentre nove anni fa io ero il figlio, adesso mi sono sentita più l’artista. Con una patina di rassegnata malinconia che forse prima nascondevo meglio.


Bjorn Larsson, L’ULTIMA AVVENTURA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER, Iperborea (traduzione di Katia De Marco)
Riconosco e ammetto senza vergogna la mia debolezza: amo il pirata Long John Silver, quel senso di giustizia tutto suo, ma così necessario, la crudeltà mai fine a se stessa ma così catartica. Soprattutto grazie a Larsson. Ho letto infatti per tre volte LA VERA STORIA DEL PIRATA LONG JOHN SILVER, l’ultima seduta su uno scoglio di un’isola deserta della Croazia, che ricordo ancora come uno dei momenti più belli della mia vita (mi accontento di poco, lo so...). Se Barbecue fosse passato di lì con la sua nave, sarei salita subito a bordo. Tutto questo per dire che ero molto diffidente di fronte a questo breve racconto che non mi decidevo a leggere. Che bisogno c’era di un’appendice alla magnifica storia che Larsson aveva già scritto? E così il libro navigava per casa, senza che mi decidessi mai a leggerlo. Per costringermi a farlo, l’ho infilato in borsa mentre andavo a Pisabook. Il sole, una promessa di mare e il dondolio del treno sono stati comunque un’ottima ambientazione per scoprire dove si è rifugiato Long John Silver e cosa sta facendo. Ma certo io non ve lo dico!

Magda Szabo, DITELO A SOFIA, Salani (traduzione di Antonio Sciacovelli)
Pensavo di avere ormai preso tutto dalla Szabo e che soprattutto lei avesse dato tutto con quel capolavoro assoluto che è LA PORTA. Quindi sono rimasta un po’ perplessa davanti a questa nuova traduzione. Ma è bastato iniziarlo per capire che la magia de LA PORTA si stava per replicare. Per chi ha letto il capolavoro della scrittrice ungherese e so che sono molti, visto che ho obbligato tutti quelli che conosco a farlo e anche molti gruppi di lettura, in DITELO A SOFIA c’è al centro della storia sempre una dicotomia, intanto tra adulti e bambini, poi tra chi sa essere ancora bambino e chi proprio no, e soprattutto tra la teoria e la pratica, un po’ come ne LA PORTA tra il lavoro fisico e quello intellettuale. Con il consueto stile ironico e raffinato e uno sguardo insieme complice e spietato sul mondo Magda Szabo racconta di Sofia, rimasta orfana dell’amatissimo padre e costretta a fare i conti con la visione distorta che la madre ha di lei. Judit Papp infatti vede in Sofia l’incarnazione del suo fallimento professionale; ambiziosa pedagogista, autrice di saggi sull’educazione dei bambini, ha una figlia apparentemente apatica, chiusa, con voti scolastici scadenti, pochi amici e una goffaggine imbarazzante. In realtà Sofia è una ragazzina acuta, di buon cuore, brillante e sognatrice, come hanno capito subito la sua insegnante, che non ha avuto figli, ma sa instaurare un rapporto empatico con i suoi allievi, e il burbero custode della scuola. Fa tristezza e tenerezza insieme l’incomprensione che divide madre e figlia e che impedisce a Jodit di godere appieno del dono della maternità. Tanto che attribuisce Marta, oltre che insegnante di Sofia, sua coetanea e collega di studio, le colpe degli insuccessi della figlia. Senza nascondere una immotivata gelosia. DITELO A SOFIA è un romanzo commuovente, divertente, ironico che racconta le diverse declinazioni della maternità.

Elizabeth Strout, I RAGAZZI BURGESS, Fazi (traduzione di Silvia Castoldi)
I fratelli Burgess mi hanno riconciliato con Elizabeth Strout, pluripremiata scrittrice americana, incoronata anche dal Pulitzer, che io trovavo noiosissima. Ci avevo provato con Olive Kitteridge e con Amy ed Isabelle e quando proprio pensavo di metterci una pietra sopra, arriva questo nuovo romanzo con la copertina dell’amato Hopper. Chiariamo subito, non lo metterei tra i miei libri preferiti e non la consiglio a chi ama romanzi dal ritmo incalzante e continui colpi di scena. Diciamo che adesso capisco l’indubbio valore letterario e perché abbia conquistato tanti lettori. E l’immobilità dei quadri di Hopper la rappresentano benissimo. Però questa volta l’apparente tono monocorde con cui racconta gli eventi più sconvolgenti e insieme i minimi gesti quotidiani dei suoi protagonisti, mi ha convinto. E vi ho anche trovato un velo di spietato umorismo che, probabilmente per colpa mia, non avevo scorto negli altri libri. Perché la vicenda che riunisce i tre fratelli Burgess è davvero paradossale: il figlio adolescente di Susan infatti viene arrestato per aver gettato una testa di maiale in una moschea. E così Jim e Bob sono costretti a tornare nel Maine dove sono cresciuti e dove hanno condiviso un’infanzia problematica. E non potrete non innamorarvi di Bob.

Michael Dahlie, TRASCURABILI CONTRATTEMPI DI UN GIOVANE SCRITTORE IN CERCA DI GLORIA, Nutrimenti (traduzione di Mirko Zilahi de’ Gyurgyokai)
Avevo bisogno di un romanzo diciamo così poco impegnativo e dopo un’affannosa ricerca, ho scoperto che, grazie a Luigi, ce l’avevo! Non fatevi però ingannare dal titolo ironico, perché il romanzo di Dahlie è solo apparentemente leggero. Le avventure a New York di Henry, rimasto orfano a venticinque anni con un’immensa fortuna che non lo consola minimamente dalla perdita degli amati genitori, possono ricordare le storie di Wodehouse, ma rievocano anche l’ironia e l’umorismo dei libri di Jonathan Ames e insieme la sottile malinconia dei romanzi di Steve Martin. Forse OGGETTI DI BELLEZZA dell’attore e scrittore americano è una sorta di contraltare nel mondo dell’arte di quello che TRASCURABILE CONTRATTEMPI... è per il mondo letterario in cui si muove o vorrebbe muoversi Henry. La sua aspirazione infatti cozza contro le riviste d’avanguardia, i copywriter, le mode del momento, e i suoi racconti non sembrano destinati ad arrivare alla pubblicazione. Poi ci sono le vicende sentimentali di Henry, con l’innamoramento per la dolce e decisa Abby e le amicizie, poche ma affidabili. E la vita a New York, con i suoi locali dove Henry sembra sempre sentirsi fuori posto e i pasticci dove, nonostante la sua accortezza, riesce comunque a infilarsi. TRASCURABILI CONTRATTEMPI... mantiene quello che promette anche se, cosa che a me non dispiace per niente, spesso la commedia vira verso una sorridente malinconia.

Tupelo Hassman, BAMBINA MIA, 66thand2nd (traduzione di Federica Aceto)
Però... ho pensato quando ho finito BAMBINA MIA. Perché prima di leggere avevo scorso la biografia di Tupelo Hassman e avevo visto che questo è il suo libro d’esordio. Certo se questo è solo l’inizio. Il romanzo ha quasi un passo classico, una discesa all’inferno quotidiano che ricorda più Celine che scrittori contemporanei. E’ la storia dell’inevitabile, dei destini già tracciati. Perché per “Rory Dawn Hendrix, figlia debole di mente di una figlia debole di mente, lei stessa il prodotto di una schiatta debole di mente” non ci sono molte speranze di uscire dalla Calle, un campo caravan nella profonda periferia di Reno, in Nevada. La scrittrice però non eccede in riflessioni e giudizi e anzi lascia la parola alla mera quotidianità della nostra antieroina. Che si occupa della madre, bellissima e alcolizzata e della nonna, instabile giocatrice d’azzardo. E ha come riferimento educativo il manuale delle girl scout che una compassionevole bibliotecaria le ha regalato. Lì Rory prende la sua filosofia di vita, dal galateo spiccio alle grandi questioni esistenziali. Eppure via via sorgono dei piccoli boccioli di speranza, come la passione della madre per i romanzi di Kerouac o l’incredibile bravura di Rory nelle gare di ortografia. Ma tutto sembra poi perdersi nell’inevitabile polvere che circonda i caravan. Case provvisorio per vite provvisorie.

Melania Mazzucco, SEI COME SEI, Einaudi
“Come hai capito che eri innamorato di lui? gli chiede Eva. [...] Non potevo stargli lontano – dice, sorridendo. Volevo toccarlo, baciarlo, abbracciarlo, in qualunque momento e dovevo quasi legarli le mani, perché sai, non ci potevamo abbracciare per strada, noi due ... Dopo qualche anno che stavamo insieme, le differenze fra noi si sono attenuate, e abbiamo cominciato ad assomigliarci. Siamo diventati come strumenti musicali accordati sulla stessa tonalità. Io restavo la chitarra, e lui il pianoforte, ma suonavamo la stessa musica, non so se riesco a spiegartelo. Ci piacevano gli stessi film, detestavamo le stesse persone, ci capivamo anche solo guardandoci. La vita dell'uno orbitava intorno a quella dell'altro e ne traeva forza, e luce. Suppongo che l'amore sia questo”. L’amore è sicuramente questo, ma anche molto altro e il nuovo romanzo di Melania Mazzucco ne sembra una sorta di preziosa collezione. Certo, tra tutti, c’è l’amore di una figlia per i suoi genitori, Christian e Giose, che decidono di non rinunciare al loro desiderio di paternità. Così arriva Eva e mentre Christian si dedica alla carriera universitaria, sarà Giose a crescere nel quotidiano la bambina. Ma l’improvvisa morte di Christian, che risulta il padre biologico di Eva, distrugge l’intera famiglia. A Giose, infatti, viene negato l’affidamento della bambina che è costretta a vivere con gli zii, lontana dal padre. Finché la sua rabbia esplode e a undici anni Eva fugge per cercarlo, per capire se si è davvero dimenticato di lei. Riesce ad affrontare un lungo viaggio attraverso l’Italia per raggiungere Giose, che si sta leccando le ferite, nella vecchia casa dei suoi genitori, in un paesino sperduto e coperto dalla neve sugli Appennini. SEI COME SEI è anche un romanzo generazionale, uno spaccato sull’Italia che viviamo e a cui i quarantenni di oggi sembrano non essere stati preparati. Magistralmente è raccontata anche l’età di Eva, in quel limbo anagrafico in cui non si è più bambini, ma neanche adolescenti, con le sensazioni che schizzano a mille in pochi secondi e le ferite dell’infanzia che non smettono di bruciare. Eva è intelligente, matura, aperta, anche grazie all’amore che Giose e Christian non le hanno mai fatto mancare, insieme a uno sguardo puro e fiducioso sul mondo. Ma è il mondo quotidiano in cui vive che non è alla sua altezza, che non sa capire l’assurdità di dividere un padre e una figlia e che non garantisce i diritti delle coppie di fatto. Sembra che per Eva sia inevitabile soccombere alla rigidità della legge e di chi la applica, all’ottusità degli adulti, alla derisioni dei compagni. E soprattutto alla sfiducia verso la società e verso suo padre. E’ questo il delitto più grande, far perdere a una bambina la fiducia verso chi l’ha fortemente voluta, amata, cresciuta. SEI COME SEI dimostra come la letteratura non ha perso il suo valore civile.

Teju Cole, CITTÀ APERTA, Einaudi (traduzione di Gioia Guerzoni)
Libro che mi girava intorno da un po’, ma che non mi decidevo a leggere. Poi, come sempre, la componente umana è decisiva nella lettura e così quando un amico me l’ha caldeggiato l’ho subito recuperato dal fondo della pila. L’ho letto e da allora mi arrabbio con me stessa per non averlo fatto prima. Sarebbe cambiato qualcosa? Per me forse no, ma magari ve lo avrei segnalato prima, come mi rimproverano alcuni lettori. Stavolta hanno ragione perché avrei dovuto immediatamente accorgermi di trovarmi di fronte a un romanzo originale e seducente, letterario e irresistibile. Colpisce da subito la capacità narrativa di Cole, che sembra prendere per mano il lettore, e senza strattonarlo troppo, ma anche senza lasciarlo andare, lo porta in giro per le vie, i grattacieli, i negozi della Grande Mela. Il camminare senza meta ricorda i romanzi di Murakami, ma qui oltre che verso se stesso, il giovane protagonista rivolge i suoi pensieri a quello che vede e alle persone che incontra. Lo sguardo di Julius, padre nigeriano e madre tedesca, specializzando in psichiatria, è insieme estraneo, come se visitasse uno zoo, e nello stesso tempo emotivamente partecipe. Tutto il romanzo racconta di appartenenza e estraneità, migrazioni e ritorni, di subitanei riconoscimenti e insanabili diversità, di origini e tradimenti, di conquiste e speranze deluse. Tanto che è necessario rileggerlo per coglierne la ricchezza e avventurarsi di nuovo nelle vie di New York, ma anche nei meandri della mente umana, nel collegio in Nigeria dove Julius ha trascorso l’adolescenza, nella Bruxelles piovosa e piena di sorprese, non solo per il protagonista ma anche per il lettore. Cole infatti non cerca furbescamente di accattivarsi il lettore e quindi non mancano ipotesi disattese, vedi la ricerca della nonna o il rapporto con Moji, che però fanno parte delle regole del gioco tra chi scrive e chi legge. E quando pensiamo di avere capito, di essere alla pari con il narratore, scopriamo invece che abbiamo ancora molte suole di scarpa da consumare. CITTÀ APERTA è un romanzo di paesaggi, dove il protagonista sembra un osservatore instancabile di luoghi, ma alla fine è un turista di anime, compresa la sua. Ottima poi la traduzione di Gioia Guerzoni, che riesce a rendere la raffinatezza dello stile di Cole e la vivacità della sua scrittura. Allora? Cosa aspettate?

Bernard Quiriny, LA BIBLIOTECA DI GOULD, L’orma (traduzione di L. Di Lella e G. Girimonti Greco)
Preparatevi, perché una volta iniziato questo libro non lo lascerete più. Nel senso che anche quando l’avrete finito, vorrete sempre averlo sottomano e anche se siete generosi con i vostri libri, questo non lo presterete mai a nessuno. Perché ha delle pagine così ironiche, divertenti, dissacranti, tenere e intelligenti sui libri e sui loro lettori, che non si smetterebbe mai di leggerlo e rileggerlo. Tanto che vi farà rimpiangere di non trovare la coda alle poste o in banca, dove ve lo siete portati. La Biblioteca di Pierre Gould infatti è estremamente viva e senza dubbio unica: vi troverete le città di Calvino, ma anche le costruzione fantastiche di Borges insieme ai giochi linguistici di Queneau. Ma soprattutto vi troverete libri incredibili, lettori strani oltre ogni immaginazione, scrittori ancora più incredibili. LA BIBLIOTECA DI GOULD è una collezione senza pari ed entrarvi è come avventurarsi in un lunapark dei libri, in un acquario pieno di pesci che lasceranno voi a bocca aperta. Le trovate di Quiriny, trentenne scrittore belga, maestro della short story, non sono mai artificiose, ma raggiungono sempre un buon equilibrio tra la raffinatezza stilistica e le trovate letterarie. Alcune delle storie sono anche perfette da leggere ad alta voce, nei gruppi di lettura o se organizzate serate con altri lettori. Non vi dico altro...

Maria Rosaria Valentini, MIMOSE A DICEMBRE, Keller
Ho cominciato questo libro con una nota di scetticismo perché avevo paura che potesse cadere nell’eccessivo sentimentalismo, cosa che sopporto sempre meno. Sarà l’età...
Non so però perché avessi maturato questa sensazione, perché la bella copertina non suggerisce un romanzo mieloso.
Sicuramente la scrittura di Maria Rosaria Valentini è allusiva e poetica, ma in realtà non scade in uno sfoggio di bella scrittura o in un compiacimento sentimentale. Anzi, diciamo che riesce a raccontare la storia di Adriana, che lascia la Romania a vent’anni per fare la badante a Roma, con uno stile raffinato e preciso che nulla però ci risparmia della desolazione e della tristezza della giovane protagonista. Anche perché in Adriana convivono insieme una dolente disillusione e uno spirito infantile e sognante, caratteristiche che ne fanno un personaggio complesso che mette in crisi il lettore.

Luca Ferrieri, FRA L’ULTIMO LIBRO LETTO E IL PRIMO NUOVO DA APRIRE. LETTURE E PASSIONI CHE ABITIAMO, Olschki
Anche senza sapere chi è e cosa fa Luca Ferrieri, già all’inizio della lettura di FRA L’ULTIMO LIBRO LETTO E IL PRIMO NUOVO DA APRIRE si capisce di trovarsi di fronte a un bibliotecario. Solo infatti chi conosce a fondo i meccanismi della biblioteca, i principi della biblioteconomia, i segreti dell’archivistica e tutte le sfaccettature di un’opera a stampa, può aver concepito e per di più realizzato un’opera di tale genere. Questo per quanto riguarda la struttura del testo. Perché per il contenuto è Ferrieri stesso un’intera biblioteca. Vero è che il bibliotecario racchiude in sé una tale quantità di competenze, che riesce magicamente a sintetizzare in un unico professionista, che è difficile anche solo spiegare in cosa consiste il suo lavoro. E forse per questo viene molto spesso banalizzato, ma non credo di offendere la dignità professionale di nessuno, sottolineando che Ferrieri mette in campo anche le conoscenze e le capacità speculative di un filosofo piuttosto che di un critico letterario, di uno studioso di neuroscienze oltre che di un antropologo. Lui forse direbbe di un lettore. Dopo questa premessa, tentiamo di dare qualche indicazione sul libro, che si può leggere in molti modi. Mi sembra infatti che già l’impaginazione anticipi il contenuto, sottolineando la ricchezza e anche la difficile catalogazione dell’arte di leggere. Da una parte infatti si articola un discorso teorico su cosa significa leggere o meglio su cosa succede quando leggiamo. E quindi le passioni che entrano in gioco, i sentimenti, i meccanismi psicologici, le parole-chiave. Per farvene un’idea immergetevi anche solo nell’indice e magari sceglietevi un punto di partenza da lì. La parte teorica raccoglie davvero tutto quello che sulla lettura di valido è stato scritto. Anche non con quell’intento, ma adattando le parole di scrittori, poeti piuttosto che di filosofi o scienziati alla teoria della lettura. Nella parte a destra invece si declina un altro libro, fortemente legato al primo, ma che ne è in qualche modo il contraltare personale dell’autore. Cambia il tono, più colloquiale; sono citati più scrittori, gli autori più amati e frequentati e anche molte riflessioni più quotidiane e carnali su abitudini, vizi e manie di un lettore. Ci sono anche degli spunti polemici e dei passi molto poetici. In realtà poetico è uno degli aggettivi che userei più spesso per descrivere il lavoro di Ferrieri. FRA L’ULTIMO LIBRO LETTO E IL PRIMO NUOVO DA APRIRE si può leggere come il romanzo della lettura, ma anche tenere in consultazione come un codice. E’ insieme un’inesauribile fonte di consigli e spunti di lettura, ma anche una ricca fonte di riflessioni da condividere con gli altri lettori. Come questa: "... La lettura: un'arte silenziosa, schiva, misconosciuta, abituata a lavorare sotto traccia, che non aspira alla gloria e al successo, che dirige la sua passione nello scegliere, nell'interpretare, nel convivere, nel gioire di una prospettiva diversa. Machado De Assis diceva che sul frontespizio di un libro, accanto al nome dell'autore che l'ha scritto, dovrebbe andare il nome del lettore che l'ha letto, perché è altrettanto importante. Ma ciò forse strapperebbe il lettore dall'ombra che si è scelto, trascinando sulla piazza una lettura che dà il meglio di sé quando si frange sulla riva e sembra che non ne resti nulla, fino all'ondata successiva".

Sally Gardner, IL PIANETA DI STANDISH, Feltrinelli (traduzione di Delfina Vezzoli)
All’inizio ero un po’ scettica su IL PIANETA DI STANDISH perché raccontare letterariamente l’ingiustizia, la resistenza al male, l’opposizione senza speranza ai potenti è sempre difficile, soprattutto in un libro per ragazzi. In realtà Sally Gardner non solo ha smentito le mie immotivate preoccupazioni, ma con IL PIANETA DI STANDISH apre tantissime porte sulla realtà e dentro di noi, regalandoci un libro senza età, rendendo così anche giustizia alla letteratura. Non ci sono sbavature nella storia di Standish, adolescente-bambino che non sa neppure leggere ma che capisce presto cosa sta accadendo nel suo mondo, in un ipotetito 2056. Lui infatti vive nelle Zona Sette, quella che la madrepatria riserva ai dissidenti e agli avversati del regime. E agli imperfetti come lui. Poi arriva Hector e Standish scopre l’amicizia e il desiderio di rimettere a posto le cose, o almeno cercare di combattere le ingiustizie. La sua sarà un’azione folle e necessaria insieme, ma lascio a voi scoprire di cosa si tratta, perché amerete il libro parola per parola. A voler essere proprio pignoli, l’unico aspetto che mi ha un po’ infastidito è che un adulto può in qualche modo riconoscere le aree geografiche a cui sono ispirate la madrepatria e il paese della libertà. Ma sono solo dettagli.

Elvira Seminara, LA PENULTIMA FINE DEL MODO, nottetempo
Esistono libri leggeri, intelligenti, ironici, fantasiosi e realistici insieme? Non molti, ma LA PENULTIMA FINE DEL MONDO sicuramente lo è. Leggero nel senso che si giostra bene tra dramma e commedia e anzi l’autrice ammicca con un misto di ironia e complicità al lettore. E’ una cosa che sanno fare in pochi, ma che mi piace sempre molto. Come si può infatti far sorridere, raccontando di un paese ai piedi dell’Etna dove uomini e donne di tutte le età, con diverse situazioni familiari, sociali ed economiche cominciano a suicidarsi? Per di più, assolutamente inaspettatamente, e con il sorriso sulle labbra? Elvira Seminara sa usare l’ironia sulla realtà senza spingere troppo sul pedale del sarcasmo ed evitando facili e scontate considerazioni. Grazie anche alla raffinatezza delle trovate narrative e a un personaggio che via via prende sempre più il centro della scena. Perché forse solo uno scrittore può raccontare le cose più incredibili e soprattutto pensare di essere creduto.

Peter May, L’ISOLA DEI CACCIATORI DI UCCELLI, Einaudi (traduzione di Anna Mioni)
Orfani di Mankell, lettori di Nesbo e Rankin, estimatori di Simenon, amanti delle atmosfere non scontate, non fatevi scappare L’ISOLA DEI CACCIATORI DI UCCELLI di Peter May. Perché è molto più di un giallo e piacerà sicuramente anche a chi solitamente non ama il genere. Di pari passo infatti con l’indagine per la morte piuttosto scenografica di un uomo violento e odiato, seguiamo le vicende del viceispettore della polizia di Edimburgo Fin MacLeod, che non vuole più essere un poliziotto e sta prendendo una laurea in informatica per poter cambiare lavoro. Ma è il paesaggio il vero protagonista della storia, non solo per la natura violenta che sembra rispecchiare la durezza degli abitanti dell’isola di Lewis, non lontana dalle coste scozzesi, ma anche per l’isola del titolo, dove una volta all’anno una spedizione di dodici uomini compie una sanguinaria mattanza, uccidendo duemila piccoli di gula, uccelli dalla carne tenera e succulenta. Il romanzo di May è anche una profonda riflessione sul passato (“Sulle spalle di Fin pesava la sensazione che tutti loro avessero sprecato le loro vite, avessero sprecato le loro occasioni per stupidità o negligenza, e questo lo gettò in uno sconforto profondo) e sul bilancio che siamo costretti a fare sulla nostra esistenza: "La vita ti supera in un lampo, come un autobus in una notte piovosa a Ness. Bisogna essere certi che ti abbia visto e che si fermi per farti salire, altrimenti parte senza di te, e tu non puoi fare altro che tornare a casa, abbattuto, sotto la pioggia e il vento". L’ISOLA DEI CACCIATORI DI UCCELLI è anche un libro sulla paternità e sulle responsabilità dei padri e non è un caso che si apra con la morte del figlio di otto anni di Fin e si concluda con la promessa di un incontro tra un padre e un figlio.

Dana Reinhardt, IL GIORNO IN CUI IMPARAI A VOLARE, Mondadori (traduzione di Valentina Marconi)
Dopo la lettura del giallo di May, passo a un libro per ragazzi, il cui titolo mi trasmetteva un avviso di banalità, ma che invece mi assicuravano di grande qualità. Avevano ragione. La cosa curiosa è che ho trovato un altro Finn, questa volta è un musicista di strada che in qualche modo aiuta i due protagonisti. Ma partiamo con ordine: all’inizio conosciamo la tredicenne Drew, orfana del padre, molto legata alla mamma che gestisce un negozio di formaggi. Ed è lì che Drew passerà l’estate, non solo per aiutare, ma anche per stare vicino a Nick, il bel surfista, maestro della pasta fresca. Sembra un’estate già pianificata, ma via via tutto cambia, a partire dal diario del padre che Drew scopre nell’armadio della madre e che diverrà una sorta di guida morale per la tredicenne. Che conosce Emmett, misterioso ragazzo che vorrebbe essere suo amico, ma non sa come si fa. Come si può non sapere cos’è l’amicizia? Drew scoprirà con Emmett un mondo diverso dal suo, fatto di fuga e sofferenza, ma anche di voglia di sognare e di cambiare il mondo. Per... imparare a volare.

Alejandro Zambra, MODI DI TORNARE A CASA, Mondadori (traduzione di Bruno Arpaia)
Sono stata molto incerta se segnalare o meno questo libro. A metà lettura non avrei avuto dubbi, ma purtroppo non ho trovato la seconda parte all’altezza della prima. Ho avuto la sensazione che Zambra avesse un po’ perso la bussola della storia, ma forse era la sensazione che voleva dare. Anche perché il romanzo comincia proprio con il piccolo protagonista che si perde, ma poi riesce ad arrivare a casa prima dei genitori. E questa immagine è probabilmente anche il senso del libro: “Il romanzo è il romanzo dei genitori, pensai allora, penso adesso. Siamo cresciuti pensando questo, che il romanzo fosse dei genitori. Maledicendoli, e rifugiandoci anche, sollevati in quella penombra. Mentre gli adulti uccidevano o morivano, noi disegnavamo in un angolo. Mentre il paese cadeva a pezzi, noi imparavamo a parlare, a camminare, a piegare i tovaglioli a forma di barche, di aerei. Mentre il romanzo accadeva, noi giocavamo a nasconderci, a sparire”. Il protagonista torna a casa, in Cile, nel 2010 e un forte terremoto lo riporta a quello devastante del 1985, quando a nove anni si ritrova improvvisamente a vivere nelle tende allestite per strada. Qui incontra Claudia, una misteriosa ragazzina che lo metterà di fronte a molti interrogativi, e in particolare quello che riguarda Pinochet e la posizione di suo padre negli anni del regime. MODI DI TORNARE A CASA è il romanzo dei genitori e dell’eredità che lasciano ai figli e di cosa decidono di fare i figli di quell’eredità: ignorarla, rifiutarla, contestarla, usarla per diventare migliori.

Leif G.W. Persson, L’ULTIMA INDAGINE, Marsilio (traduzione di Giorgio Puleo)
Per fortuna che ci sono gli amici! Devo ammettere che Leif G.W. Persson non è tra i miei giallisti preferiti e quindi non avevo nessuna intenzione di leggere L’ULTIMA INDAGINE. Ma dopo le insistenze molto decise di Marilia, ho deciso almeno di cominciarlo. E in poche ore l’ho finito. I difetti che ho trovato negli altri gialli dello scrittore svedese sembrano improvvisamente scomparsi. L’ULTIMA INDAGINE infatti è agile, incalzante, non scontato e la forma del diario gli dà un ritmo a cui non si riesce a resistere. Tutto comincia il lunedì 5 luglio 2010: Lars Martin Johansson, sessantasette anni, da tre in pensione da capo della polizia, si ferma al chiosco che vende le migliori salsicce di Svezia e prima di poterle addentare viene colpito da un ictus. Soccorso tempestivamente, si ritrova in ospedale con la mano destra fuori uso. Questo però non gli impedirà di occuparsi di un delitto rimasto irrisolto per 25 anni e appena caduto in prescrizione. Perché le vie della giustizia possono essere tante e la piccola Yasmina, violentata e uccisa a soli nove anni, merita di non essere dimenticata. L’indagine, l’ultima per il “capo” Johansson, si intreccia con la vita personale dell’uomo, posto di fronte, dalla malattia, a un dilemma esistenziale doloroso sui confini che definiscono una vita degna di essere vissuta.

Paolo Piccirillo, LA TERRA DEL SACERDOTE, Neri Pozza
Ecco una di quelle recensioni che ho tardato tantissimo a scrivere. Perché il libro meriterebbe una decantazione ulteriore e anche più riletture. Diciamo intanto che non sono state deluse le alte aspettative che avevo. Di Piccirillo avevo amato ZOO COL SEMAFORO e mi ero convinta del suo indubbio talento. Che nessuno potrà negare anche solo leggendo le prime pagine di LA TERRA DEL SACERDOTE. Al di là infatti della storia, che non sto certo a riassumervi, quello di cui vi accorgerete subito è che Paolo Piccirillo ha una sua voce e sa creare un’atmosfera. Dalla quale sarete inesorabilmente avvolti e da cui non vi libererete facilmente. La vicenda si sposta dalla misera campagna molisana, da un mondo arcaico e medioevale, alla Germania della speranza e del lavoro, senza che il lettore riesca a togliersi di dosso un forte sentimento di desolazione. Lo scrittore non giudica i suoi personaggi, però fornisce al lettore tutti gli elementi per poterli conoscere e considerare come anche nel peggiore spunti un barlume di umanità e nel migliore fuoriesca una zona buia. LA TERRA DEL SACERDOTE è insieme immaginifico ed estremamente realistico, crudo fino all’aberrazione, potente e mai banale. Un libro assolutamente da leggere.

Rolf Lappert, PAMPA BLUES, Feltrinelli (traduzione di Alessandro Peroni)
Approfitto di agosto per tentare di mettermi in pari (un’illusione...) con le letture accantonate nei mesi precedenti. In particolare quelle considerate per ragazzi, ma che sono spesso migliori dei cosiddetti libri per adulti. Prendete PAMPA BLUES. Ho trovato raramente la descrizione di un rapporto tra un adolescente e un anziano, per lo più malato di Alzheimer, descritta con più realismo e una verosimiglianza quasi commuovente. Perché Ben, sedici anni, è intrappolato a Wongroden a causa del nonno, che la madre gli ha bellamente affidato con la promessa, non mantenuta, di tornare presto. Il paesino è praticamente deserto, a parte un pub, la pompa di benzina e un negozio di alimentari. Ben può almeno dedicarsi ai motori, la sua passione e al pulmino che sta allestendo per andare in Africa, sulle tracce del padre morto in un incidente aereo. Abbandonate a se stesse le serre che doveva coltivare per avere una borsa di studio, si occupa dell’anziano nonno, completamente dipendente dal nipote e immemore di se stesso. Lappert ci racconta in particolare tutti gli aspetti pratici della convivenza e delle cure che Ben deve avere per Karl, per il quale prova sentimenti contrastanti. Soprattutto quando sembra essere diventato l’ostacolo insormontabile tra lui e la ragazza di cui si innamora. Un romanzo vero, intenso, amaro e divertente come la vita.

Favel Parrett, LA LUCE DI CLOUDY BAY, Gran via (traduzione di Carla Togni e Giovanni Giri)
“Mare che era sempre là. Sempre dappertutto. Il suono e l’odore e le onde fredde facevano sentire Harry diverso. E non dipendeva solo dal fatto che fosse il più piccolo. Adesso sapeva che le sensazioni che l’oceano gli ispirava non l’avrebbero mai abbandonato. Sarebbero rimaste per sempre dentro di lui”. La storia di Harry e dei suoi fratelli vi incatenerà alle pagine e non vi lascerà andare sino alla fine. E anzi, vi rimarrà dentro a lungo. L’esordio della giovane Favel Parrett impressiona per la capacità di entrare nei personaggi e metterli in relazione con la natura che li circonda. Con l’oceano che Miles ama cavalcare con la tavola, ma che odia quando deve andare sul peschereccio del padre. Con la foresta che Harry attraversa per incontrare di nascosto l’amico eremita George. E il paesaggio grandioso e violento della Tasmania viene rievocato nei suoi aspetti più spaventosi dalla figura del padre dei tre fratelli e dal suo squallido compare Jeff. LA LUCE DI CLOUDY BAY è un romanzo di lotta: lotta per sopravvivere, lotta per resistere e non piangere, lotta per rimanere ma anche per andarsene. Dove i tre giovani fratelli non sembrano poter contare che su se stessi e sul loro forte legame. Perché gli adulti, e in particolare quelli loro più vicini, sembrano impegnati a distruggerli più che farli crescere.

Denis Johnson, TRAIN DREAMS, Mondadori (traduzione di Silvia Pareschi)
Ci sono libri che sono luoghi. Appena ho cominciato TRAIN DREAMS ero già negli sterminati boschi americani, insieme ai boscaioli intenti al trasporto legnami per costruire la ferrovia. E mi sono ricordate che ci ero anche già stata grazie a ULTIMA NOTTE A TWISTED RIVER di John Irving. E Johnson è all’altezza di Irving e ci regala una storia apparentemente dura ma tenera dentro, come il suo protagonista. Robert Grainier infatti appare come un uomo implacabile e deciso che partecipa alla rapida industrializzazione del suo paese. A qualsiasi costo. Ma in realtà nasconde un animo quasi poetico che si esprime nei rapporti con la moglie e la figlia e nell’amore per la natura. Nel breve romanzo lo scrittore americano ne ripercorre l’intera esistenza, senza farci desiderare pagine in più, ma regalandoci la possibilità di entrare nella vita di Robert, di sentirlo uno di noi.

Maite Carranza, PAROLE AVVELENATE, Atmosphere (traduzione di Simone Cattaneo)
Ecco un esempio di come si possa raccontare qualsiasi storia, basta saperlo fare. Maite Carranza riesce a entrare nel mondo della quindicenne Barbara Molina e soprattutto della sua famiglia. Una famiglia apparentemente normale: un padre lavoratore e forte, una madre affettuosa, anche se un po’ fragile, due fratelli, una zia e uno zio senza figli e quindi molto legati alla nipote, che trascorre con loro anche le vacanze estive. Fino a quando Barbara scompare e dopo una drammatica telefonata interrotta, non si trova più nessuna traccia di lei, viva o morta. A un giorno dalla pensione il viceispettore che si era incaricato delle indagini, decide, dopo quattro anni, di riaprirle. Il romanzo è questo: l’ultima giornata di lavoro di Salvador Lozano alla ricerca della fine che ha fatto Barbara. Rimarrete senza fiato.

Denis Lachaud, IMPARO IL TEDESCO, 66th and 2nd (traduzione di Sergio Claudio Perroni)
Nicol Ljubic, MARE CALMO, Keller (traduzione di Franco Filici)

“Ho in me i suoi cromosomi, mi ha trasmesso i suoi occhi di un blu slavato, i suoi zigomi alti, arrotondati, i suoi capelli biondi come la paglia... Ho in me le fosse, i carnai, il filo spinato, i treni, le camere a gas, i forni crematori, Auschwitz... A tutto ciò che non è me stesso, che non dipende dal mio pensiero, dalle mie scelte, dalle mie azioni, non sfuggirò mai, come non si sfugge a una profezia”. “Ma la colpa non è mica ereditaria! Tu puoi essere una persona squisita, anche se tuo padre ha ucciso qualcuno. Forse a maggior ragione, perché in un caso del genere faresti di tutto per essere diverso”. Quello che sembra un dialogo serrato, l’ho estrapolato in realtà da due libri diversi, ma che hanno molti punti in comune e, anzi, più li rileggo più ne trovo. Sottolineo rileggere perché mi hanno fatto entrambi lo stesso effetto e li ho letti in poche ore. Provocano infatti una prima lettura emotiva, dove non puoi smettere di sentire e pensare con i protagonisti. Ma i temi importanti che raccontano sono supportati da un indubbio talento letterario e da una struttura narrativa raffinata ed efficace. Ma andiamo per ordine: IMPARO IL TEDESCO è la storia di Ernst, nato negli anni Sessanta a Parigi da genitori tedeschi che non parlano mai la lingua madre. Allora Ernst decide di imparare il tedesco e di andare in Germania alla ricerca di risposte sulla sua famiglia. In MARE CALMO nella storia d’amore dei ventenni Robert e Ana si intromette il passato della ragazza e di un intero popolo. Sono quindi due romanzi che danno voce alle generazioni i cui genitori o nonni hanno vissuto direttamente la guerra, non senza conseguenze drammatiche. Dove il confine tra vittime e carnefici spesso non è così netto (“In quanto serba, tutti mi vedono come potenziale carnefice, senza sapere niente della mia vita e dimenticando che ci sono vittime anche tra i carnefici e che le vittime diventano carnefici nel momento in cui ne hanno l’opportunità”). Dove i giovani da una parte sentono l’esigenza di conoscere per poter costruire il proprio futuro, dall’altra preferirebbero togliersi dalle spalle una pesante eredità. Dove i personaggi per questo cambiano paese e lingua e dove neppure i tribunali riescono a trovare la verità assoluta. Dove si racconta l’amore, l’amicizia, il senso di appartenenza, la nostalgia per il proprio paese. Due libri che dovrebbero essere in un’ideale antologia per raccontare l’Europa. Perché se da una parte ne mettono in discussione la superficiale idea unitaria, dall’altra almeno confortano sul futuro della letteratura. Se questi sono gli scrittori europei, allora possiamo stare tranquilli che ci sarà sempre qualcuno in grado di raccontarci.

Giacomo La Franca, PIETRE CADUTE, Eclissi
Grazie alla libreria "Il domani" di Milano, dove vi consiglio di fare un salto per la bravura delle libraie, ho scoperto questo romanzo e il suo editore. E’ stata una piacevole sorpresa. PIETRE CADUTE ha da subito un ritmo rock. Paolo ha un destino segnato, ma non può lamentarsi: è bello, ricco, destinato a ereditare lo studio del padre. Ha una fidanzata di cui è molto innamorato e una famiglia unita. Allora perché buttare via tutto? Cosa gli impedisce di adeguarsi a una realtà che molti gli invidiano? Quello che mi ha favorevolmente colpito del romanzo è il tono ammiccante nel raccontare, il ritmo coinvolgente e ironico, soprattutto nella prima parte. Per chi è stato ragazzo negli anni Ottanta sarà un piacevole bagno nel passato. Per tutti un romanzo piacevole, ironico, a tratti forse inverosimile, ma sempre delicato e capace di rendere la complessità di un’esistenza non certo banale.

Lazlo Krasznahorkai, MELANCOLIA DELLA RESISTENZA, Zandonai (traduzione di Dora Mészaros e Bruno Ventavoli)
Ci sono libri, pochi, che appena comincio a leggerli, sento che sono dei grandi libri. Incontestabilmente. Magari capisco poco, la storia né mi interessa, né mi riguarda particolarmente, ma dentro di me si accende una luce e comincio a provare anche una certa soggezione. Allora raddrizzo la schiena, guardo se sono ben in ordine e pettinata, metto gli occhiali migliori, impugno una matita e continuo a leggere. Poi non leggo sicuramente di getto, perché questi sono libri che hanno bisogno di sedimentare, però ci penso continuamente con una sensazione insieme di conforto ma anche di preoccupazione. Sarò un lettore all’altezza? Altro effetto collaterale è che, se l’autore, come in questo caso, è vivente, comincio a tormentare il comitato di Festivaletteratura e quindi potrete ascoltare Lazlo Krasznahorkai a Mantova a settembre. E avete tutto il tempo di leggere MELANCOLIA DELLA RESISTENZA. Non vi sembra che già il titolo lo renda in questo momento un libro necessario? Dopo questo lungo preambolo non mi resta che parlarvene, ma è difficile raccontare la varia umanità protagonista del romanzo. E forse la metafora del circo è la più scontata ma anche la più efficace. Al centro della vicenda infatti troviamo questa carovana che esibisce il corpo di una gigantesca balena e che arriva un giorno in un’anonima ma tranquilla cittadina ungherese. Il vero circo si scatena in paese. A partire dal Movimento per la pulizia e l’ordine, sino a un vecchio e talentuoso musicista assediato da una ex-moglie vendicativa e alla crudele indifferenza di una madre verso il figlio. Per non parlare del capo della polizia e di tutti gli altri personaggi che, bene o male, devono fare i conti con la balena e lo sconquasso che provoca nella grigia cittadina di provincia. Ma chiaramente la storia è un sapiente pretesto per raccontare l’animo umano e per cercare di ritrarre l’imprevedibile ricchezza dei nostri comportamenti. Dotato di un’ironia insieme compassionevole e grottesca lo scrittore ungherese compone un’opera unica, ricca e complessa, talmente densa e poderosa da necessitare una lettura altrettanto densa e concentrata. Per non parlare della scrittura, avara di punteggiatura e per questo a sei marce, con accelerazioni improvvise alternate a poetiche digressioni, rocambolesche e affannate corse tra le vie dell’anonima cittadina e lente e interminabili riflessioni dei protagonisti. Un libro che ricorda LA STRADA di Fellini, i romanzi di Sebald, i personaggi del TAMBURO DI LATTA di Gunther Grass, la favola del pifferaio magico. MELANCOLIA DELLA RESISTENZA riesce ad essere insieme un romanzo polifonico e un flusso di coscienza alla Joyce, e, come lo ha definito Susan Sontag, “un’anatomia della desolazione nella sua forma più spaventosa e un commuovente manuale per resistere a quella desolazione”.

Ota Pavel, LA MORTE DEI CAPRIOLI BELLI, Keller (traduzione di Barbara Zane)
Ormai non ci si stupisce più, ma certo bisogna sempre fare i complimenti a Roberto Keller e alla sua squadra per i magnifici libri che continuano a pubblicare, senza sbagliare un colpo. Il libro di Otal Pavel in particolare è assolutamente senza controindicazioni e va bene per tutti i lettori. Perfetto da portarsi in giro in caso di code, attese o viaggi, di uguale soddisfazione sotto l’ombrellone o in riva al lago. Somministrazione consigliata in ogni luogo e situazione. E non è poco. Perché LA MORTE DEI CAPRIOLI BELLI, uno dei capolavori della letteratura europea contemporanea, ci immerge nelle storie ora divertenti ora più amare della famiglia Popper, che incrociano le vicende dell'Europa di prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. Pavel riesce a restituire le storie quotidiane della famiglia ceca toccando tutti i registri narrativi, dal comico al drammatico, dall’ironico al riflessivo. Sembra di leggere Mark Twain coniugato con Italo Calvino. E così anche noi ci troviamo sulle sponde del laghetto di Buštěhrad, “sdraiati con lo sguardo che punta al cielo e il cuore colmo di stupore”.

Paolo Nori, LA BANDA DEL FORMAGGIO, Marcos y marcos
I libri sono sempre legati alle occasioni di lettura e questo si porta dietro tante coincidenze e anche delle situazioni un po’ ridicole. Intanto avevo una certa aspettativa sul nuovo romanzo di Paolo Nori. L’ho letto in bozze perché ci tenevo, se mi avesse convinto, a recensirlo nell’ultima pagina di libri che avrei scritto per GQ. Così mi sono stampata le bozze e me le sono portata in un viaggio in treno Milano-Rimini e, senza saperlo, mi sono spesso ritrovata a ripercorrere passo passo i luoghi della storia. Il libro poi finisce proprio a Rimini. Man mano che leggevo stracciavo le pagine per inserirle in quei ridicoli cestini metallici. Giravo per il treno infilandole qua e là. Mi sentivo molto agente segreto, gli altri viaggiatori credo abbiano pensato altro. I libri di Nori hanno sempre la sua voce, fisica, intendo. A volte questo è un limite perché segui il ritmo e meno le parole. LA BANDA DEL FORMAGGIO ha una voce sua, forse più intima e malinconica degli altri libri, ma anche più profonda. E’ sempre lui, ma anche altro. Chi lo legge da sempre come me non rimarrà deluso, chi comincia da qui, vorrà subito leggerlo ancora.

Percival Everett, SOSPETTO, Nutrimenti (traduzione di Paolo Cognetti e Federica Bonfanti)
Non so se capita anche a voi, ma a volte maturo delle passioni incondizionate per un autore, di cui leggo tutto con un incrollabile e mai deluso senso di aspettativa. Una sorta di colpo di fulmine prolungato. Mi è successo con Percival Everett. Lo leggo e mi sento a casa. Ed è strano perché potrei sopravvivere al massimo due ore nei deserti e nei luoghi dimenticati da Dio, dove sono ambientate molte delle sue storie. Che non solo non hanno traccia di sentimentalismo, ma sono spesso devastanti. Eppure non riesco a smettere di leggerlo e trovo che il suo modo di scrivere sia unico e quasi rivoluzionario. Anche in questo ultimo SOSPETTO scardina i generi e anche le aspettative dei lettori con un personaggio che non potrete non amare da subito. Il sostituto sceriffo Ogden Walker è infatti nella sperduta cittadina del New Mexico, teatro delle tre storie incrociate, uno dei pochi con la pelle nera. Sarà lui che dovrà indagare su una serie di omicidi, ma la sabbia del deserto sembra coprire tutto, passioni, desideri, aspirazioni, violenza, morte e anche la giustizia. Paragonato tra gli altri anche a Simenon per l'implacabile desolazione che traspare dalle sue pagine, Percival Everett riesce a portare con facilità il lettore nelle lande senza speranza delle sue storie. Senza lasciarlo andare via.

Antonio Moresco, LA LUCINA, Mondadori
“Sono venuto qui per sparire, in questo borgo abbandonato e deserto di cui sono l’unico abitante”: comincia così il nuovo romanzo di Antonio Moresco e subito ci si sente avvolti nel silenzio che respira il protagonista, che ha scelto di vivere lontano da tutto, tra i boschi, in un vecchia casa dalle pietre consumate. In questo clima insieme malinconico e magico appare un giorno una lucina, che ogni notte, sempre alla stessa ora, si accende sulla montagna, proprio di fronte alla casa di pietra. La lucina è un mistero, anche quando l’eremita ne scopre l’origine. Ma ogni lettore può adattare al misterioso motore della lucina il simbolo che più gli appartiene. Può così essere l’infanzia perduta, il rimpianto mai sopito, un desiderio mai realizzato, un’occasione per cambiare vita. LA LUCINA è un romanzo insieme onirico e carnale, allusivo e reale, e riesce a creare una sospensione della credulità davvero sorprendente. Un libro intenso e poetico, che ricorda la prosa di Erri de Luca e le ambientazioni di Mario Rigoni Stern.

Tijana M. Djerkovic, INCLINI ALL’AMORE, Playground
“Ogni tanto quando rimaneva sola in casa, si toglieva di dosso tutte le fasciature che negli anni aveva imparato a stringere intorno al suo essere e infilava violentemente la mano dentro la ferita nera dei suoi ricordi. Il suo pianto scivolava dalla finestra di casa verso est, scendeva lungo i pendii del colle romano, sbucava verso le montagne innevate dell’Abruzzo, che come una lama seghettata penetrava il suo orizzonte – ah, neve, quanto le mancava la neve di Belgrado! – e correva oltre, verso l’Adriatico, lasciando la costa dove, per un malinteso geografico, il sole sorgeva al contrario e tramontava sul lato sbagliato, per accarezzare la sponda montenegrina con i suoi profumi ancestrali di erbe mediterranee, di cipressi alti intinti come pennelli dentro il giallo del sole, dove salda resisteva la sua radice vera, e poi senza sosta correva velocemente con il pensiero verso la sua città lontana”.
Tijana M. Djerkovic è nata a Belgrado e vive in Italia dal 1987; traduttrice e scrittrice ha scelto di affidare la storia di Arianna, erede di una famiglia di maschi spesso costretti ad abbandonare la loro terra, alla sua seconda lingua madre. Forse per porre una distanza almeno linguistica alle vicende della sua famiglia, ma anche perché il suo talento maneggia perfettamente l’italiano e le sue tante sfumature. Scoprirete un libro intenso e doloroso, polifonico e ricco di colori con al centro il tema della nostalgia: “Di solito le partenze sono meditate. I ritorni no. Sono creature dormienti che i migranti portano dentro di sé. Durano molto tempo i ritorni, anche tutta una vita; possono persino non consumarsi mai”.

Clara Uson, LA FIGLIA, Sellerio (traduzione di Silvia Sichel)
Annunciato come uno dei romanzi più interessanti dell’anno, LA FIGLIA non delude le aspettative. Anzi. Sono davvero molti i motivi per cui ho amato questo libro: la commistione ideale di storia e romanzo; la scrittura sicura e raffinata; la capacità di raccontare la quotidianità per ritrarre l’universale; la sottigliezza psicologica nel parlare di padri e figlie; il coraggio di non risparmiarci nulla della malvagità umana. Sembra di leggere un classico, una sorta di epopea del male e dell’incapacità di opporsi ad esso. Perché Ana, che si uccide a 23 anni dopo aver scoperto la verità sull’amatissimo, padre, il generale serbo Mladic, detto il boia di Srebrenica, è la coscienza del mondo davanti agli orrori della guerra. Che non è così lontana come possiamo pensare o sperare: “Hermann Göring, il fondatore della Gestapo lasciò detto: “E’ naturale che la gente non voglia la guerra... E’ compito dei leader del paese orientarli, indirizzarli verso la guerra. E’ facilissimo: basta dirgli che stanno per essere attaccati, denunciare i pacifisti per mancanza di patriottismo e perché mettono in pericolo il paese. Funziona così in qualsiasi paese, che sia una democrazia, una monarchia, una dittatura”. Bisogna spaventarli, inculcargli la paura, bisogna imbottirli di paura come si fa con le oche finché non gli scoppia il fegato per fare il paté, bisogna fare in modo che quella paura fermenti e si trasformi in odio, un odio assoluto, irrazionale, sguaiato...”.

Michele Halberstadt, LA PETITE, L’orma (traduzione di Elena Cappellini)
“Ho dodici anni e questa sera sarò morta... Non ho detto niente a nessuno. Non sono né abbattuta, né su di giri. Mi sento serena, come quando si fa esattamente ciò che si ha voglia di fare. E io ho voglia di scomparire”. La dodicenne protagonista della storia si sente limitatamente la piccola della famiglia. Con la conseguenza di venire sempre esclusa dalle scelte, ma anche dalle notizie ritenute non adatte alla sua età, come quella della morte improvvisa dell’amato nonno. Michele Halberstadt riesce ad attualizzare il personaggio dell’incompreso, sfrondandolo dall’eccessivo mielismo e rendendoci il ritratto vero e pulsante di una ragazzina straordinaria come tante. Nell’intero libro non c’è una nota stonata e la delicatezza procede di pari passo con il racconto duro e spietato della decisione di togliersi la vita: “Dal momento che non mi reputavano degna di piangere con loro, da me non avrebbero avuto più niente. Né risate, né lacrime. Diventai trasparente. Presente, ma distaccata. Garbata, ma riservata. Educata, ma indifferente. Non lasciavo trapelare più i miei stati d’animo... Non volevo destare interrogativi. Allora decisi di essere gentile. Troppo gentile.”.

Gabriele Romagnoli, DOMANDA DI GRAZIA, Mondadori
Ecco uno di quei libri che non recensirei mai. Nel senso che non ne scriverei proprio. Potrei parlarne per ore, ma per fortuna la maggior parte di voi è salva da questa evenienza. Mentre altri invece ne sentono parlare da un po’. Come mi faceva (giustamente) osservare un lettore del sito le recensioni più scarne e sregolate sono quelle che, paradossalmente, dedico ai libri che mi sono piaciuti di più. E’ vero. Quando un libro mi tocca particolarmente, mi trovo in imbarazzo, quasi a disagio. Superato questo, subentra il problema che non riesco a rendere il valore della lettura con le mie parole, soprattutto scritte. E mi innervosisco. Scrivo, riscrivo, cancello, rileggo, e i giorni passano. E magari ripercorro il libro anche tre o quattro volte, ed è l’unica cosa positiva.
Del resto, per raccontare e commentare il nuovo libro di Gabriele Romagnoli ci vuole più tempo che per leggerlo. “Scrivere la sua storia, senza sconti, in un libro che avviasse la domanda di grazia... Ho deciso di farlo dopo lunga esitazione. Ho rinviato spesso, nella consapevolezza che scrivendo provocherò ulteriore sofferenza a molte persone tra cui, da ultimo, mi includo”. E’ già tutto qui: una storia vera, che, raccontata da uno scrittore, diventa tante storie. Non una mera cronaca, ma un ottimo esempio di quel giornalismo letterario di cui Romagnoli è uno dei pochi maestri, non solo in Italia. La storia è quella dell’amico d’infanzia Andrea Rossi, commercialista, padre di sei figli, condannato per l’omicidio della settantenne Vitalina Balani. Dalla vicenda, come da un complesso caleidoscopio, si diramano tantissime considerazioni che proverò a riassumervi. DOMANDA DI GRAZIA infatti è anche un’analisi lucida e disincantata sulla giustizia e sul nostro paese, una sentita e mai retorica riflessione autobiografica, il racconto condivisibile di una generazione e anche di una città, Bologna, che è stata il campo di gioco e crescita di tanti ragazzi. E ancora un viaggio insieme nel passato e dentro di noi per scoprire come eravamo, da dove veniamo e quello che siamo diventati. Perché non si può capire Andrea Rossi “senza nulla sapere della sua famiglia, della sua infanzia, dei suoi anni di liceo”. Tutto questo grazie a uno stile apparentemente immediato, ma che non rinuncia mai a un lessico ricco e preciso.
DOMANDA DI GRAZIA è un libro dove troverete tante domande e tante possibili risposte. Un libro dove ogni cosa diventa portatrice di storia e dove gli abiti, gli oggetti, i cibi aprono delle intere scene.
Un libro dove le parole non scritte pesano e hanno valore come quelle scritte.

Natalia Ginzburg, TUTTI I NOSTRI IERI, Einaudi
Nello scegliere il libro di Natalia Ginzburg per il ciclo dedicato alle letture degli anni ’50 alla biblioteca Baratta ho pensato a TUTTI I NOSTRI IERI semplicemente perché non ero sicura di averlo letto. Mentre LESSICO FAMIGLIARE ce l’avevo perfettamente presente, questo proprio mi sfuggiva. Così mi sono fatta proprio una bella lettura che mi ha anche sorpreso per l’estrema e quasi profetica attualità del romanzo. Una famiglia medio borghese, quattro figli, due maschi e due femmine, rimasti orfani della madre e poi del padre. La figura magnifica di Maria, dama di compagnia della ricca nonna che sperpera in abiti e viaggi tutti i suoi beni e che poi diventa il vero genitore dei ragazzi. Che prenderanno la loro strada, ma che non potranno prescindere dalla famiglia da cui vengono, dai vicini di casa con i quali intrecciano i loro destini. Una lettura suntuosa, che mi ha fatto venire voglia di rileggere anche gli altri romanzi della Ginzburg. Altro grande merito dei gruppi di lettura.

Antonio Manzini, LA PISTA NERA, Sellerio
Bisogna dare merito a Sellerio di non sbagliare un colpo e di essere una garanzia per i lettori. Come nella proposta di questo nuovo giallista, sull’onda dei selleriani Malvaldi e Recami, con un’ambientazione e un commissario, pardon vicequestore, sicuramente originali. Perché spostare Rocco Schiavone dalla questura di Roma a quella di Aosta crea già tutto il clima, assai freddo, del romanzo. Il totale straniamento del romanissimo Rocco, dalle scarpe alla lingua, dal modo di pensare a quello di vivere, tra le montagne innevate rende già godibile la vicenda. Che vede poi naturalmente un omicidio e una relativa indagine che sottolinea ancora di più il diverso e spesso discutibile modus operandi del vicequestore. Ma più che nella storia, Manzini si apprezza per la vivacità linguistica, il lessico mai scontato, il ritmo incalzante del racconto, la sottile ironia nel raccontare Rocco e il suo mondo. E come accade sempre più nei gialli, l’intento è soprattutto quello di raccontare l’Italia dal basso, dalla non sempre banale e scontata quotidianità.

Kari Hotakainer, UN PEZZO D’UOMO, Iperborea (traduzione di Nicola Rainò)
“Tanto per cominciare... devo dire che non mi piacciono i libri di storie inventate e ancor meno quelli che li scrivono. Mi ha sempre dato ai nervi che la gente li prenda sul serio, ci si immedesimi e dia pure retta ai loro autori. Parlo dei romanzi e tutto quel genere che si trova nel reparto dove c’è l’etichetta “narrativa” o “narrativa straniera”. Mi ha dato ancora più ai nervi quando io e Paavo abbiamo scoperto che c’è addirittura della gente che va a cercare quelle panzanate fino all’estero, e poi tipi che hanno studiato si prestano a tradurre nella nostra lingua roba che non è altro che evidentissime balle”. Nonostante la decisa avversione per romanzi e scrittori, Salme, ex merciaia, madre di tre figli, decide di vendere la storia della sua vita a uno scrittore in crisi d’ispirazione. Ma riusciamo davvero a raccontare obiettivamente il nostro passato? E siamo sicuri di sapere tutto della nostra famiglia? Amaramente umoristico, il romanzo dello scrittore finlandese scoperchia drammi e ipocrisie della società del suo paese. E ci regala una lettura di alta qualità dove dramma e commedia si mischiano con grande abilità. Come nella vita vera.

Andres Neuman, PARLARE DA SOLI, Ponte alle grazie (traduzione di Silvia Sichel)
“Mi domando se, forse senza rendercene conto, andiamo in cerca di libri che abbiamo bisogno di leggere. O se i libri stessi, che sono esseri intelligenti, riconoscono i propri lettori e si fanno notare. In fondo, ciascun libro è l’I Ching. Prendi, lo apri ed eccolo qui, eccoti qui”. Possiamo anche aggiungere all’affermazione di Elena, la protagonista del nuovo romanzo di Andres Neuman, che nell’incontro tra un libro e un lettore gioca un ruolo importante anche la componente sociale. Chi ti parla e ti consiglia il libro. Di Neuman mi aveva sorpreso e convinto il suo primo libro IL VIAGGIATORE DEL SECOLO, un romanzo storico e di formazione, molto denso e quasi barocco. Con una scrittura elegante e sicura. Poi UNA VOLTA L’ARGENTINA non mi aveva entusiasmato e adesso PARLARE DA SOLI non mi attirava. Grazie però ai lettori del blog dei gruppi di lettura l’ho scelto per un viaggio in treno e ho quasi rimpianto la puntualità del caldissimo vagone di trenord. Il libro è a tre voci: un giovane uomo con una condanna a breve termine a causa di una malattia incurabile, la moglie e il loro figlio Lito di 10 anni, che ha una voce autentica e verosimile. Mario è disperatamente rassegnato al suo destino e Elena è il personaggio più forte ma anche più difficile. Intanto è una lettrice e ha un rapporto carnale con i libri che solo i lettori possono capire. La sua passione è ben rappresentata dai tanti riferimenti alle pagine scritte ma anche dal sesso estremo presente nel romanzo. Neuman sembra dirci che si può in qualche modo sopravvivere al dolore grazie al sesso e alla lettura. E c’è un continuo richiamo tra i sentimenti forti del racconto, il dolore, la rabbia, l’impotenza, ma anche l’amore, la comprensione, l’amicizia e i libri che Elena legge durante il viaggio che Mario fa con Lito, per dirgli addio. PARLARE DA SOLI vi troverà e non vi lascerà uguali a prima.

Georges Simenon, IL DESTINO DEI MALOU, Adelphi (traduzione di Federica Di Lella, Maria Laura Vanorio)
Non so se capita anche a voi, ma mentre sto leggendo mi si aprono a volte delle immagini che non sempre riesco a capire da dove vengano. Quasi sempre da altri libri. Sono giorni che ho davanti agli occhi un goffo adolescente che lavora in una tipografia. Poi vedo che è uscito un nuovo romanzo di Simenon e allora finalmente mi ricordo di Alain Malou. Si potrebbe fare una psicopatologia del genere umano grazie ai romanzi dello scrittore francese. Quando lo leggo mi sento sempre a casa, ma con una sensazione di malinconica inquietudine. Chi lo legge e lo ama come me lo capirà bene. IL DESTINO DEI MALOU è il percorso di un figlio per conoscere il padre, che si suicida mentre Alain torna da scuola. A diciotto anni si trova così non solo senza padre, ma anche senza un soldo. Con la ferma volontà di non lasciare Parigi e di non avere più niente a che fare con le avide e false madre e sorella. Si troverà un impiego in una tipografia, una modesta stanza in affitto e soprattutto cercherà di capire chi era suo padre. Non è una scoperta da poco e ci dice tanto anche del momento economico e sociale che stiamo vivendo.

Afrika Tatamkhulu, PARADISO AMARO, Playground (traduzione di Monica Pavani)
“Sono steso sull’unica chiazza del campo ricoperta da una specie di erba... Non sono solo. Corpi di ogni colore, dal legno scuro al bianco verme, sono disseminati in ogni angolo, come se l’esplosione di una bomba li avesse scaraventati qua e là”. Lo scrittore sudafricano ci conduce negli inferi dei campi di concentramento prima italiani e poi tedeschi in cui è stato rinchiuso per tre anni fra il 1942 e il 1945. Colpisce come Tatamkhulu racconti la quotidianità del campo con una tale vividezza che se anche possiamo immaginare le condizioni di vita, grazie al racconto ci sembra di viverle sulla nostra pelle. E così anche noi cerchiamo in tutti i modi di arrangiarci, di sopportare l'assenza del privato, di non lasciarci sopraffare dalla disperazione e dalla sofferenza. E di ironizzare sulla pochezza dei soldati italiani, una sorta di arrogante armata brancaleone, sull’organizzazione teutonica e anche sull’assurdità della guerra. Poi ci sono i legami che solo in queste situazioni estreme si possono creare, le amicizie, la condivisione assoluta anche dei sentimenti e il tentativo di dimenticare dove ci si trova con la musica e il teatro.

Zerocalcare, UN POLPO ALLA GOLA, bao
Ammetto che ho affrontato con un po’ di diffidenza il graphic di Zerocalcare perché anche se apprezzavo i suoi fumetti pensavo non avesse una tenuta costante su una storia più lunga. Mi sbagliavo. Anzi, UN POLPO ALLA GOLA è anche meglio dei fumetti estemporanei per cui è diventato famoso. Mi hanno convinto il racconto, i personaggi, i luoghi, le situazione che fanno del graphic un vero romanzo di formazione. Ben costruito, vero, intrigante e mai banale. Con il povero Zero a barcamenarsi tra la ricerca di un gruppo a cui appartenere, se no non esisti, le bugie necessarie per sopravvivere a casa e a scuola e quel polpo alla gola...

GIALLO AFRICANO
Florent Couao-Zotti, NON STA AL PORCO DIRE CHE L’OVILE È SPORCO, 66thand2nd, (traduzione di Claudia Ortenzi)
Moussa Konaté, L’IMPRONTA DELLA VOLPE, Del Vecchio (traduzione di Ondina Granato)

“Oggi il noir serve anche per parlare dei problemi e delle contraddizioni della contemporaneità, di un mondo che si barcamena tra ricchezze colossali, desideri smodati di guadagno facile e profonde miserie dei più, della distruzione del pianeta e di traffici loschi che alimentano guerre e acuiscono tensioni sociali, di società in profonda trasformazione che oscillano tra un sistema valoriale tradizionale e una mancanza anomala di punti di riferimento sia laici che religiosi”. Così su "Scritti africani" si commenta la fortuna dei gialli presso gli scrittori africani, che vivano o no nel continente. E gli editori italiani se ne stanno accorgendo traducendo alcune tra le opere più significative del noir di ambientazione africana, spesso proposte da scrittori di fama internazionale e grande caratura, non solo letteraria. Come Florent Couao Zotti, nato in Benin, che racconta la realtà dell'Africa nera e dà un'immagine delle ex colonie francesi dopo l'indipendenza in cui sottolinea la miseria materiale e morale in cui vivono molti popoli colonizzati. E oltre al ritratto duro e spietato della società in cui si muove il commissario Santos, è anche nella scrittura irriverente, quasi grottesca, nei giochi di parole e negli azzardi grammaticali che sta il valore di NON STA AL PORCO DIRE CHE L’OVILE È SPORCO, vincitore, per la prima volta per un polar, del premio Ahmadou Kourouma nel 2010.
Più stilisticamente tradizionale è l’approccio dello scrittore maliano Moussa Konaté, fondatore della casa editrice Editions Le Figuier e direttore dell'Association Etonnants voyageurs Afrique (Associazione Viaggiatori Straordinari Africa) e responsabile insieme a Michel Le Bris del Festival Etonnants voyageurs, una fiera internazionale del libro. Con L’IMPRONTA DELLA VOLPE Konaté ci porta nel cuore del Mali, nella regione della falesia di Bandiagara, dove vivono i Dogon. Al di là dei tre omicidi su cui sono chiamati ad indagare il commissario Habib e l'ispettore Sosso, il romanzo è un affresco incredibile e riuscito della vita dei Dogon: il paesaggio, le imponenti falesie, i colori, i suoni, gli abiti, le maschere, i riti, i villaggi costruiti con in fango, le credenze e i tanti misteri. Perché ben presto i due investigatori, ma anche noi lettori, ci rendiamo conto che non possiamo applicare i sistemi di indagine razionali e scientifici per sbrogliare la difficile situazione, ma che occorre con grande rispetto calarsi nella realtà del popolo Dogon.
Due romanzi che onorano il genere giallo con grande maestria e che offrono uno spaccato veritiero sulla società dei paesi narrati.

Nicoletta Salomon, NON CHIEDERMI NIENTE, Aisara
“I miei migliori amici sono i libri. Abbiamo anche un giorno all’anno di festeggiamenti, io e i libri. E’ il giorno delle 'borsate di libri di fine anno'. Non sono libri di scuola, quelli arrivano a settembre: le borsate di libri arrivano qualche giorno prima di San Silvestro. Io e la mamma andiamo alla libreria Ragno e ci infiliamo tra gli scaffali. Il padrone lascia fare perché poi arriva l’assegno. La banca lo eroga ai dipendenti per i figli, con l’augurio che da grandi siano uomini e donne colti.”
“E non scelgano dunque di lavorare in banca” dice papà.”
E’ un bel personaggio la dodicenne Britta del romanzo di Nicoletta Salomon NON CHIEDERMI NIENTE. Che all’inizio mi aveva un po’ deluso per un linguaggio apparentemente piatto ma che poi invece si stende e si adatta perfettamente alla protagonista. Lettrice, pitturatrice, come direbbe lei, ma anche acuta osservatrice e filosofa. Intorno la vita di provincia, il primo amore, la scuola, gli amici o meglio la mancanza di un’amica del cuore, una mamma con un tasso di ansia e di controllo illimitato e un padre magnifico ma non sempre presente. Devo confessare che tra la dodicenne Britta e la dodicenne che ero c’è stata un’immediata identificazione generazionale, ma il romanzo parla ugualmente bene ai ragazzi di oggi.
Davvero un buon libro, sincero, curato, consigliato a lettori dai 12 ai 102 anni.

Katherine Boo, BELLE PER SEMPRE, Piemme (traduzione di Cristina Pradella)
Prima di parlare del libro del premio Pulitzer per il giornalismo Katherine Boo, un po’ di considerazioni di contorno. Il titolo può essere fuorviante e l’immagine di copertina con lo sfondo sfumato non aiuta. Può essere anche apprezzabile proporre un libro di tale valore a un prezzo di lancio vantaggioso. Il problema è che tutte e tre le cose insieme gli hanno dato l’aspetto di un romanzo sentimentale di intrattenimento. Intendiamoci nessun pregiudizio sulle letture rosa, l’importante sarebbe dare a un libro un’immagine che gli corrisponda. Beh, qui purtroppo non succede. E anche la frase del New York Times non dissipa il dubbio. Infatti in tante librerie l’ho trovato nel reparto “rosa a poco prezzo”. Con l’indubbio risultato che chi lo compra fa davvero un affare perché BELLE PER SEMPRE è uno dei titoli più interessanti usciti nel 2012. Interessante per chi ama la narrativa ma anche per chi predilige la saggistica. Perché il libro della maestra del reportage Katherine Boo sa unire l’indagine giornalistica alla grande letteratura.
Siamo a Mumbai, nello slum vicino all’aeroporto internazionale. Non può esistere contrasto più grande tra i ricchi alberghi della città indiana e l’immensa discarica dove sopravvivono in casupole con il tetto di lamiera e il pavimento ricoperto di immondizia migliaia di famiglie. Tra cui quella di Abdul, sedici anni o forse diciannove che è costretto a fuggire dalla puzzolente ma rassicurante distesa di rifiuti. Da vera narratrice, la giornalista americana ci porta a vivere insieme agli ultimi del mondo, raccontando con grande poesia e un atto di accusa preciso verso le disparità sociali ed economiche il mondo in cui viviamo. Imperdibile.

Margaret Laurence, I RABDOMANTI, Nutrimenti (traduzione di Chiara Vatteroni)
Per sottolineare ancora una volta l’imprescindibile valore sociale della lettura, se non fosse stato per la libraia Francesca non avrei mai letto questo libro. Non mi attirava, o forse al contrario mi attirava troppo e quindi cercavo di evitarlo. Ma alla fine mi ha trovata e incastrata. E dopo il capolavoro di Barnes, IL SENSO DELLA FINE, potrebbe essere il miglior libro che ho letto quest’anno. La storia di Morag Gunn non ha in sé niente di incredibilmente eccezionale se non che la passione per la lettura e la scrittura nasce molto presto, quando si è bambine e si ama ascoltare e raccontare storie. E così Morag, nonostante un’infanzia non certo facile, ha però dentro di sé la forte convinzione di voler lavorare con le parole. Non vi sto a raccontare la trama del libro perché il valore sta nella scrittura lucida, nell’analisi chiara e precisa di cosa significa essere uno scrittore, nel rapporto tra le storie e la vita vera e anche nell’ineluttabilità del proprio destino. Morag infatti desidera fuggire il proprio passato ma poi si rende conto che è inutile fuggire perché tanto è dentro di lei. E più cerchi di cancellarlo più ritorna a farti sentire in colpa. Quindi Guarda avanti nel passato e indietro nel futuro, fino al silenzio.
Anche il titolo è molto significativo: i rabdomanti sono i lettori o gli scrittori? Forse tutti e due.

Suzette Mayr, MONOCEROS, Miraviglia (traduzione di Fabio Gamberini)
“Non l’abbiamo mai considerato / Se non quando se ne era già andato / Non ha detto quale fosse il suo dolore / Il suo volto ora sono mille aurore. / Patrick, a te pensiamo / A questo gran ragazzo un bacio mandiamo. / Senza di te la scuola è triste, / pensa a noi, quando bacerai un angelo triste”. Questo l’elogio funebre che compone Faraday per la morte di Patrick, morto suicida a 17 anni. Suzette Mayr, plurimpremiata scrittrice canadese, racconta la storia di Patrick e soprattutto delle conseguenze della sua morte, con un coro di voci alternate. Si passano il testimone così sulla scena i punti di vista di Faraday, ragazza sensibile che si rimprovera di non aver visto i segnali di disagio di Patrick; di Petra, dura e inplacabile nel suo odio e additata come la causa scatenante del gesto estremo; di Ginger, che lo amava ma non poteva dirlo; di Jesus ribelle e rabbioso. E poi gli adulti: Max il preside che conduce una doppia vita con Walter, il consulente scolastico; la madre di Patrick, impietrita dal dolore e incredula di fronte a un gesto inspiegabile; la dark queen Suzette, il personaggio più umano del romanzo e Maureen, insegnante insoddisfatta del suo lavoro e delusa dal matrimonio. C’è un responsabile del suicido di Patrick? Chi è? Chi poteva fare qualcosa e invece ha preferito tacere? Che conseguenze possono avere delle nostre decisioni apparentemente casuali sulle vite degli altri e soprattutto degli adolescenti? Ma al di là del tema che pone tantissime domande e mette a nudo la difficoltà degli adulti di comprendere i ragazzi, bisogna anche sottolineare le scelte linguistiche raffinate della scrittrice canadese, che danno davvero una voce unica e reale ai protagonisti. Sentiamo i loro pensieri, viviamo il loro dolore. Li capiamo a fondo e però forse anche noi non avremmo previsto le intenzioni di Patrick.

Fabio Stassi, L’ULTIMO BALLO DI CHARLOT, Sellerio
Il libro di Fabio Stassi mi attirava e mi faceva anche un po’ paura. Charlie Chaplin è stato un mito della mia adolescenza, un idolo insuperato che ancora mi fa piangere e ridere insieme. Ci vuole un bravo scrittore per raccontarlo. Beh, sia che siate come me appassionati fan di Charlot sia che non lo conosciate a fondo, questo libro non vi deluderà. Fabio Stassi, infatti, armato di sensibilità e di una scrittura adeguata, riesce a fare del grande attore un personaggio letterario credibile, trasmettendo il valore della sua personalità e del suo talento. Nel libro si alternano due piano narrativi. Il primo vi porta ogni volta alla vigilia di Natale nella casa in Svizzera dove la Morte va a trovare Charlie Chaplin. Il grande attore e regista ha passato gli ottant’anni ma ha un figlio ancora piccolo e vorrebbe vederlo crescere accanto a sé e allora Chaplin propone un patto alla Vecchia Signora: se riuscirà a farla ridere si sarà guadagnato un anno di vita. Inizia così un singolare balletto con la Morte, ma a salvarlo non sarà la sua abilità da attore, ma al contrario i buffi tentativi di fare i suoi numeri, nonostante gli impedimenti dell’età. E Così ogni Natale la Vecchia tornerà a reclamarlo e bisognerà trovare il modo di suscitarle almeno una risata. Di anno in anno poi la vita di Chaplin è raccontata attraverso una lettera al giovane figlio Christopher. Così l’anziano Chaplin ripercorre l’America delle prime pellicole, degli odi razziali, dei numerosi circhi itineranti, delle nuove e polverose linee ferroviarie. Ma soprattutto il suo è il racconto dei tanti incontri, dai personaggi più straordinari alla gente comune, che gli appassionati non faticheranno a riconoscere poi nei protagonisti dei film del grande artista. Fabio Stassi riesce grazie alla scrittura a restituire la lucida malinconia e la poesia di Chaplin e a riprodurre sulle pagine la voce unica dell’artista inglese.
Perché come diceva Chaplin tutto svanisce ma non i desideri che abbiamo avuto.

Diana Abu-Jaber, FUGA DAL PARADISO, Nutrimenti (traduzione di Chiara Vatteroni)
Come sempre accade con i libri migliori non è la storia in sé che vi rimarrà dentro ma come vi viene raccontata. Perché anche se la vicenda centrale del meraviglioso libro di Diana Abu-Jaber è la fuga di casa della tredicenne Felice, è soprattutto nella grande capacità di raccontare una famiglia scossa da una vicenda incomprensibile il valore del romanzo. I Muir infatti sono una tranquilla famiglia borghese con due genitori che sembrano aver messo a frutto i loro talenti. Avis fa la pasticciera in casa e i suoi dolci sono parimenti richiesti e costosissimi. Brian, ha trovato in una società immobiliare il modo di mettere a frutto i suoi studi giuridici. Stanley, il figlio, ha ereditato le capacità imprenditoriali materne, fondando un supermercato di prodotti biologici. Poi c’è o meglio non c’è Felice, la figlia più piccola, scappata di casa da cinque anni, apparentemente senza nessun motivo. Tutti i membri della famiglia si dibattono tra rabbia e sensi di colpa, delusione e speranza in un ritorno. Perché Felice è rimasta a Miami e ha imparato a vivere per strada, in un esilio dalla famiglia tanto deciso quanto inspiegabile. Perché Felice è fuggita dal paradiso di zucchero, comprensione, burro, amore della sua famiglia? Il lettore percorre insieme ai familiari il difficile percorso per tentare di capire come un’adolescente intelligente, bellissima, piena di talenti decide di negarsi tutto e vivere da senzatetto. La spiegazione la troverete alla fine della storia, ma intanto avrete fatto il pieno di personaggi indimenticabili, di frasi taglienti e dense sui rapporti familiari e non solo.

Kate Colquhoun, IL CAPPELLO DI MR BRIGGS. OVVERO IL MISTERO DELLA CARROZZA 69, Einaudi (traduzione di Ada Arduini)
Un libro difficile da catalogare ma per questo intrigante e originale, perfetto da leggere dentro lo scompartimento di un treno. “Questo omicidio, commesso in un luogo pubblico benché chiuso a chiave, infrangeva tutte le regole conosciute. Suscitava l’orribile terrore che, oltre la pagina di un romanzo, anche l’esistenza ordinaria di ognuno potesse piombare in un inferno in cui regnava il caos”. La sera del 9 luglio 1864, Thomas Briggs, benestante bancario della City, prende il solito treno per tornare a casa. Pochi minuti e alcune stazioni dopo, due pendolari trovano lo scompartimento vuoto e i sedili sporchi di sangue. Più in là due signore si lamentano col capotreno di essersi macchiate i vestiti per alcune gocce di una sostanza rossa entrata dal finestrino. Immediatamente le autorità ferroviarie capiscono che un orribile delitto si è appena consumato all'interno della carrozza 69. Kate Colquhoun parte da questa vicenda per scrivere un libro che non è un vero romanzo, ma ha il ritmo e la tensione del giallo. Che è anche un’interessante testimonianza sulla Londra vittoriana e su un mezzo di trasporto che occupa un posto speciale nell’immaginario letterario.

Paolo Cognetti, SOFIA SI VESTE SEMPRE DI NERO, Minimum Fax
Un ufficio stampa mi chiede se io mi occupo solo di narrativa straniera. Sono rimasta un po’ sorpresa, poi effettivamente guardando le mie segnalazioni penso che la domanda può avere un senso, anche se non credo che quella straniera sia una categoria specifica della narrativa. Perché vi assicuro che non ho nessun pregiudizio e mi avvicino senza problemi a un libro, spesso senza neanche guardare la nazionalità dell’autore. Solo che chiaramente la narrativa straniera offre per forza di cose molta più scelta e quindi è più facile trovare un buon romanzo. Che stavolta ho trovato grazie a uno scrittore italiano. Ma siccome sono abbastanza scettica anche verso le recensioni, ho cominciato a leggere SOFIA SI VESTE SEMPRE DI NERO, con grande cautela. Poi alla fine mi sono anche sentita in colpa perché mi rendevo conto di leggere un po’ guardinga, timorosa che l’entusiasmo per la lettura alla fine potesse essere tradito. Invece Cognetti non tradisce. E la storia di Sofia è sorprendente e verosimile insieme. La Sofia del titolo infatti ci viene raccontata attraverso le storie di chi l’ha incrociata, solo incidentalmente come l’infermiera che l’ha tenuta in braccio appena nata o persone ben più presenti nella sua vita come il padre, vittima della crisi dell’Alfa Romeo. I dieci capitoli che compongono il libro non sono racconti e neanche episodi separati della storia ma sono il romanzo di Sofia, grazie a una costruzione controllata e spregiudicata insieme che ricorda la tragedia greca. E anche se nella vicenda di Sofia entrerà poi prepotentemente il cinema, è il teatro il luogo ideale della sua storia. In ogni scena anche se Sofia non appare gli attori sono lì per parlarci comunque di lei. E alla fine il romanzo mi ha ricordato la Janette Winterson di PERCHÉ ESSERE FELICE SE PUOI ESSERE NORMALE?. Sofia ha la stessa tensione verso la felicità e le stesse catene, più o meno amorevoli che la legano all’infelicità dei suoi genitori. Un’eredità di cui cerca di liberarsi in tutti i modi. E alla fine forse ci riesce.

John Green, COLPA DELLE STELLE, Rizzoli (traduzione di Giorgia Grilli)
Mando una mail al gruppo di lettura degli adolescenti del Baratta dopo aver divorato il meraviglioso ultimo romanzo di John Green, ancora tutta esaltata per l’avvincente e profonda lettura e mi risponde tranquillamente Deborah: "immagino che sia un bel libro, del resto lui è l’autore di CERCANDO ALASKA". E’ vero, perché meravigliarsi che un bravo scrittore lo sia in tutti i suoi libri? E’ così confortante avere ogni tanto delle certezze. E il talento di Green nel saper raccontare i ragazzi lo è, senza dubbio. Un romanzo dove troverete la vita, i libri, le speranze perché anche se l’esistenza umana, come dicono i protagonisti, non è un ufficio esaudimento desideri, questo libro per il lettore lo è. "Il mio libro preferito era 'Un'imperiale afflizione', ma non mi andava di dirlo in giro. A volte leggi un libro e ti riempie di uno strano zelo evangelico che ti convince che il mondo frantumato che ti circonda non potrà mai ricomporsi a meno che, o fino a quando, tutti gli esseri umani non avranno letto quel libro. E poi ci sono libri come 'Un'imperiale afflizione', di cui non puoi parlare con l'altra gente, libri così speciali e rari e tuoi che sbandierare il tuo amore per loro sembrerebbe un tradimento". Come direbbe Deborah, non vi dico altro e leggetelo.

George Pelecanos, LA STRADA DI CASA, Piemme (traduzione di F. Di Pietro e S. Tettamanti)
Mi sembrava di avere bisogno di una pausa da letture impegnative e mi arriva il nuovo romanzo di George Pelecanos. Giallo. Perfetto. In realtà allo scrittore americano il genere sta un po’ stretto, ma poi me lo ricordo nei telefilm di Castle (scusate la debolezza...) mentre gioca a carte con il protagonista e lo trovo sempre intrigante e simpatico come i suoi libri. Quindi comincio subito a leggere e a due terzi mi chiedo: e il giallo dov’è? Certo non nel comportamento di Chris che sembra voler rinnegare l’ottima famiglia da cui proviene per perdersi in comportamenti assurdi e difficili da spiegare che lo portano, unico bianco, nel carcere minorile della contea. E neanche nel padre Thomas, ex poliziotto, ora a capo di un impresa artigiana di successo. Fino all’omicidio che avviene quasi alla fine del romanzo, il giallo è nella tensione tra i due, nelle aspettative deluse, nei rimpianti, nel non capirsi o forse nel capire troppo bene i sentimenti dell’altro. Perché Thomas non riesce ad amare incondizionatamente Chris come invece fa la madre e Chris non riesce ad accettare un amore condizionato. Poi certo il giallo arriva ma Pelecanos fa molto di più e racconta con precisione e sentimento il rapporto padre-figlio. E anche la media borghesia americana con l’illusione che ognuno possa trovare il suo posto nel mondo. Ma, come direbbero gli adolescenti malati di Green, la vita non è l’ufficio esaudimento desideri.

Gabriela Adameşteanu, UNA MATTINATA PERSA, Atmosphere, (traduzione di Roberto Merlo e Cristiana Francone)
Hanno ragione quelli che mi scrivono per lamentarsi del fatto che aggiorno troppo poco spesso la pagina delle recensioni. E’ vero, ma tra GQ, che trovate in PRESS, e la pagina settimanale della Gazzetta di Mantova esaurisco le mie poche energie di scrittura. Quando poi leggo recensioni come quella di Marilia Piccone mi chiedo: “Cosa scrivo a fare io? Cosa posso aggiungere?”. Quindi ecco la frase perfetta per descrivere la lettura deL libro della grande scrittrice rumena: “UNA MATTINATA PERSA della scrittrice rumena Gabriela Adameşteanu è un capolavoro. È un libro ‘europeo’, e con questo voglio dire che ci riguarda tutti - è uno di quei rari e grandi libri che riescono ad intrecciare le storie dei singoli con la Storia del loro paese e, nello stesso tempo, ci fanno sentire parte di quella Storia e di quelle storie anche se apparteniamo ad un altro luogo e ad un altro tempo”. E io aggiungo solo che Vica è uno dei personaggi indimenticabili che affollano spesso la mia mente e Gabriela Adameşteanu non solo ve la farà amare ma avrete la sensazione di assistere dal vivo al chiacchiericcio continuo di questa donna disillusa ma non vinta, dotata di un’intelligenza pratica a cui nulla sfugge e che non riusciamo a non adorare, con un affetto misto a stima e fraterna comprensione.

Ugo Cornia, IL PROFESSIONALE. AVVENTURE SCOLASTICHE, Feltrinelli
Ho letto da tempo il libro di Cornia, ma non riuscivo mai a recensirlo. Appena cominciavo a scrivere mi veniva da sorridere e avevo la tentazione di scrivere come l’autore, ma la capacità di trasporre sulle pagine il racconto orale, senza fargli perdere ritmo ed efficacia narrativa, è prerogativa dell’inimitabile Ugo Cornia. Che riesce a raccontare tutta la varia umanità che gira intorno alla scuola. E allora lascio a lui la parola: “... io quindi quel giorno dell’anno prima... avevo detto basta, basta basta basta, scuola del cazzo, adesso mi licenzio che io c’ho già passato troppo tempo a scuola, già come studente, e perché poi dovrei passarci dell’altro tempo anche come insegnante, tra l’altro per me se c’è una cosa che è vergognosa e vergognosa fino in fondo, che sento un po’ come un disturbo costante, è fare lo stesso mestiere che fanno, o meglio, nel mio caso, hanno fatto, visto che erano tutti e due già morti da un po’ i miei genitori, e comunque mia madre per tutta la vita aveva fatto l’insegnante, e di conseguenza per me fare l’insegnante è sempre stata una cosa che io dico anche malvolentieri...”.

Peter Bichsel, IL LETTORE, IL NARRARE, Comma 22 (traduzione di Anna Ruchat)
Se devo scegliere per forza un unico autore tra i tanti ospiti del Festivaletteratura di quest’anno sicuramente dico Peter Bichsel. Avevo deciso che era il solo incontro per il quale avrei spento il telefono e mi sarei seduta davanti in contemplazione. Per di più dovevo fare solo un breve saluto per passare poi la parola ad un Alberto Manguel emozionato come me. Sono riuscita a dire due parole a fatica tanto era soggiogata dalla figura dello scrittore svizzero. Un uomo anziano con lo sguardo di un bambino, con un incredibile carisma. Sono davvero poche le persone che mi hanno trasmesso un tale senso di intelligenza emotiva, di capacità di guardare e raccontare il mondo, partendo dalle piccole cose. Una vivacità intellettuale che si traduce in affermazioni brevi, ma dense e incisive, pervase da un’affettuosa ironia. L’incontro è stato molto sentito e partecipato con delle belle domande anche dal pubblico come vi racconta Paolo Nori, mio vicino di sedia. E per fortuna che Comma 22 con grande cura sta riproponendo i libri dello scrittore svizzero da QUANDO SAPEVAMO ASPETTARE a una lettura indispensabile per chiunque ami la lettura come IL LETTORE, IL NARRARE. Potete aspettare la ristampa degli altri, o altrimenti procurarvi intanto quelli disponibili nelle biblioteche. Ma non fate mancare alla vostra biblioteca la voce di Bichsel.

E.M. Delafield, DIARIO DI UNA LADY DI PROVINCIA, Neri Pozza (traduzione di Monica Pareschi)
LETTURE DI FERRAGOSTO 1 - Quando mi chiedono come è organizzata la mia biblioteca, mi viene da ridere. Tengo solo i libri che mi piacerebbe rileggere, ma prima di arrivare lì devono fare un percorso e passare indenni dalla prima selezione, dove si attiva il meccanismo di scarto. I “non li leggerò mai” escono subito di casa, i “li leggerò forse” rimangono un po’ in uno sorta di limbo per una nuova selezione, e invece i “li leggerò sicuramente” o i “li finirò con più calma perché meritano” mi guardano un po’ offesi da una scaffale altezza occhi, che mi fa venire i sensi di colpa. Questi ultimi sono ulteriormente divisi in “grandi imprese”, cioè i volumi con più di 500 pagine o che ritengo particolarmente impegnativi o che hanno bisogno di una lettura lenta, e “uno al giorno”, cioè quelli che penso di leggere nell’arco di 8-10 ore di seguito e infine i libri da viaggio e vacanza. Purtroppo è un po’ di tempo che non riesco ad attingere a questo scaffale per colpa del lavoro e di tutte le novità che escono. Ma la settimana di ferragosto è arrivato il momento giusto e non potevo iniziare meglio grazie a questo diario spassoso, ironico, divertente che mi ha proiettato nell’Inghilterra negli anni Trenta. Ho passato una giornata piacevole e mi sono resa conto che avevo proprio bisogno di un libro così, delicato e spiritoso, forse poco impegnativo, ma certo non banale per poi proseguire nelle altre letture. Godetevelo anche voi.

Edna Ferber, SO BIG. UNA STORIA AMERICANA, BUR (traduzione di Francesca Cosi e Alessandra Repossi)
LETTURE DI FERRAGOSTO 2 - Che bel ferragosto! Chiusa in casa seduta sulla sdraio davanti alla portafinestra del terrazzo con litri d’acqua fresca da bere e questo bellissimo SO BIG. La collana scrittori contemporanei della Bur è ormai una certezza. La postfazione poi di Melania Mazzucco ha sciolto anche i minimi dubbi che potevano esserci. E poi curiosamente dopo la lady di provincia un altro libro che ci riporta indietro di molti anni e che ha vinto meritamente il Pulitzer nel 1925. Ma per la storia del libro, e della poca fortuna dell’autrice in Italia vi rimando all’ottima postfazione dell’autrice di LIMBO. Quello che mi incantato di questo piccolo capolavoro è che sembra scritto ora anche se la storia prende il via addirittura alla fine dell’Ottocento. E’ di una modernità e di un’acutezza che stupisce continuamente. Perché la storia di Selina, cresciuta da un padre vedovo e giocatore d’azzardo, con un’educazione molto libera per l’epoca e sull’onda del motto “la vita è una grande avventura... Più tipi di persone conosci, più cose fai, più cose ti accadono e più ti arricchisci. Anche se non sono cose piacevoli”, lascia una così vasta gamma di sensazioni che sembra di aver letto un libro di mille pagine. Per non parlare del "So big" del titolo, ovvero il figlio di Selina, Dirck, e del loro ininterrotto dialogo di vita sul valore della bellezza e sui talenti che riceviamo. Un grande romanzo da leggere e rileggere sempre con grande soddisfazione.

Lars Gustafsson, LE BIANCHE BRACCIA DELLA SIGNORA SORGEDAHL, Iperborea (traduzione di Carmen Giorgetti Cima)
Ho sbagliato reparto per questo libro, che pensavo di leggere in una giornata. Perché anche se conta poco più di 200 pagine ha bisogno di una lettura lenta per assaporarlo ben bene e complimentarsi, leggendo, con l’autore. Alla fine vi sembrerà di aver letto un classico. La storia è insieme molto semplice e complessa e vi farà fare un salto nel tempo insieme al protagonista, ex professore di filosofia a Oxford, arrivato verso la fine della vita, che ritorna con la memoria alla sua adolescenza. Il grande scrittore svedese riesce a mantenere un perfetto equilibrio tra le riflessioni di un uomo non più giovane e molto colto e la ricostruzione molto vitale della sua giovinezza, e riesce sempre a far alternare perfettamente le due voci, senza mai banalizzarle. Tanto che mi piacerebbe far leggere il libro a un lettore adolescente perché si dovrebbe ritrovare nel racconto di un ragazzo cresciuto in Svezia negli anni 50, ma che prova tutte le eterne sensazioni che appartengono all’età di mezzo. Il romanzo ha un tono coinvolgente, confidenziale, caldo, ironicamente colto e raffinato. Si può sicuramente affiancare a IL SENSO DELLA FINE di Barnes che trovare in PRESS.

Aidan Chambers, MUOIO DALLA VOGLIA DI CONOSCERTI, Rizzoli (traduzione di Beatrice Masini)
Credo che Aidan Chambers sia uno dei pochi scrittori che vorrei come amico. E’ difficile spiegare come riesca magicamente a farmi dimenticare tutto quello che accade intorno e farmi ritornare un'adolescente con tutta la vita davanti e le emozioni a mille. La lettura dei suoi libri potrebbe essere consigliata come una sorta di macchina del tempo. Nel suo ultimo e attesissimo romanzo immagina l’incontro tra un anziano scrittore, che ha da poco perso l’amatissima compagna di vita e un diciassettenne dislessico alle prese con una ragazza amante della lettura e della scrittura. E siccome Fiorella vuole che Karl racconti per iscritto di sé e dei suoi sentimenti, il ragazzo decide di rivolgersi allo scrittore preferito della ragazza. Si incrociano così le vite di due personaggi apparentemente molto diversi ma che scopriranno attraverso confronti e vicende ora comiche ora drammatiche di avere molte cose in comune. Ne nasce così un romanzo intenso, intelligente, raffinato, dove nessun particolare è trascurato perché “La vita non è come un romanzo, ma un romanzo può essere come la vita. I migliori lo sono sempre”. E questo lo è.

Lola Shoneyn, PRUDENTI COME SERPENTI, 66th and 2nd (traduzione di Ilaria Tarasconi)
Ricevo una gentile richiesta di presentare un’autrice nigeriana a Torino. Siccome stimo molto l’editore accetto, mi vengono mandate le bozze del libro, dicendomi solo che è un romanzo d’esordio. Comincio a leggere e penso: alla faccia dell’esordio! Poi però scopro che Lola Shoneyn è una pluripremiata poetessa oltre che una delle personalità più interessanti della letteratura del suo paese. Con un curriculum professionale e di vita di tutto rispetto. E una grande personalità. Quello che invece mi ha un po’ stupito è che PRUDENTI COME SERPENTI sia spesso citato semplicemente come un romanzo sulla poligamia. Questo è assolutamente restrittivo. E’ vero che al centro della storia c’è la bella Bolanle, ventiduenne laureata che decide di diventare la quarta moglie di Baba Segi, ma in realtà il romanzo racconta molto di più. Sulle donne, la maternità, i rapporti familiari, la società nigeriana, i sogni di vita che ognuno ha. Per non parlare della struttura molto teatrale del libro, con rimandi ad incastro ben costruiti e una scrittura efficace ed elegante insieme.

Guus Kuijer, PER SEMPRE INSIEME, AMEN, Feltrinelli kids (traduzione di Valentina Freschi)
“Mia mamma dice che una volta poteva capitare di avere un padre normale. Uno che tornava a casa, guardava la televisione e beveva una birra. Padri del genere credo che non esistano più. Ad esempio puoi avere un padre che non è tuo padre. O un padre che è tuo padre ma vive da un’altra parte. O un padre che esiste, ma non sai dov’è... o un padre che sai dov’è ma da cui non puoi andare”: Polleke ha undici anni, scrive poesie ed è fidanzata con Mimun, un compagno di classe di origine marocchina. Ma soprattutto guarda al mondo con i suoi occhi sinceri e affettuosi, dimostrando come si può raccontare ai bambini qualsiasi storia, basta saperlo fare. Come il premio Lindgren 2012 Guus Kuijer che ci regala un piccolo capolavoro, pieno di storie, sentimenti, esperienze di vita complesse.

Melania Mazzucco, LIMBO, Einaudi
Melania Mazzucco fa aspettare i suoi lettori. Ma ne vale la pena, perché riesce insieme a non deludere le aspettative e a sorprendere con storie sempre diverse che non tradiscono però le qualità di scrittura, stile, introspezione che la rendono la migliore scrittrice italiana. E non è poco, soprattutto se guardate quanti pochi veri scrittori compaiono nelle classifiche dei libri più venduti. Ma parliamo di LIMBO. Vi risparmio troppi dettagli sulla trama perché vale la pena scoprire pian piano il legame che si instaura tra il misterioso Mattia e il sottoufficiale Manuela Paris, in convalescenza nella sua città natale, Ladispoli, dopo essere stata gravemente ferita in una missione di pace in Afghanistan. L’incontro tra i due è il pretesto narrativo per raccontarci Manuela e soprattutto l’Italia di oggi. Attraverso la vita di una ragazza come tante e insieme unica nella sua storia, Melania Mazzucco dipinge un ritratto lucido, equilibrato e profondo del clima che si respira nel nostro paese. Con una precisione quasi chirurgica degli oggetti, dei linguaggi, dei comportamenti, dei pensieri, dei desideri, delle delusioni, dei paesaggi di cui siamo circondati. E come sempre Melania Mazzucco non prende la via più semplice; lasciati da parte comodi espedienti narrativi e facili soluzioni stilistiche, non solo mostra una perfetta conoscenza delle situazioni e dei luoghi che racconta, da Ladispoli a Qul’a-i-Shakhrak, ma rende omaggio alla lingua italiana con una varietà di lessico, metafore, cambi di punti di vista che merita da sola una rilettura. La sensazione è quella di leggere un classico e insieme un libro modernissimo, dove la complessità dell’esistenza è narrata come solo un vero scrittore sa fare. Perché questo è Melania Mazzucco: un autentico talento letterario e una scrittrice che non si risparmia, sempre onesta con i lettori.

Olga Tokarczuk, GUIDA IL TUO CARRO SULLE OSSA DEI MORTI, Nottetempo (traduzione di Silvano De Fanti)
“In un certo senso le persone come lei, quelle che lavorano con la penna, a volte sono pericolose. Si subodora subito la falsità, si sospetta che quella persona non sia se stessa, ma un occhio che guarda incessantemente e che trasforma in frasi quello che vede; in questo modo taglia dalla realtà tutto ciò che vi è di più importante: l’inesprimibile”: non vi dimenticherete facilmente la protagonista del nuovo romanzo della più famosa scrittrice polacca contemporanea. In un’ambientazione un po’ gotica e un po’ fiabesca, spicca la figura di Janina, insegnante di inglese in pensione, dedita all’astrologia e agli animali. Ma soprattutto donna piena di ironia e risorse fisiche e intellettuali illimitate. Soprattutto quando cominciano ad accadere misteriosi omicidi e la natura sembra ribellarsi contro gli uomini. Un libro lieve, intelligente, a tratti spassoso, appassionante e delicato insieme.

Janette Winterson, PERCHÉ ESSERE FELICE SE PUOI ESSERE NORMALE?, Mondadori (traduzione di Chiara Spallino Rocca)
I grandi scrittori si riconoscono perché riescono a fare delle loro vite delle opere letterarie. Succede così con Janette Winterson e questo magnifico ritratto di adolescente, che si trova a scegliere tra la sua identità e la passione per la lettura e una madre oppressiva e malata. La vicenda personale è ripercorsa attraverso un’analisi a posteriori insieme sentita e razionale, senza banalità e falsi moralismi. E come per fortuna accade nella vita, Janette Winterson dimostra come a un’infanzia terribile si può sopravvivere fino a riscattarsi, anche grazie alla passione per le parole, lette e scritte.

John Edward Williams, STONER, Fazi (traduzione di Stefano Tummolini)
Dimenticatevi protagonisti dalle mille sfaccettature, vicende rocambolesche, storie a incastro, continui cambi di ambientazione, sfilate di personaggi sempre diversi. Non c’è niente di più facile che riassumere le vicende di STONER e niente di più difficile che spiegare come, con pochi e apparentemente anonimi ingredienti, questo è un romanzo difficile da dimenticare, che quasi ti obbliga a rileggerlo. E questa volta sia l’appassionata postfazione di Peter Cameron sia la fascetta a firma di Tom Hanks (“Questo è semplicemente un romanzo che parla di un ragazzo che va all’università e diventa un professore. Eppure è una delle cose più affascinanti che vi capiterà mai di leggere”) sono assolutamente affidabili. La storia di William Stoner, nato negli anni Dieci, figlio unico di due tenaci e silenziosi contadini, che riesce ad andare all’università dove viene folgorato dalla letteratura, è quasi anonima nella sua normalità, ma veramente straordinaria per la capacità di Williams di dare vita a un’esistenza con una serie di particolari che si imprimono nella sensibilità del lettore. Sarebbero troppi gli esempi da fare, dal rapporto di Stoner con il severo professore di letteratura, che però scoprirà il suo talento, al legame con la figlia, dall’amicizia indissolubile con Gordon, alla passione per Katherine. Quindi leggetelo e basta!

Ezio Raimondi, LE VOCI DEI LIBRI, il Mulino
“... la letteratura mentre parla di ciò che è grande ed è verità profonda che si trasmette attraverso i secoli, dà una voce anche a ciò che è comune. La letteratura, dunque, non come fuga, ma come modo per dare senso nuovo a ciò che è particolare, minuto, apparentemente insignificante e che invece si mescola alla nostra vita, attraversa la nostra pelle, tocca il ritmo del nostro esistere, ci apre gli occhi a una prospettiva che fino ad allora non avevamo concepito”: si può parlare del nuovo libro di Ezio Raimondi solo usando le sue parole che troverete sempre precise, illuminanti, piene di domande e anche di risposte. E in questo caso anche di un ritratto affettuoso e familiare del grande lettore e critico letterario. Un vero maestro.

Misha Berlinski, RICERCA SUL CAMPO, gran via (traduzione di Francesca Frulla)
Se questo libro fosse stato pubblicato, per dire, da Adelphi sarebbe un bestseller. Senza nulla togliere a gran via, anzi! Devo ammettere che io stessa lo avevo segnalato durante gli acquisti alle biblioteche perché mi fido del lavoro del piccolo editore, ma poi l’avevo dimenticato. Per fortuna Marilia (http://www.stradanove.net/v3/sezioni.php?sezione=21&id=3933) me l’ha ricordato e così me lo sono letta nel viaggio Mantova-La Spezia e ritorno. Beh, dopo un’ora sulla rigida panchina della stazione di Piadena, sono stata anche tentata di perdere la coincidenza per andare avanti a leggere. RICERCA SUL CAMPO di Misha Berlinski, candidato al National Book Award, caldeggiato da Stephen King, ma in Italia quasi completamente ignorato, è un libro imperdibile. E’ un romanzo straordinario, lieve, ironico, appassionante, che maschera dietro a una indagine giornalistica un racconto avvincente e ben costruito. Berlinski riesce a dare insieme quella sensazione di facilità di lettura e di profondità di situazione e personaggi. Sembra che sia seduto accanto a te a raccontare, ma dimostra una capacità di manovrare una vicenda piena di personaggi e cambi temporali da grande scrittore. Non perdetevelo!

Dan Lungu, SONO UNA VECCHIA COMUNISTA, Aisara (traduzione di Ileana M. Pop)
“... Se fosse per me io vorrei che il comunismo tornasse domani stesso!... Sono una vecchia comunista, ecco cosa sono!”: così risponde Emilia alla figlia Alice che ora vive in Canada ma che vuole assicurarsi che la madre per le elezioni in Romania non voti per gli ex comunisti. Dalla telefonata prende il via il serrato susseguirsi dei ricordi di Emilia, dalla odiata vita in campagna sino al lavoro in fabbrica, che le regala un certo benessere. Il comunismo le ha permesso di vivere in città, di avere sempre cibo, di ottenere una casa e la bombola del gas. Con la rivoluzione invece l’inflazione ha distrutto i suoi risparmi, le fabbriche hanno chiuso, non c’è più un ordine a cui attenersi. Ma c’è la libertà, la rimprovera Alice. Allora Emilia è stata felice o è solo una pazza illusa? “Come hai fatto ad essere felice quando gli altri non lo erano? In che modo hai contribuito alla felicità degli altri? Di quante persone felici dovresti circondarti per meritare il diritto alla felicità?”. Finalmente tradotto in italiano uno dei libri più letti in Europa, capace di raccontare con umorismo e ironia l’avvento e la caduta del comunismo. Ma anche un’appassionante e raffinata saga familiare piena di personaggi difficile da dimenticare.

Joan Didion, BLUE NIGHTS, il Saggiatore (traduzione di Delfina Vezzoli)
Dopo L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO, ero un po’ restia a leggere il nuovo libro di Joan Didion. Era ancora talmente forte il ricordo e la suggestione per il precedente, che ero quasi sicura di andare incontro a una delusione. Invece i veri scrittori non deludono mai. E non fissatevi sulla vicenda personale narrata e sulla definizione di libri luttuosi affibbiata agli ultimi libri della scrittrice americana: sia L’ANNO DEL PENSIERO MAGICO che BLUE NIGHTS sono straordinarie opere di letteratura, dove potrete più e meno identificarvi nella vicenda, ma dove sicuramente soffrirete e gioirete al fianco del protagonisti. In questo caso una madre che ha perso una figlia, ma che la ritrova continuamente nei pensieri, nelle cose, nei muri delle case, nei gesti, nelle parole.

Chad Harbach, L’ARTE DI VIVERE IN DIFESA, Rizzoli (traduzione di Letizia Sacchini)
BOCCIATO. Lo so, fino ad ora in questo spazio comparivano solo i libri che avevo apprezzato. Ma ho deciso di fare un’eccezione e mi piacerebbe anche conoscere, se lo leggerete, il vostro parere. Il romanzo di Harbach, infatti, è considerato il miglior esordio della narrativa americana del 2011 ed è stato inserito tra i migliori 5 romanzi usciti l’anno scorso dal New York Times. Dato non trascurabile poi è stato anche campione d’incassi. Riconosco che non è facile con queste premesse non nutrire delle aspettative, accingendosi a leggere questa vicenda che ci porta in una piccola università del Midwest. Intanto vi dico cosa ho trovato di positivo: la figura di Guert il preside è riuscita e interessante ma Harbach la abbandona spesso a favore dei componenti della squadra di baseball del college. Una compagine assolutamente buonista e politicaly correct, con rappresentate tutte le diverse tipologie di giovani uomini dell’immaginario collettivo. Ed è qui che lo scrittore americano sfoggia il suo grigio conformismo, mettendo in gioco una serie quasi imbarazzante di banalità, luoghi comuni, punti di vista convenzionali e rassicuranti, distorte visioni dell’età adolescenziale. Non sostenute tra l’altro da una scrittura di valore. E’ un libro non riuscito, privo di ironia, dove l’autore sembra aver lavorato per non scontentare nessuno, per non affondare la penna e soprattutto per far passare l’idea che, già da adolescenti è meglio imparare ad accontentarsi del poco che si ha. Vivere in difesa per preservare il certo e non azzardarsi a sviluppare rischiosi sogni di realizzazione di sé o di riscatto, neanche se sostenuti da innegabili talenti. Forse è il romanzo della recessione, della letteratura però, più che dell’economia.

Brian Fies, MOM’S CANCER, Double Shot (traduzione di Stefano Visinoni)
Piano piano mi sto mettendo in pari con gli acquisti fatti al Lucca comics. MOM'S CANCER è un graphic novel che nasce e si sviluppa sul web. All’indomani della scoperta di un cancro ai polmoni, con metastasi al cervello, della madre, Brian Fies inizia a postare in forma anonima su internet le tavole su cui riversa l’esperienza che con i suoi cari si trova a dover affrontare. È il tam tam tra i lettori online a dare visibilità a quella che l’autore americano definisce nella prefazione all’edizione cartacea "una serie di corrispondenze dal fronte di una guerra in cui la mia famiglia era rimasta invischiata senza la minima preparazione", e nel 2005 il fumetto ottiene il riconoscimento di un Eisner Award nella categoria Miglior Fumetto Digitale. Non vi nascondo che è una lettura di grande impatto emotivo ma il valore della storia per immagini di Fies sta nell’essere riuscito a trasformare la sua esperienza personale in una storia per tutti. E a raccontare un dramma purtroppo molto diffuso con affettuosa ironia.

Paul Torday, PESCA AL SALMONE NELLO YEMEN, Elliot (traduzione di Annamaria Raffo)
Finalmente è stato ristampato quello che rimane il miglior libro di Paul Torday. Quindi non perdetevi questo lettura ironica, raffinata, disincantata che vi farà ridere e pensare nello stesso tempo. La storia gira intorno all’idea di un ricchissimo sceicco yemenita di introdurre il salmone tra le aride montagne dello Yemen. Il serio, scrupoloso e anche un po’ noioso ittiologo Alfred, consapevole dell'assurdità del progetto, all'inizio rifiuta, ma poi viene costretto ad accettare l'incarico addirittura dal Primo ministro inglese. Da qui partono una serie di situazioni assurde, ma purtroppo assolutamente verosimili, che coinvolgono il mondo della politica, dell’economia, della scienza, a scapito non solo dei poveri salmoni.

Iris Hanika, L’ESSENZIALE, Atmosphere (traduzione di Monica Pesetti)
“Arriva un momento in cui ogni cosa scivola via, la rabbia della gioventù e il dolore per le ingiustizie del mondo, anche la speranza che il mondo diventi migliore, o addirittura buono se soltanto ci impegniamo abbastanza e con tutto il cuore. Arriva un momento in cui il cuore è improvvisamente vuoto, e gli uomini, lasciati a se stessi, completamente soli. Non è un bel momento”: comincia così il romanzo vincitore del premio dell’Unione Europea per la letteratura 2010 e l’esordio rispecchia la storia che segue, quella di una crisi profonda. L’archivista Hans vive a Berlino e lavora presso l’Istituto per la gestione del passato, ed ha il compito di digitalizzare tutte le testimonianze scritte delle vittime dell’Olocausto. Hans non riesce a non sentirsi in colpa per i crimini nazisti. A questo si aggiunge una vita solitaria, rischiarata solo dalla profonda amicizia con Graziela, l’unica che sembra un poco capirlo: “... proprio lì, nella solitudine più grande, avvertì la mancanza di un altro essere umano come gli capitava di rado, e nulla gli sembrò così indispensabile come questo, avere un essere umano che parlasse con lui perché era proprio lui”. Il racconto è un susseguirsi articolato di episodi di vita quotidiana e pensieri sul passato, il futuro, il senso della vita con un tono ironico, acuto, come un dialogo confidenziale con il lettore.

Alberto Barrera Tyszk, LA MALATTIA, Einaudi (traduzione di Paola Tomasinelli)
Se ci badate la malattia sta diventando tema di ispirazione per la narrativa contemporanea. Ma pochi libri sanno davvero trasformare l’esperienza più o meno dolorosa in vera letteratura. Ci riesce lo scrittore venezuelano Barrera Tyszka, per la prima volta tradotto in italiano, in questo romanzo breve, ma molto intenso. Andrés, medico affermato, scopre che il padre che l’ha allevato dopo la morte della madre in un disastro aereo, ha un cancro terminale. La notizia, oltre al dolore, scopre le fragilità dell’uomo e la sua assoluta incapacità di gestire la situazione. Padre e figlio non riescono più a parlare e la malattia sembra mettere a nudo un’incomprensione antica e mai espressa. Parallelamente assistiamo al delirio di un malato immaginario che solo scrivendo e quasi importunando il suo medico riesce ad avere un po’ di sollievo. Un racconto vivido, realistico, spietato sugli sconvolgimenti non solo fisici che può causare la malattia.

Zadie Smith (a cura di), IL LIBRO DELL’ALTRA GENTE, Mondadori (traduzioni di Valeria Bastia, Elena Battista, Manuela Faimali, Marina Petrillo, Maria Valsecchi)
La curatrice è una garanzia perché Zadie Smith è uno dei miei critici letterari preferiti, ma anche i nomi che compongono questa antologia sono sicuramente promettenti. E poi c’è il vantaggio di poter “assaggiare” tanti scrittori per poi magari andare a leggere i loro romanzi. IL LIBRO DELL’ALTRA GENTE sono ventidue storie che affrontano la questione del "personaggio" da tutti gli angoli e da tutte le prospettive. Tanti gli scrittori arruolati per l’impresa da David Mitchell a Dave Eggers, dal maestro della graphic novel, Chris Ware fino a Jonathan Safran Foer, Nick Hornby, Colm Tóibin, A.M. Homes, Jonathan Lethem. Il mio racconto preferito? Quello della scrittrice haitiana Edwige Danticat.

Patricia MacLahlan, UNA PAROLA DOPO L’ALTRA, Rizzoli (traduzione di Stefania Di Mella)
Lo so che questo non è un blog, ma un semplice diario di lettura. Però leggere non è divisibile dal resto e quindi dovete subirvi la mia tristezza legata al libro della straordinaria autrice di BABY (andatevelo a leggere!). La tristezza non è colpa del libro, che mi è piaciuto e mi ha commosso molto, e che racconta degli incontri tra una scrittrice e una classe quarta elementare, ma nasce dal fatto che a febbraio smetterò di lavorare proprio con i bambini per dedicarmi invece solo, si fa per dire, agli adolescenti e agli adulti. Manterrò il mercoledì di letture alla biblioteca Baratta ma per il resto passo i miei giochi e i miei incontri con i piccoli lettori a Maria Sole della banda dei piccoli lettori. E’ una decisione sofferta, ma corretta perché i bambini si meritano tutta la competenza possibile che io, ora, non riesco a garantire loro. Però permettetemi di essere un po’ triste e di segnare questo simbolico addio con la lettura di UNA PAROLA DOPO L’ALTRA.

Ines de la Fressange e Sophie Gachet, LA PARIGINA. GUIDA ALLO CHIC, L’ippocampo (traduzione di Vera Verdiani)
Cosa c’entro io con Ines de la Fressange? Purtroppo niente. Cosa abbiamo in comune? Sempre niente, a parte forse la passione per i vestiti. Sulla moda ci sono molti libri, ma quasi sempre deludenti, se non imbarazzanti. Ero quindi molto scettica di fronte a questo elegante volume di suggerimenti per vestirsi come una parigina. A una come Ines sta bene anche un sacco! E invece già dall’inizio si intuisce il sano buon senso e la democratica intelligenza con cui la modella francese diverte le sue lettrici: “la Parigina non cade mai nella trappola delle tendenze: la sua ricetta segreta sta nel lasciarle maturare e nel servirsene con discernimento. Senza perdere il principale obbiettivo, cioè quello di divertirsi con la moda. Segue alcune regole, ma trasgredirle le piace e fa parte del suo stile”. Ines c’est moi!

Julie Otsuka, VENIVAMO TUTTE PER MARE, Bollati Boringhieri (traduzione di Silvia Pareschi)
DIFFIDENZA n. 1 - Ho resistito alla lettura di questo libro perché era troppo recensito. Se ne è parlato dappertutto e non capivo se era per l’originale storia delle migliaia di giovani donne giapponesi - le cosiddette "spose in fotografia" - che giunsero in America all'inizio del Novecento o perché davvero fosse un romanzo di valore. Beh, al di là dell’interessante ricostruzione storica della vicenda di queste ragazze, il romanzo di Julie Otsuka va letto per l’interessante impianto narrativo e la scelta di un noi narrante non facile da usare. Ci sono pagine molto liriche, altre drammatiche e spesso ti sembra di essere lì con loro a soffrire o (poche volte) a sorridere di piccole gioie impreviste. Paradossalmente il romanzo ti lascia con un po’ di fame, perché le parti di più ampio respiro narrativo sono splendide, ma molto poche e il procedere per elenchi sembra a volte quasi un alibi per non abbandonarsi al flusso narrativo. Insomma, poteva scrivere di più!

Edwidge Danticat, IL PROFUMO DELLA RUGIADA ALL’ALBA, Piemme (traduzione di Maria Clara Pasetti)
DIFFIDENZA n. 2 - Siccome non ne posso più di romanzi con titoli smelensi, allusivi a cibi, piante e fiori, avevo messo nella pila dei forse li leggerò, ma forse anche no, IL PROFUMO DELLA RUGIADA ALL’ALBA (!). Poi ho pensato a Daniela, che me l’aveva mandato, e a un’amica che mi caldeggiava l’autrice di origine haitiana. Meno male! Perché il romanzo della Danticat è uno dei migliori che ho letto ultimamente. Basta solo togliere la sovraccoperta e partire per un viaggio doloroso e vivo nel mondo degli esuli fuggiti da Haiti a causa della violenta dittatura di Duvelier. Tra di loro però non ci sono solo le vittime, ma anche un carnefice che, seppure pentito, si è reso responsabile di crimini orrendi.
E alla fine il romanzo è l’incontro di tante sofferenze, ma anche il ritratto vivido di un paese martoriato e bellissimo.

Giorgio Fontana, PER LEGGE SUPERIORE, Sellerio
“Ma la giustizia era come un erpice che dissodava la terra, lasciando qui e là inevitabili lacune: macchie d’erba matta, sassi troppo piccoli per essere asportati, luoghi dove il dubbio continuava a germinare”: Roberto Doni ha più di sessant'anni, fa il sostituto procuratore a Milano, è sobrio, formale, ineccepibile. Fino a quando non si trova davanti a un caso apparentemente già risolto nella sua assoluta banalità. Ma proprio per questo Doni entra in crisi.
Un bel romanzo sulla giustizia, su Milano, sull’incontro di mondi apparentemente inconciliabili, sulle piccole cose che possono incrinare un percorso di vita che sembra ormai granitico.
Un libro dallo stile pulito, raffinato, senza sbavature.

Cynthia Ozick, CORPI ESTRANEI, Bompiani (traduzione di Simona Vinci)
“Bea faceva parte di quella categoria d ridicole e ben riconoscibili insegnanti donne di mezza età che mettono da parte i risparmi per le vagheggiate vacanze estive nelle più romantiche capitali europee”. In realtà la protagonista del nuovo romanzo di Cynthia Ozick nasconde un matrimonio fallito, un fratello ricco e che la ignora da vent’anni e una sottile insoddisfazione che comincia a pungerla quando meno se lo aspetta. Così l’incontro con il nipote, che fugge da un padre opprimente e con il quale ravvisa una certa somiglianza di indole, sembra poterle regalare una nuova occasione di vita. Ma anche con le migliori intenzioni si può sbagliare, e quindi soffrire e creare sofferenza.
La conferma di una grande scrittrice.

Fabio Pierangeli e Lidia Sirianni (a cura di), CRONACHE DAL BIG-BANG. L’unica gioia al mondo è cominciare, Hacca
“... Alain Robbe-Grillet afferma che potremmo quasi scrivere tutta la storia della letteratura studiando soltanto gli incipit, perché la prima frase di un romanzo è una specie di contratto: un contratto di scrittura e lettura che pone lo statuto dell’autore in rapporto al mondo, e che permette al lettore di capire come leggere il libro”: noi lettori potremmo discutere degli anni interi sull’importanza o meno dell’inizio di un romanzo. Un mio amico, grande lettore, sostiene che gli incipit difficili servono al bravo scrittore per selezionare i proprio lettori. E’ un’idea che mi inquieta. Allora per cominciare il 2012 vi consiglio questo intelligente e stimolante saggio di Hacca, che vi regalerà dei bellissimi incipit, scelti e commentati da venti scrittori e soprattutto tante idee di lettura. Buon inizio!

Austin Wright, TONY & SUSAN, Adelphi (traduzione di Laura Noulian)
Non riesco a non essere attratta dai romanzi che giocano con la lettura: metaromanzi, protagonisti lettori o scrittori, storie incatenate che ti sfidano continuamente a non perdere le fila della storia. Quindi non potevo non gettarmi sulla riproposta di Adelphi di un classico molto celebrato e che non avevo mai letto. L’inizio non delude certo le aspettative e l’idea di raccontare un romanzo attraverso la lettura che ne fa l’ex moglie dell’autore è davvero notevole. Così Susan si trova incatenata alla storia di Tony, che si è visto rapire moglie e figlia durante un viaggio in autostrada, pensando costantemente all’uomo che ha sposato e poi lasciato, proprio a causa della sua ostinazione nel voler diventare scrittore. Austin Wright scrive una bella storia sulle sovrastrutture emotive che possono accompagnare la lettura, ma non riesce a mantenere ritmo e interesse sino alla fine. Però vale la pena leggerlo.

Raj Rao, AUTOBIOGRAFIA DI UN INDIANO IGNOTO, Metropoli d’Asia (traduttori vari)
I racconti dello scrittore indiano sono perfetti da portarsi in giro per riempire qualche noiosa attesa, ma hanno anche il vantaggio di poter essere letti tutti di seguito senza annoiare il lettore. Sono infatti estremamente versatili: quindici racconti polifonici, vivaci, imprevedibili che raccontano ansie, frustrazioni, manie dell’uomo contemporaneo, certo non solo indiano. Tra auto, macchine fotografiche, donne affascinanti e sfuggenti, uomini da invidiare, amare, sognare, uccidere, si muovono protagonisti che fanno insieme ridere e intenerire. Grazie a una scrittura varia, avvolgente, mai stonata. Anche solo il primo racconto, dove un venditore di auto, sosia di Salman Rushdie, decide di eliminare il famoso scrittore, vale la lettura del libro.

Jennifer Egan, IL TEMPO È UN BASTARDO, Minimum fax (trad. di Matteo Colombo)
Difficilmente penso all’autore quando leggo un libro: se lo evoco è per lo più per insultarlo. Una lettrice mi raccontava che una volta ha dovuto interrompere la lettura per alzarsi in piedi e applaudire lo scrittore. Mi è sembrata una scena buffa, io forse avrei applaudito il libro. Perché se quando leggo mi viene in mente l’autore, anche se molto bravo, è perché probabilmente si pavoneggia troppo delle sue doti narrative e questo mi irrita. Poi, come spesso succede, devo smentire me stessa e ammettere che sì, mi sarei alzata ad applaudire Jennifer Egan. Perché è riuscita a farmi stare in equilibrio su due piani apparentemente incompatibili: il pensiero costante della bravura dell’autrice e insieme tenermi comunque dentro alla storia. IL TEMPO È UN BASTARDO è un libro magistrale: polifonico come i classici sanno esserlo, un’epopea travestiva da telenovela, con i miti dei nostri tempi, musica, abiti, soldi, luoghi esclusivi, palazzi simboli del potere e però l’eterna lotta tra aspirazioni e realtà, tra talento e colpi di fortuna, dove ognuno trova il se stesso che è e quello che vorrebbe essere. Non vi racconto nulla della vicenda, non posso togliervi il piacere di scoprire i continui rimandi tra personaggi e storie, la ricchezza psicologia dei protagonisti, le azioni e le voci che vanno a comporre un romanzo unico come pochi che ho letto. Poi magari ci troviamo tutti insieme ad applaudire Jennifer Egan.

Ernest Van Der Kwast, MAMA TANDOORI, ISBN (trad. di Alessandra Liberati)
Era da tanto che non leggevo un libro così divertente e amaro insieme. L’autore, di madre indiana (e che madre!) e padre olandese, riesce a mettere insieme l’ossessione per il risparmio della madre con la disabilità del fratello maggiore; le ambizioni materne sui figli e la tacita sopportazione del padre; la moglie mussulmana del fratello e la storia della fuga della madre dall’India. Come già anticipa bene il titolo, è la mamma, con il suo carattere forte e fuori dal comune, il filo conduttore di tutte le vicende di questo spassoso e intelligente romanzo. Su un’unica cosa l’inarrestabile protagonista della storia aveva torto: se Ernest per accontentarla avesse deciso di non fare lo scrittore, sarebbe stato davvero un delitto imperdonabile.

Francesca Scotti, QUALCOSA DI SIMILE, Pequod
Quello che colpisce dei racconti di Francesca Scotti, già leggendo solo le prime pagine è la maturità stilistica, la pulizia precisa dello stile, la capacità di avvolgere il lettore in un'apparente quieta quotidianità, per poi via via aumentare il ritmo e dare la stoccata finale. Sottilmente annunciata, ma mai prevedibile e prevista. Incontriamo così una giovane donna ritornata da un periodo di cure, probabilmente psichiatriche, che vede spezzate le sue semplici aspirazioni per colpa di una torta, al centro di una scena ugualmente drammatica e umoristica; poi tocca all’incontro tra allieva e maestra di musica, in un commovente dialogo rotto dalla voce della bambina della giovane donna che tanto ha sofferto per l’abbandono subìto dalla sua insegnante; e ancora ragazze in vacanza da sole nella casa di una di loro, la non amica, quella meno amata. Scorrono i personaggi, scorrono i racconti con sempre un piccolo richiamo tra l’uno e l’altro come se l’autrice lanciasse un gioco che il lettore si diverte a seguire cercando gli indizi di parentela tra una storia e l’altra. Una lettura che conforta sul futuro della narrativa italiana.

Chris Cleave, PICCOLA APE, Bompiani (trad. di Alberto Cristofori)
“Questo è il momento. Anche per una ragazza come me giunge un giorno in cui può smettere di sopravvivere e incominciare a vivere”. Sempre sospeso tra il dramma e la commedia, in un alternarsi a volte frenetico dei due registri narrativi, il romanzo di Cleave impedisce al lettore già dalle prime righe di abbandonare la lettura. La storia è quella di Little Bee, un'adolescente nigeriana, che insieme ad altre tre immigrate esce dal centro di detenzione temporanea in cui ha vissuto per due anni. Non sapendo dove andare, senza documenti, telefona alle uniche persone che conosce in Gran Bretagna, Andrew e Sarah O'Rourke, che due anni prima in Africa le hanno salvato la vita. La vita di tutti subisce un contraccolpo, e Little Bee e Sarah si trovano al centro di uno scontro politico, economico e sociale molto più grande di loro. Chris Cleave è veramente bravo nel raccontare una storia estremamente realistica con un linguaggio vero, ironico, che strappa spesso il sorriso nonostante la drammaticità della vicenda.

Rose Tremain, LA CASA DELLA SETA, Tropea (trad. di M.B. Piccioli)
Dopo il bellissimo IN CERCA DI UNA VITA, attendevo con ansia il nuovo libro di Rose Tremain, che è riuscita a sorprendermi. Dal clima urbano del romanzo precedente ora infatti la scrittrice inglese ci immerge nella campagna silenziosa e isolata del sud della Francia. Qui si incrociano i destini degli abitanti di una vecchia casa colonica, il Mas Lunel, dove un tempo si allevavano bachi da seta, e quello dei fratelli Verey, intenzionati ad acquistare la casa. Sono due coppie di fratello e sorella accomunati da infanzie dolorose, anche se molto diverse. Aramon e Audrun condividono un segreto e una sofferenza che ha rovinato per sempre le loro esistenze, mentre gli inglesi Vittoria e Anthony, pur nel benessere economico, hanno dovuto fare i conti con una madre anaffettiva ed egoista. La vicenda di questo romanzo gotico rurale si gioca tutta intorno alla casa, dove non si smette mai di respirare il pesante fardello delle azioni dei genitori che ricadono sempre moltiplicate sui destini dei figli.

Nina Sankovitch, SE PER UN ANNO UNA LETTRICE. LA VITA. UN LIBRO ALLA VOLTA, BUR (trad. di Eleonora Cadelli)
“... avevo bisogno di leggere un libro al giorno. Avevo bisogno di sedermi, fermarmi e leggere. Avevo trascorso gli ultimi tre anni di corsa, riempiendo la mia vita e la vita dei membri della mia famiglia con attività, progetti e movimento, movimento costante e nonostante questo... non potevo scappare dalla sofferenza e dal dolore. Era giunto il momento di smettere di correre. Era giunto il momento di cominciare a leggere”: questo il progetto realizzato da Nina Sankovitch, che però non ci racconta pedissequamente il suo “un libro al giorno”, ma attraverso la lettura racconta la storia sua e della sua famiglia e il ruolo che hanno avuto i libri nelle loro vite. Anche se forse l’obiettivo che si è prefissata Nina può sembrare una forma di dipendenza come l’alcool e le droghe, in realtà il valore del libro sta nelle tante letture che hanno scandito la vita della protagonista, raccontate come solo un lettore sa fare.

Lydia Davis, CREATURE NEL GIARDINO, BUR (trad. di Adelaide Cioni)
“Conosciamo solo quattro persone noiose. Il resto dei nostri amici li troviamo molto interessanti. La maggior parte degli amici che troviamo interessanti però ci trovano noiosi: i più interessanti sono quelli che ci trovano più noiosi...”. Non chiedetemi che libro sia perché non l’ho capito. So solo che è riuscito a sorprendermi e spiazzarmi e anche per questo mi è piaciuto. Lydia Davis, vincitrice del National Book Award nel 2007, ci e si diverte a mettere insieme racconti, riflessioni, ironiche considerazioni in un libro difficilmente definibile che può anche sembrare un'unica grande storia sul mondo intero e soprattutto sui suoi abitanti.

Jon Kalman Stefansson, PARADISO E INFERNO, Iperborea (trad. di Silvia Cosimini)
“I mesi che passava lontano da casa erano interamente dedicati al lavoro, alla lotta per la sopravvivenza e per tenere lontana la miseria, ma il tempo libero era dedicato alla lettura. Eravamo incorreggibili. Pensavamo sempre ai libri, a imparare, eravamo tutti eccitati, completamente esaltati se sentivamo parlare di un nuovo libro interessante, immaginavamo come potesse essere, discutevamo del possibile argomento la sera, dopo che vi eravate addormentati”.
Unica controindicazione per questo poetico, intenso e originale romanzo è... il freddo. Se ne soffrite, procurate una calda coperta in cui avvolgervi per leggere di un paese ostaggio della natura più primitiva e impietosa. Anche se “chi abita in questa valle vede solo frammenti di cielo. Per orizzonte ha le montagne e i sogni”.

Varujan Vosganian, IL LIBRO DEI SUSSURRI, Keller (trad. di Anita Natascia Pernacchia)
Non posso dirlo con parole mie. Ho letto questo libro ormai da più di un mese, ma non riesco a scriverne niente perché mi sembra in qualche modo di profanarlo, di non rendere minimamente il suo valore. Quindi faccio così: vi rimando alla bellissima recensione dell’amica Marilia Piccone su stradanove e vi do l’inizio, così potete cominciare a leggere e non finire più. “Io sono, più di ogni altra cosa, quel che non sono riuscito a compiere. La più vera delle vite che indosso, come un fascio di serpenti annodato a un’estremità, è la vita non vissuta. Sono un uomo che su questa terra ha vissuto immensamente. E nella stessa misura non ha vissuto”.

Siddhartha Mukherjee, L’IMPERATORE DEL MALE. UNA BIOGRAFIA DEL CANCRO, Neri pozza (trad. di Roberto Serrai)
Non mi aveva assolutamente sfiorato l’idea di leggere il libro di Mukherjee. Non per sfiducia, ma semplicemente perché pensavo non mi interessasse minimamente un tomo di più di 800 pagine sul cancro. Non perché non sia stata toccata o sia insensibile al problema, ma perché pensavo che il libro non avesse nessun valore letterario o che comunque non potessi utilizzarlo per il mio lavoro con i lettori di narrativa. Quanto mi sbagliavo! Spinta dal fatto che il libro ha vinto il Pulitzer 2011, premio di cui mi fido abbastanza, ho deciso di assaggiarne almeno qualche pagina. Conclusione: in due giorni l’ho finito leggendolo in tutti i momenti liberi che avevo. L’imperatore del male è un opera letteraria e l’oncologo americano è un vero scrittore. “L’imperatore del male” è una grande saga sulla lotta alla malattia dove risaltano personaggi descritti con maestria e un senso del racconto e del ritmo notevoli. Non dico che vi dimenticherete del protagonista vero del libro, ma ricorderete soprattutto i pazienti, i medici, i biologi, i politici, gli scienziati coinvolti nella lotta alla terribile malattia, raccontati con partecipata leggerezza.

Josephine Angelini, STARCROSSED, Giunti (trad. di Marco Rossari)
L’impresa non era facile: mettere in scena la mitologia classica senza snaturarla; coinvolgere i lettori young adult senza fare mancare loro avventura, amore, mistero; creare una storia insieme mitologica e credibile; fare venire voglia magari di leggere o rileggere le tragedie greche, ma senza farle troppo rimpiangere. Un’impresa quasi titanica che Josephine Angelini, pur con qualche sbavatura, si porta a casa con leggerezza, con un romanzo con tanti livelli di lettura che conquisterà le lettrici di Twilight, ma anche lettori più scettici e alla ricerca di qualche novità. Perché la storia di Helen che sente sempre il fortissimo impulso di attaccare Lucas, un nuovo compagno di classe, ha origini molto profonde che via via si ha voglia di scoprire. E alla fine viene davvero voglia di capire chi sono le Erinni e le Parche e magari di scoprire che Eschilo può essere un buona fonte di letture per i giovani lettori.

Carol Shields, L’AMORE È UNA REPUBBLICA, Voland (trad. di Barbara Ronca)
“Fay ha notato che l’amore, nei romanzi rosa vecchio stile e nei film moderni, viene considerato una specie di suprema benedizione, accompagnata di solito da ottima salute, un lavoro soddisfacente, armadi pieni di vestiti e, soprattutto, una sostanziale assenza di altre persone… I dolori e gli espedienti degli innamorati dei film o dei libri appartengono solo a loro, un cerchio chiuso, una simmetria di corpi e desideri, un inverso circolare a accogliente retto da leggi proprie. Ma non c’è niente di vero in questo. Il mondo non si mette in un angolo. Invece preme sempre di più”. Si può ancora scrivere un romanzo d’amore intelligente, intrigante e pieno di colpi di scena verosimili e osservazioni condivisibili e mai banali sul matrimonio? Ci riesce la scrittrice canadese con i punti di vista di Fay, incostante sentimentalmente e dedita allo studio delle sirene, assolutamente allergica ai legami a lungo termine e Tom, al contrario, convinto assertore del matrimonio, tanto che a quarant’anni ne ha già collezionati tre. I due sono destinati ad incontrarsi ma non sarà come potreste facilmente immaginare...

Craig Silvey, JASPER JONES, Giano (trad. M. Rossari)
Tanto Charlie è affidabile, tranquillo, educato, il classico bravo ragazzo che rende orgogliosa la sua famiglia tanto Jasper Jones è considerato un tipo da non frequentare perché è un Ladro, un Bugiardo, un Delinquente, un Perdigiorno. È pigro e inaffidabile. È un selvaggio e un orfano, o almeno cosi pare. Cosa fanno allora insieme i due ragazzi? Il racconto di un’estate sconvolgente in un un romanzo intenso, ricco, paragonato alle opere di quel Mark Twain che Charlie ritiene un maestro di vita. Jasper Jones infatti è un romanzo di formazione autentico e avvincente che conquisterà i ragazzi e farà tornare all’adolescenza gli adulti.

Katherine Min, MONDO DI SECONDA MANO, 66thand2nd (trad. di Francesca Toticchi)
“Nasciamo in un mondo di seconda mano. Tutto ciò che per noi è nuovo lo è solo perché siamo appena nati. Ma è quello che non possiamo vedere, tutto quello che è avvenuto prima di noi – ciò che i nostri genitori hanno visto, sono diventati e hanno fatto – che ci avvolge come fasce smesse che qualcuno ci ha passato, anche se siamo ancora nudi”. Incomunicabilità, passaggio, notturno, intimità, tempi bui, accusa, indecisione: anche i titoli dei capitoli sono parole chiave del rapporto genitori-figli che permea tutto questo straordinario romanzo, con al centro la figura dell’adolescente Isa. Schiacciata tra le personalità potenti dei suoi genitori e un lutto che devasta l’intera famiglia, Isa affida all’amicizia, alla lettura e all’amore per Hero la disperata ricerca di una sua identità. Che non sia quella sognata dalla madre o quella degli insulti di “muso giallo” che riceve a scuola. Ma ci si può liberare delle proprie origini? “Mi venne in mente… che forse ero davvero due figlie diverse, o – per la precisione – mezza figlia per ognuno dei miei genitori… perché per i miei genitori era solo metà di qualcosa e non sarei mai potuta essere completa ai loro occhi”.

Juan Villoso, IL LIBRO SELVAGGIO, Salani
“... i libri sono come gli specchi: ciascuno ci vede quello che ha in testa. Il problema è che scopri quello che hai dentro soltanto quando leggi il libro giusto. I libri sono specchi indiscreti e temerari: ti fanno uscire le idee più originali, stimolano pensieri che non sapevi di avere. Quando non leggi, quelle idee restano chiuse nella tua testa. Non servono a niente”. I libri sono protagonisti di questo romanzo poetico e intrigante che vede il quattordicenne Juan, costretto a passare l’estate nella casa dello zio Tito, un bibliofilo buffo e originale. Nel labirinto della sua biblioteca Juan scoprirà di essere un lettore speciale, capace di arrivare al cuore dei libri. E quindi in grado di riuscire nell’impresa sempre sognata dallo zio: trovare il libro selvaggio. Ma Juan vivrà anche il primo amore e avrà modo di riflettere sulla complessa situazione della sua famiglia con una nuova e più matura consapevolezza.

Dorothy Stevenson, IL LIBRO DI MISS BUNCLE, Astoria
Miss Barbara Buncle conduce un’esistenza ordinaria nel villaggio di Rivargenton, tra le passeggiate mattutine, i tristi tè a casa della donna più in vista del paese e le faccende domestiche divise con la fedele e saggia Dorcas. Anche se ancora giovane passa praticamente inosservata per gli abiti goffi e spenti e l’abitudine di non intervenire mai nella discussioni. Siamo nei primi anni trenta del Novecento e la crisi economica non tarda a farsi sentire, così un giorno Miss Buncle si accorge che la rendita con ci vive si fa scarsa e che per andare avanti deve inventarsi qualcosa. Decide allora di provare a scrivere un libro. E ci riesce benissimo. Il romanzo, pubblicato con lo pseudonimo di John Smith, diventa un bestseller. Il problema è che la giovane donna ha raccontato fedelmente i suoi concittadini, con i loro vizi e virtù registrati con grande realismo. Nel villaggio si apre la caccia all’autore del libro e per Barbara la vita non è certo più così noiosa. Anzi!

Salvatore Scibona, LA FINE, 66thand2nd
Scrivere questa recensione è quasi imbarazzante. Ma non posso non segnalarvi un vero scrittore come Salvatore Scibona. Mi sento però davvero inadeguata a parlare del suo "La fine" perché, come potrete leggere sul sito del suo editore italiano, sono uscite delle recensioni magnifiche, davvero al pari del romanzo. In particolare leggete quella che gli ha dedicato Gabriele Romagnoli, è davvero perfetta. E c’è poco da aggiungere. La fine vi lascerà spiazzati perché è un libro difficile da dimenticare per l'intensità della storia e soprattuto per la scrittura densa ed elegante. Tanto che l'autore è stato inserito tra i venti migliori scrittori americani under 40. Salvatore Scibona irretisce il lettore con le vite dei suoi protagonisti, immigrati italiani nell’America degli anni Cinquanta legati da una serie di legami e situazioni, molte delle quali si svelano solo alla fine del romanzo. Sembra da subito di entrare in un romanzo classico, in un racconto epico di esistenze rese immortali dalla letteratura.

Dubravska Ugresic, BABA JAGA HA FATTO L’UOVO, Nottetempo
“Tutte le culture primitive sapevano come comportarsi con la vecchiaia. Le regole erano semplici: quando i vecchi non erano più di alcuna utilità, venivano lasciati morire oppure venivano aiutati a passare all’altro mondo… Mentre gli ipocriti di oggi, che inorridiscono di fronte alla barbarie delle usanze di una volta, terrorizzano i loro vecchi senza un briciolo di rimorso di coscienza. Non sono in grado di ucciderli, né di occuparsene, né di costruire per loro istituzioni adeguate, né di organizzare un servizio di assistenza adeguato. Li lasciano a morire di noia in stanze solitarie, nelle case di riposo…”: ecco una riflessione di Pupa, una delle protagoniste di questo originale romanzo dedicato proprio alla vecchiaia. Di vecchi infatti è piena la narrazione che ora procede come una fiaba della tradizione orale con degli stacchi rubati ai cantastorie; ora è un viaggio nel passato per resuscitare la memoria della madre, ora un saggio ironico e spassoso sulla Baba Jaga.

Manuele Fior, CINQUEMILA CHILOMETRI AL SECONDO, Coconino Press-Fandango
Quello che colpisce subito sono i colori, che segnano anche lo scorrere temporale della storia. Grafic novel eletta miglior libro dell’anno ad Angouleme 2011, il più prestigioso premio dedicato al genere, Cinquemila chilometri al secondo è il ritratto di una generazione che potrebbe appartenere ad ognuno di noi. Anche se Lucia, Piero e Nicola sono chiaramente ragazzi del nostro tempo, in cerca di lavoro, identità, certezze e libertà, la loro storia in realtà, per i sentimenti più profondi, appartiene alla magia e alla maledizione della giovinezza in generale. Ma al dià della vicenza emblematica, poetica e dura insieme, sono le immagini di Fiori che riescono a raccontare pensieri e sentimenti dei suoi protagonisti.

Posy Simmonds, TAMARA DREWE, Nottetempo
Dovendo trovare le parole chiave per questa graphic novel in qualche modo un po’ anomala perché ci sono pagine di diario immagini, dialoghi, articoli di giornale, non si avrebbe che l’imbarazzo della scelta. Degli scrittori e del loro narcisismo, del matrimonio e della fedeltà, di bellezza e seduzione, di noia e stupidità adolescenziale, di mucche e cani, di cucina rustica e abiti sformati, e di tanto altro racconta Posy Simmonds grazie a personaggi ben costruiti, ritratti durante un anno trascorso a Stonefield, una fattoria adattata a ritiro per scrittori. “Il mondo di Posy è un mosaico di campi, staccionate e mucche, di arguzia e complessità, di umorismo e tragedie, di personaggi che sono insieme ridicoli e adorabili." Così il regista inglese Stephen Frears che ha tratto dalla graphic novel una black comedy e che racconta davvero bene il clima ironico e intrigante del libro. Davvero da non perdere.

M. C. Beaton, AGATHA RAISIN E LA QUICHE LETALE, Astoria
“Agatha aveva cinquantatré anni, capelli di un castano scialbo, un viso quadrato e insignificante, corporatura tozza. Nelle pubbliche relazioni è utile avere un certo fascino, e Agatha ne era del tutto sprovvista. I risultati li otteneva applicando in modo alternato la tecnica poliziotto buono-poliziotto cattivo; ora faceva la prepotente ora la ruffiana per conto dei suoi clienti”: Agatha Raisin, chiude la società di PR, che le ha permesso di guadagnare un bel po' di soldi, lascia Londra e si trasferisce nei Cotswolds. Ma una come lei potrà trasformarsi in una gentildonna di campagna? Sembra molto difficile. Se poi, appena arrivata, viene subito guardata con sospetto perché coinvolta in un avvelenamento culinario, per Agatha cominciano davvero giorni molto diversi da quelli che si era immaginata e si fa strada la nostalgia per la metropoli. Fino a quando non decide di indagare lei stessa sul presunto omicidio. Cominciate ad abituarvi a questa investigatrice, nel primo di una lunga serie di gialli, ironici e leggeri, intelligenti e sarcastici.

Ricardo Menedez Salmon, IL CORRETTORE, Marcos y marcos
“Anch’io avevo perso prematuramente le speranze. Anch’io mi ero arreso all’apatia della fine dei tempi. Anch’io avevo pensato che la filosofia non contava più. Che l’arte non contava più. Che la bellezza non contava più. Che tutte le discipline erano morte. Che restava soltanto quello che dettavano le grandi multinazionali, una manciata di notizie concertate ogni giorno tra governi e organizzazioni occulte, invisibili agli occhi dell’uomo comune, che muovevano i fili e dirigevano il mondo, le cose che importavano davvero la Borsa, i pozzi di petrolio, la corsa allo spazio. Il resto era secondario: sarebbero potuti scomparire interi pezzi di realtà e non sarebbe successo niente. .. La letteratura. A chi mai poteva interessare. Chi aveva bisogno di libri per vivere?” La mattina dell'11 marzo 2004 Vladimir corregge le bozze dei Demoni di Dostoevskij quando arriva la notizia dell’attentato ferroviario nella stazione di Atocha, centinaia di morti, migliaia di feriti. Ma che senso ha la letteratura di fronte a una tale tragedia? Un romanzo che è una profonda riflessione sul senso della vita ma anche una grande storia d’amore coniugale e il racconto di una intensa passione per la lettura: “La nostra vita, tutta intera, dall’alba fino all’ora del lupo, è una grande menzogna, un’ombra, una farsa… Per abitare questa menzogna, per riconciliarci con quell’ombra e quella farsa, per conciliare tutto quel che sappiamo con tutto quello che possiamo sopportare di sapere, è per questo che esistono cose come la letteratura”. Come dargli torto?

Martin Suter, COM’È PICCOLO IL MONDO!, Sellerio
Parafrasando il titolo, il romanzo sembra voler dire che ogni segreto, anche sepolto ormai da decenni, può sempre venire a galla.
E’ quello che teme Elvira Senn, ricca ereditiera dei potenti Koch, famiglia di magnati svizzeri dell'industria e della finanza, che tenta in tutti i modi di neutralizzare il povero Konrad Lang, detto Ko-ni, cresciuto come parente povero insieme a Thomas (Tomi) Koch. "Il figlio di una nostra ex domestica che mia madre aiuta” vive infatti all’ombra del icco erede, schiavo dei suoi capricci e privato di una sua esistenza autonoma. Finché l’Alzheimer non risveglia antichi ricordi...

Laila Wadia, COME DIVENTARE ITALIANI IN 24 ORE. IL DIARIO DI UN’ASPIRANTE ITALIANA, Barbera
“Il quotidiano di provincia si legge per il suo valore ludico” sentenziò il mio professore d’italiano all’Università... Ora so che i giornali locali si leggono principalmente per sapere chi è morto e per il sudoku”: Laila Wadia mette a frutto la sua decennale esperienza di “migrante” per misurare il Ql (Quoziente d'Italianità) ideale per essere perfettamente integrati nel Bel Paese. La lettura spassosa e ironica è anche frutto di un notevole talento narrativo e di una capacità di osservazione e comprensione dei comportamenti tipici degli italiani: “Gli italiani sognano forse più degli altri – ed è probabilmente questo l’ elisir del paese. I poveri sognano di vincere la lotteria, i ragazzi sognano un lavoro fisso, i vecchi sognano di arrivare fino alla fine del mese con la pensione sociale, i ricchi sognano la residenza a Montecarlo, ma tutti gli abitanti del Belpaese sognano di vincere nuovamente il mondiale e di tornare alla cara vecchia lira ed ad un mondo dove tutto costava la metà, persino questo libro”.

Sharma Bulbul, GARAM MASALA, O Barra O
“Le donne sapevano che c’era una storia in arrivo e si sedettero ad ascoltare. Si erano messe più comode, ma con le mani continuavano a fare a pezzetti e a pulire le verdure. Era la prima storia del mattino e tutte speravano che non fosse una storia triste. Quelle tristi sarebbero venute poi, e poi altre ancora, dolci o amare, storie di rabbia, perché ognuna ne avrebbe raccontata una. Cinque storie tagliando la verdura, una mondando il riso e magari due mescolando il kheer… Nessuno poteva dire quante storie avrebbe regalato quel giorno”. Le storie e il cibo, quale migliore connubio? E leggendo i raffinati racconti della scrittrice indiana viene sempre più fame di storie, di conoscere le vite delle donne che si trovano, con una ritualità precisa e religiosa, a preparare i cibi per una celebrazione funebre.

Gabriella Giandelli, INTERIORAE, Coconino press
“Le case sono organismi, vanno tenute in vita. Con l’energia dei sogni di chi ci abita. Ogni palazzo ha nelle sue viscere il Grande Buio. Io conosco tutti i segreti, le cose più intime. Chi legge nei sogni sa le ragioni di chi vive”. Un condominio come tanti, abitato da varia umanità: Angela vicina alla morte, ma la più ricca di sogni; due tenere adolescenti, un ragazzo forse perduto, una donna triste e insoddisfatta e Tino, un bambino speciale, l’unico che può vedere e sentire il coniglio, emissario alla ricerca dei sogni che alimentano il Grande Buio. Un graphic novel sontuoso, dove le immagini si fondono perfettamente a una storia immaginifica e toccante.

Viola Di Grado, SETTANTA ACRILICO TRENTA LANA, e/o
Che poi alla fine piaccia o meno non si può però assolutamente rimanere indifferenti di fronte a questo romanzo d’esordio, caratterizzato da una scrittura potente e mai banale.
Camelia vive con la madre a Leeds, una città in cui "l'inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c'era prima". Traduce manuali di istruzioni per lavatrici, mentre la madre fotografa ossessivamente buchi di ogni tipo. Entrambe segnate da un trauma, comunicano con un alfabeto fatto di sguardi. Ma quello che colpisce in questa storia è la capacità di immergere il lettore in un luogo e in un clima claustrofobico e opprimente con delle immagini e metafore indimenticabili.

Gordon Reece, TOPI, Giunti
“No, l’arte, la musica e la poesia non rispecchiavano assolutamente la realtà. Erano solo un rifugio per codardi, un’illusione per chi era troppo debole per affrontare la verità. Nel tentativo di assorbire questa “cultura” non avevo fatto altro che diventare debole, debole e impotente, incapace di difendermi contro le bestie umane che popolavano questa giungla del ventunesimo secolo”: una ragazzina vittima di un gruppo di scaltre bulle, degna erede di una madre sconfitta di fronte all’offensivo divorzio impostole dal marito e sempre sfruttata da colleghi e datori di lavoro. Shelley 16 anni e sua madre, dolci e intelligenti, in fondo sono nate topi e i topi hanno bisogno di un nascondiglio per sottrarsi agli artigli dei gatti. Gordon Reece riesce a raccontare una storia di umiliazioni e soprusi quotidiani senza eccessivo sentimentalismo e un perfetto equilibrio tra i caratteri e i comportamenti dei vari protagonisti.

Jens Grondal, QUATTRO GIORNI DI MARZO, Marsilio
Ingrid Dreyer è una donna di quarantotto anni, subissata di impegni, separata dal marito e madre ormai single di Jonas, quindici anni. Una telefonata improvvisa che la raggiunge nella camera d'albergo di Stoccolma, dove si trova per un viaggio di lavoro, la getta in una crisi d'identità: suo figlio si è reso colpevole dell'aggressione di un ragazzo di origine araba ed è stato arrestato. Mentre torna a casa, a Copenaghen, Ingrid si abbandona al fatale esame di coscienza: perché le cose sono andate così? Perché sente di essere sempre più con le spalle al muro, come donna e come madre, e ritiene che la sua vita sia un fallimento? Seguire le sincere pulsioni del cuore alla fine quindi non ha pagato. Sarebbe stato meglio seguire le ragioni sociali e mantenere insieme marito e amante? Attraverso i quattro giorni successivi alla telefonata Ingrid indaga la sua vita anche attraverso quelle della madre e della nonna per trovare una sorta di filo affettivo ed esistenziale che possa darle qualche risposta. Una vicenda familiare e generazionale raccontata con il passo della grande letteratura.

John Irving, ULTIMA NOTTE A TWISTED RIVER, Rizzoli
Succede solo con i romanzi migliori di estraniarsi completamente dalla proprio realtà e vivere come una sorta di esistenza parallela dentro la storia. Succede con il nuovo romanzo di John Irving che ci trasporta nelle segherie dello Iowa, nell’America delle foreste sterminate e dei pionieri, e poi nelle università americane grazie a due personaggi di origine italiana, o meglio siciliana, a cui è impossibile rimanere indifferenti. La storia della fuga di Dominic Baciagalupo e di suo figlio Danny, proprio a causa dell’ultima notte del titolo, ha il sapore epico dei grandi romanzi, che non ti lasciano tregua e ti chiamano continuamente alla lettura. E sono tantissimi gli elementi che rendono il romanzo irresistibile, dall’ambientazione naturale e implacabile; ai protagonisti così maschili e complessi, dal gioco letterario di farci incontrare altri scrittori come Vonnegut e Cheever alla capacità di sorprendere sempre il lettore. Insomma tanti motivi per leggerlo e nessuno per non farlo.

Gilberto Severini, A COSA SERVONO GLI AMORI INFELICI, Playground
“Si sa tutto sugli innamorati infelici, niente o pochissimo sui destinatari di amori impossibili da ricambiare. Sugli amati infelici. Anche questa può essere una condizione di grande avvilimento”. Autore molto stimato, al quale è riconosciuto un indubbio talento letterario, Gilberto Severini sublima le caratteristiche della sua scrittura in questo romanzo pacato e intenso, affilato e suadente. Alla vigilia del nuovo millennio, un cinquantenne si trova in un reparto di rianimazione cardiaca in attesa di un delicato intervento. Nella lunga attesa decide di non ricevere visite e passa il tempo, oltre che ad osservare quello che gli accade intorno, a scrivere tre lettere a tre figure fondamentali per la sua vita. Con uno sguardo lucido su se stesso e la società in cui viviamo. Bellissimo.

Yirmi Pinkus, IL FOLLE CABARET DEL PROFESSOR FABRIKANT, Cargo
Questo è uno di quei romanzi che ti riconciliano con la lettura. E che ti viene voglia di consigliare a tutti anche mentre lo stai ancora leggendo. Intanto fidatevi del tono propiziatorio del titolo che già anticipa come questo fulminante d'esordio sia un incredibile cabaret di fantasia, invenzione, sentimenti, humour e ricostruzione storica. Pieno di dialoghi piccanti, gag e battute, umorismo ebraico e ironia yiddish, vivace e coinvolgente, mette in scena tutta la vasta gamma dei sentimenti umani, deliziando e viziando qualsiasi lettore. Il protagonista poi, metà artista, metà filantropo rientra tra le figure indimenticabili della grande letteratura. Markus Fabrikant, infatti, delude la sua benestante famiglia decidendo di fondare una compagnia di teatro itinerante in lingua yiddish e di arruolare come artiste bambine ebree di talento salvate dagli orfanotrofi rumeni. Cominciamo così via via a conoscere Ester, Perla, Mimi, Gina piccola e Gina grande, personaggi straordinari ritratti con uno stile lieve e immediato, apparentemente semplice, ma in realtà raffinato e musicale come le rappresentazioni proposte dal cabaret. Un romanzo vero e toccante, giocoso e inteso, un piccolo capolavoro polifonico, da leggere assolutamente.

Angelo Orlando Meloni, IO NON CI VOLEVO VENIRE QUI, Del Vecchio
Un libro comprato a Pisa Book, che si è rivelato un’ottima lettura per il viaggio di ritorno. Il sottotitolo recita: “Breve manuale di autodistruzione per il conseguimento della felicità” e, grazie all’ironia e all’acutezza della narrazione, potrebbe davvero funzionare. In realtà il romanzo del talentuoso scrittore siciliano è una parodia tenera e mai banale del mondo cosiddetto “culturale” italiano, nella sua accezione apparentemente più provinciale, ma per questo forse più vera e sofferta. Non si fa infatti mancare nulla il protagonista che si cimenta con la musica, il teatro e la scrittura. A questo riguardo, come ci avverte l’aspitante scrittore e sceneggiatore: “Un importante istituto di ricerca ha dimostrato che due individui su tre a un certo punto della loro vita scrivono una storia. La medesima indagine ha riscontrato che la storia è più o meno sempre la stessa”. Se volete sapere quale, leggete questo ironico romanzo, che riesce a raccontare senza ridondanti pietismi o eccessivi voli pindarici una generazione priva di punti di riferimento, capace però di distinguere ciò che vale o non vale, ma obbligata a fingere e ad adeguarsi al sistema dominante. Come quella delle raccomandazioni o delle scuole di scrittura, qui parodiate ma non troppo.

David Small, STITCHES, Rizzoli Lizard
Ci sono delle coincidenze nella vita a cui bisogna arrendersi e non lasciarsi sfuggire. Una riguarda me, questo sito e l’immagine che trovate in homepage e anche in giro per le pagine. E’ tratta da un libro per bambini che si intitola La biblioteca, scritto da Sarah Stewart e illustrato da David Small. L’ha pubblicato in Italia Mondadori qualche anno fa e ho subito pensato che la lettrice con il carrettino pieno di libri in copertina ero proprio io. Così quando è nata l’idea del sito lettoreambulante, nonostante le offerte molto gentili e generose di amiche e amici illustratori per regalarmi un’immagine, ho pensato di tentare di chiedere a David Small il permesso di usare proprio quella. Sapevo che è un illustratore di fama mondiale, ma ho pensato che tentare non mi costava nulla. Nel giro di poche ore mi ha risposto e quello che mi ha scritto sarebbe da archiviare nel settore “più sono grandi, più lo sono in tutto”. Non farete fatica a scoprire la risposta, se siete entrati nel sito. Naturalmente non ringrazierò mai abbastanza David Small per la disponibilità e il tono amichevole ed entusiasta. Ma non è finita qui. Dopo qualche settimana dal nostro scambio di mail, leggo, credo sul Venerdì di Repubblica, dell’uscita del suo graphic novel Stitches, che mi sono subito procurata e che ho trovato incredibile. Adesso penso possiate perdonare l’ampia prefazione alla recensione, ma non potevo proprio non raccontarvi questa storia. Con il graphic novel "Stitches" David Small, oltre a convincere critica e lettori concorre al prestigioso Eisner Award 2010 con due nomination per Best Reality-Based Work e Best Writer/Artist-Nonfiction. Autore di The Journey e illustratore di decine di libri per bambini, in Stiches lo scrittore americano riesce a raccontare la sua drammatica infanzia, segnata dalla mancanza di amore da parte in particolare della madre, senza pietismi o eccessiva durezza, ma con una veridicità dolorosa e immediata. Grazie anche a un caleidoscopio di immagini folgoranti che viaggiano tra l'incubo e la fiaba, tra l'assurdità del reale e la salvezza della fantasia. Alla fine della lettura la sensazione è quella di avere letto un lungo e intenso romanzo le cui immagini non abbandoneranno mente e cuore del lettore.

Gabriele Romagnoli, UN TUFFO NELLA LUCE, Mondadori
“Ciò che resta implicito fonda le relazioni che durano, o le salva”. La frase pescata nel nuovo romanzo di Gabriele Romagnoli è perfetta anche per definire il rapporto che si crea tra le pagine e il lettore in Un tuffo nella luce, dove siete chiamati a riscrivere davvero il libro che state leggendo. Romagnoli infatti riesce a tenere un equilibrio perfetto (non a caso trovate in epigrafe una frase del funambolo Philippe Petit) tra azioni e pensieri dei personaggi, lasciando al lettore i suoi meritati canali di interpretazione. E sono molte le finestre emotive e interpretative che apre questo romanzo sofferto ed intenso, che merita quindi più di una lettura. Dal tentativo del protagonista di evitare ogni dolore, chiudendosi in un attico inaccessibile e fuggendo ogni contatto umano; alle casualità a cui non si può sfuggire, che regalano al racconto sempre nuovi cambi di punti di vista. Da una New York “puntaspilli in cui sono conficcati palazzi, uno spreco di luci, colori, gesti” all’attentato alle due torri che ricorda come “anche nelle persone buone ci soni istinti e desideri terribili. Anche le persone buone possono fare cose terribili”. E’ un romanzo che procede per azioni e così rappresenta al meglio i personaggi, rendendoli tutti, dal protagonista Benny a Kim, da Nabil a El Nino plausibili e vivi. E’ anche un romanzo di cose (il biglietto della lotteria, la chiave d’oro, Il telescopio, le vetrate tappezzate di scritte) che parlano dei sentimenti delle persone e vogliono quasi diventare un grido di rivolta perché l’assenza di futuro non diventi un alibi per adeguarsi a qualsiasi presente. Così Romagnoli fonda più di una relazione duratura con il lettore.

Rebecca West, LA FAMIGLIA AUBREY, Mattioli 1885
Primo di una trilogia che ripercorre le travagliate vicissitudini di una famiglia di artisti, il romanzo di Rebecca West riporta al clima e alla raffinata letteratura dell’Ottocento.
Le vicende familiari degli Audrey, segnate dalla genialità e dalla sconsideratezza del capo famiglia giornalista e dal talento musicale e finanziario della madre, scorrono con sullo sfondo le tensioni sociali e le inquietudini di un'Europa alle soglie del Novecento.
La penna di Rebecca West sa seguire in particolare le sorelle Audrey nel loro percorso di crescita e di confronto con la dura realtà della società in cui vivono.

Sergio Ferrero, OPERAZIONE CANARINO, Salani
Un dattiloscritto inedito di Sergio Ferrero, ritrovato in un baule tra le sue carte viene ora pubblicato in una veste adatta a giovani e meno giovani lettori.
La storia dal sapore antico, ma dai sentimenti modernissimi vede protagonisti due ragazzini curiosi e la scomparsa di un amato canarino.
Sullo sfondo la Milano degli anni Settanta, la passione per l’opera e l’artigianato.
Il racconto è l’omaggio a un grande e raffinato letterato, ma anche l’occasione per cominciare a conoscerlo e riscoprirlo.

Chiara Valerio, SPIAGGIA LIBERA TUTTI, Laterza
Sarà perché conoscendola di persona da una parte ce la trovi tutta e dall’altra sei sicura che anche chi non la conosce non potrà non amarla, letterariamente s’intende. Sarà perché Scauri potrebbe essere Mantova o qualunque luogo di provincia dove il bello che c’è è scontato e il brutto sempre sottolineato. Sarà soprattutto perché è un bel libro che riesce a trasformare incontri e sensazioni personali in letteratura e trasmetterli così al lettore, ma questo libro di Chiara Valerio è da leggere, diffondere, regalare. E’ difficile, anzi quasi impossibile da raccontare. Per cui il piacere lo lascio tutto a voi. Ci troverete naturalmente Scauri, la vita di provincia, tanti libri e scrittori, a partire da Fabrizia Ramondino che proprio lì in spiaggia, è morta, ma anche tanti giovani alla ricerca del loro futuro, motorini scassati, personaggi famosi, antiche ricette, gelati, matrimoni, poesie e tante illusioni perché “Scauri è un po’ come Macondo ma ha lo stesso microclima delle isole Cayman (9156 km), solo che ci sono meno banche, il Mediterraneo non è il Mar delle Antille e Cristoforo Colombo non aveva nessun interesse a scoprirci”.

Penelope Lively, UN POSTO PERFETTO, Guanda
Confesso la mia debolezza e riconosco l’assurdità dell’affermazione, ma questo libro andrebbe segnalato anche solo per la magnifica copertina. Poi però la lettura conforta l’impressione visiva con questa bella villa edoardiana che è la vera protagonista del romanzo di Penelope Lively. Una casa che riecheggia ancora delle voci dei sei figli di Allison, madre per vocazione, sempre perfetta nel suo ruolo di allevatrice di bambini. Che, uno per volta, raccontano la loro infanzia, i rapporti tra fratelli, la strana figura paterna, con il filo conduttore latente di un segreto che segna questa famiglia apparentemente perfetta. Un romanzo corale con dei personaggi ben delineati, ma soprattutto un affresco vero e impietoso sulla famiglia e sul sentimento di onnipotenza che può regalare l’essere madre.

Elisa Ruotolo, HO RUBATO LA PIOGGIA, Nottetempo
Tre racconti lunghi che non abbandoneranno facilmente la mente del lettore grazie a una scrittura matura e raffinata che invita alla rilettura e alle storie quotidiane raccontate nella loro straordinarietà. Come la vicenda che vede protagonista un ragazzino di provincia che dopo aver disputato una strepitosa partita di calcio comincia ad essere soprannominato "Molto Leggenda", fino ad essere selezionato per un club di serie A. Ma la vita della città e i campi della massima serie sono troppo diversi dai sabbiosi campetti del paese di provincia e la giovane promessa non potrà far fruttare il suo talento.

Francesco Cataluccio, VADO A VEDERE SE DI LÀ È MEGLIO, Sellerio
Suscita una vasta e diversificata gamma di sentimenti la lettura del nuovo libro di Francesco Cataluccio che ci conduce in un viaggio insieme storico, geografico, letterario e sentimentale nella cultura ebraica dell’Europa centro-orientale, seguendo i suoi protagonisti anche in Argentina e in Africa. Ma le tappe del viaggio vanno anche a formare un intenso mosaico di vita che sottolinea la personalità di uno studioso poliedrico, curioso, ricco di passione per il passato, ma anche di un acuto e mai banale sguardo sul presente. Un libro per tutti, da leggere anche insieme ad alta voce e da adottare come lettura nelle scuole.

Giacomo Battiato, 39 COLPI DI PUGNALE, Gaffi
Un giallo storico, cupo e coinvolgente che non si riesce a smettere di leggere. La vicenda ci immerge nella Sicilia del 1836, dove in uno splendido baglio sulle alture che dominano i vigneti e le saline di Marsala, una donna viene uccisa nella notte con 39 colpi di pugnale. La vittima è Emma, moglie di Robert Ashby, uno degli uomini più ricchi dell'isola. Ad indagare è chiamato un giovanissimo magistrato, Francesco Sutera, tormentato dalla recentissima separazione dalla moglie e in procinto di partire e lasciare la Sicilia. Le indagini sveleranno sullo sfondo delle drammatiche vicende storiche, una sconvolgente verità.

Richard Russo, LA MAGIA DELL’ULTIMA ESTATE, Frassinelli
Con Il declino dell’impero Whiting era stato insignito del Pulitzer e annoverato tra i grandi narratori americani. Con La magia dell’ultima estate, Richard Russo non delude le aspettative e torna a raccontarci la famiglia come specchio della società americana e non solo. Dalle grandi casate detentrici del potere economico passa alle aule universitarie con la storia di Griffin, figlio di due frustati professori di letteratura, snob e perennemente in guerra con il mondo accademico e non solo. Griffin, impietosamente, non risparmia loro nulla nel raccontarli, ma alla fine è poi così diverso dai suoi genitori?

Anne-Laure Bondoux, FIGLIO DELLA FORTUNA, San Paolo
Conferma il suo indubbio talento narrativo ma anche la capacità di misurarsi con storie e personaggi molto diversi, Anne-Laure Bondoux, con il suo ultimo romanzo, un viaggio alla ricerca delle radici e della felicità. Nel Caucaso stremato dalla povertà e dalle guerre, Kumail vive in un vecchio edificio con Galya, che lo ha salvato da morte certa quando era ancora in fasce. Il ragazzino infatti è francese e si chiama in realtà Blaise Fortune. La storia del suo salvataggio da un treno deragliato e in fiamme è la sua coperta di Linus prima di addormentarsi, ma anche la speranza di una vita migliore, in un paese ricco ed accogliente.

Troy Balcklaws, BAFANA BAFANA. UNA STORIA DI CALCIO, DI MAGIA E DI MANDELA, Donzelli
Si chiama Pelé e vive in un povero villaggio in Sudafrica, il paese che ospiterà gli attesissimi Mondiali di calcio. Ce la farà il talentuoso e sognatore ragazzino ad essere in campo la notte dei mondiali, al fianco dei suoi beniamini? Forse con un intervento superiore che risponde al nome di Nelson Mandela si realizzerà il sogno di un piccolo calciatore.
Un racconto di calcio e vita, vivace, commuovente e sentito che ci porta insieme con il ragazzino, attraverso le migliaia di chilometri che dovrà compiere senza soldi per assistere alla finale, inquadrato dalle telecamere di tutto il mondo.

Doshi Tishani, IL PIACERE NON PUÒ ASPETTARE, Feltrinelli
“Da assaporare lentamente” dovrebbero scrivere sul frontespizio di questo romanzo davvero incantevole, con una scrittura e un ritmo che diventano musica davanti agli occhi del lettore. Ha un indubbio talento la giovane scrittrice indiana e soprattutto dimostra una maturità stilistica straordinaria al servizio di una storia intrigante e originale. Babo è il primo membro della famiglia Patel a lasciare Madras e volare a Londra per studiare. Lì si innamora di una ragazza gallese dalla pelle color latte, Sian Jones. La loro storia d'amore sconvolge le rispettive famiglie d’origine con conseguenze ora drammatiche, ora esilaranti.

Helen Humphreys, COVENTRY, Playground
Non delude mai la raffinata scrittrice e poetessa canadese che con Coventry ci riporta al clima di guerra già respirato in “Il giardino perduto”. In questo nuovo romanzo però i protagonisti sono coinvolti direttamente e drammaticamente nei bombardamenti tedeschi della città inglese, completamente rasa al suolo nel novembre del 1040. Qui si incrociano i destini di due donne: Harriet Marsh, una donna sola e disincantata, vedova di guerra e Maeve Fisher, donna anticonformista con uno spiccato talento artistico. Le due condivideranno un destino di dolore, ma anche di consapevole solidarietà che invade tutta la sfortunata cittadina inglese insieme alle devastanti bombe.

Jacques Bonnet, I FANTASMI DELLE BIBLIOTECHE, Sellerio
“La lettura era come i quattro fiumi dell’Eden, che nascendo da un’unica sorgente scorrono verso i quattro punti dell’orizzonte: aboliva le distanze e mi trasportava istantaneamente in contrade remote dagli strani costumi... e la biblioteca è la cosa che più si avvicina al paradiso terrestre”: è un organismo vivo questa biblioteca piena di fantasmi di Jacques Bonnet, collezionista di volumi, editore e traduttore.
Parla dei libri come di vecchi amici, illustra gli infiniti metodi per classificarli, i rischi della passione per la lettura e ci rassicura che non è necessario aver letto tutti i libri che si posseggono.

Helena Janeczek, LE RONDINI DI MONTECASSINO, Guanda
Un romanzo di vita e guerra insieme. Un mosaico di storie da tutto il mondo, racchiuse nello spazio ristretto dell’abbazia di Montecassino. Una parabola temporale che dal 1944 arriva ai giorni nostri e in una fluida staffetta di racconti e personaggi narra buona parte della storia del secondo Novecento. Helena Janeczek è davvero brava nel restituire alla letteratura le vicende di alcuni soldati che hanno combattuto per sfondare la Linea Gustav. Tra le truppe alleate non ci furono infatti solo americani e inglesi, ma anche truppe di altri continenti : marocchini, indiani, nepalesi e persino un battaglione di maori della Nuova Zelanda.


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